Cerca nel blog

Visualizzazione post con etichetta Amore verso Dio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Amore verso Dio. Mostra tutti i post

martedì 13 gennaio 2015

La debolezza che diventa fortezza!

L’uomo, secondo molti, non dovrebbe avere debolezze.

L’amore veicola la debolezza e per costoro diventa deleterio amare, rende vulnerabili, sensibili e fragili come vetro, scriveva il cardinal Ravasi.

C’è un fondo di verità in tutto questo: amare vuol dire soffrire, essere tormentati a ogni mancanza, opinione o idea discorde.
A volte la tormenta del cuore può diventare disperazione al punto da compiere gesti estremi.
Eppure, quanto sono belle e vere le parole di Ravasi che, con acume, paragona l’uomo privo di amore come un legno rinsecchito, morto.
San Paolo fa di più.
Paragona l’individuo non in grado di amare come un bronzo che non rimbomba, un cembalo stonato. 
Allora, viviamola tutta questa eroica, gloriosa e bella “debolezza dell’anima”. Amiamo fino a farci male, fino ad annullarci.
Dichiariamo al mondo e anche a noi stessi che ogni giorno che non amiamo, ogni ora o attimo in cui manchiamo in questo, ci sentiamo mostri, o, peggio, cadaveri in cammino.
Diventiamo portatori di vita.
Dove non c’è l’amore, portiamolo e nascerà la vita vera.
L’esistenza, anche la più grigia, diventerà luminosa, un prato fiorito al posto del deserto, una somma di giorni pieni di luce e non incolori.
Saremo continuamente nella sorpresa perché nell'amore è l’inizio e la fine di ogni vita.

Chi non ama rimane nella morte, urla quasi San Giovanni nella sua magnifica prima lettera detta dell’Amore!
Il grande teologo Bultmann gli fa eco:
 “Chi non ama non solo è preda della morte, ma diventa lui stesso morte, è un’omicida”. 
Verissimo!
Un’accusa drastica per ognuno di noi:
 Chi non ama rimane nella morte, scrive Padre Gasparino in un suo godibile libercolo.
I ricchi che hanno tutto, ma non amano? Cadaveri. I sapienti che sanno tutto, ma non amano? Cadaveri. I potenti che tutto possono, ma non amano? Cadaveri.
Il mondo non ha bisogno di morte ma di vita.

 Noi cristiani dobbiamo propagare la vita.
Troppa gente nasce, vive e muore nell’odio, perciò non nasce mai, né vive mai. È già morta! Bellissimo il pensiero di Bultmann che dice:
 “L’amore di cui si deve amare si fonda sull'amore di cui si è stati amati: dal suo amore per noi comprendiamo cosa sia veramente l’amore”. 

Amare non è chiacchierare, sbandierare sorrisi.
Amare è dare, anche quello che costa di più, dare noi stessi, la vita.
Cristo è il maestro dell’amore, lui ha dettato l’amore, lui ha mostrato l’amore, lui ha pagato l’amore. Solo sull’amore di Cristo si fonda l’amore del cristiano.
Certo è un modello esigente, che chiede tutto!

Scriveva S. Agostino:
“La carità è quella perla preziosa senza la quale nulla ti giova, qualunque cosa tu possegga. Se invece possiedi solo la carità, essa sola ti basta!”.
E ancora:
“Ognuno esamini le sue opere, se i rami delle buone azioni fioriscono dalla radice dell’amore o no”.

giovedì 8 gennaio 2015

I nostri fratelli musulmani

Sono d'accordo con Marine Le Pen, leader del Fronte in Francia quando condanna l'odioso attentato che ha colpito il quotidiano Charlie Hebdo e chiama "strage" l'atto perpetrato in nome dell'integralismo islamico. Non bisogna essere ipocriti e chiamare le cose con il proprio nome.

Da qui a montare un odio verso tutti i musulmani ce ne corre e bene fa Papa Francesco a non generalizzare anche quando voci cristiane autorevoli vorrebbero parole infuocate da parte di Bergoglio.

Sarebbe il caso di spiegare, invece, cosa vuol dire intolleranza, fanatismo, integralismo, censura delle libertà. Fanatico è chi non tollera le altre culture e religioni, chi non ammette una integrazione per gli stranieri e chi istiga all'odio contro i migranti che qualche volta, sempre per mano di fanatici, vengono picchiati per le strade. Fanatico è chi fa pratica quotidiana di "islamofobia", o chi brandisce il crocifisso per giustificare l’odio contro chi vive secondo regole diverse.
Fanatico è chi ha in mente di incendiare i campi Rom e di trattare quel popolo come fossero tutti “infedeli”. Fanatico è chi istiga all'odio contro gay, lesbiche, trans o contro le donne.

La strage c'è stata a causa dell'odio ancestrale e assurdo di chi non vive la grazia di Dio.
Non usiamo, però, il bieco e vile terrorismo per giustificare il fanatismo di casa nostra.
Io ho conosciuto molti musulmani attraverso il mio lavoro allo sportello dell'Agenzia delle Entrate e vi assicuro che ho trovato tante degne persone.

Ecco l'articolo che pubblicai in una rivista cattolica qualche tempo fa! 
In un'intervista una coppia musulmana raccontava il loro rapporto con Dio e il significato del Ramadan.  

Mi ha sempre colpito dei musulmani, l’assoluta dedizione ai momenti di preghiera.
Anche noi cristiani abbiamo diversi spazi durante la giornata per dedicare attimi al Signore, ma, forse, bisogna riconoscere che spesso manchiamo all'appuntamento con Dio.

 “Guarda che la preghiera è uno dei cinque pilastri dell’Islam!”
Chi parla, in perfetto italiano è una bella e giovane signora. Si chiama Saida.
 “Il primo pilastro- mi spiega la donna- è l’accettazione dell’unicità di Dio, il secondo è dato dalle cinque preghiere giornaliere, il terzo è la carità, il quarto è il Ramadan e il quinto è il pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella vita. Bisogna rispettare tutti e cinque i pilastri, altrimenti non c’è equilibrio per seguire la retta via”.

Lei vive, insieme al marito Salah e i suoi tre figli, in un paese teramano.
Vorrebbe anche altri bambini perché “i figli sono benedizione di Allah e noi di sera guardiamo poca televisione.”
Ride divertita della battuta la signora che ha un sorriso di disarmante bellezza.

Il suo uomo, proveniente dal Marocco, giunse da noi quasi venti anni fa, lei lo raggiunse tre anni dopo.
Da quel momento la nostra terra è diventata una nuova patria per la coppia che subito si è integrata alla perfezione.
 “La gente ci vuol bene- dice l’uomo - lo stipendio è dignitoso.
” Lavora nel settore dei prefabbricati ma non dimentica di pregare per cinque volte nel giorno. “Anche durante il Ramadan, a giugno, ho letto i versetti del Corano alle ore dovute”.

Salah mi spiega insieme alla sua amata Saida, che, il Ramadan, mese sacro dei musulmani, consta di trenta giorni all'insegna del digiuno, della meditazione e della preghiera con forti momenti di intensa comunione con Dio e con i fratelli.
Questo mese è ritenuto sacro perché, secondo la tradizione, durante la “Notte del Destino”, fu rivelato il sacro Corano al profeta Mohammed, tramite l’arcangelo Gabriele.
Nel 2015 il Ramadan sarà dal 18 giugno al 16 luglio.

Durante questo periodo ci si trova in moschea per cenare; segue la preghiera al tramonto, poi si sta insieme prima dell’ultima preghiera e poi è il momento della preghiera lunga che si fa solo per il Ramadan: il “tarawih”. Dove vanno a pregare i musulmani da queste parti?

Scopro dalle loro informazioni che esistono moschee a Floriano di Campli, a Villa Penna e una nuova a San Nicolò a Tordino.
Hanno la bella abitudine di leggere di sera i versetti del Corano insieme ai figli più grandi. Quello che dovremmo fare noi, nelle nostre famiglie, nei riguardi della Bibbia.

 “Ma voi cristiani, credete veramente che durante questi trenta giorni noi musulmani dimagriamo? Non è così! Per tutto il giorno non si tocca cibo.
Di sera, davanti ad una tavola piena da far spavento si mangia tanto. Abbiamo colazione, pranzo e cena, tutto in uno! C’è ogni bene sulla tavola, meno che il maiale! Subito dopo, si va a dormire e il cibo non si smaltisce.
I bambini hanno messo su due chili l'anno scorso per il Ramadan!

”Prima di andar via, l’occhio mi cade su di un’iscrizione di legno vicino la porta d’ingresso:
“Chi digiuna ha due motivi di rallegrarsi: si rallegra quando lo rompe e si rallegrerà del digiuno fatto quando incontrerà il suo Signore...”

giovedì 30 ottobre 2014

Don Oreste Benzi, elogio alla gioia!

'Le cose belle prima si fanno e poi si pensano'. (Don Benzi)

Don Oreste Benzi, romagnolo doc scomparso nel 2007, era conosciuto soprattutto per essere stato il prete delle prostitute a Rimini.
Come sacerdote si è sempre distinto per l'attenzione prestata ai più emarginati, a quelli che chiamava "gli ultimi" definendoli "coloro ai quali nessuno pensa. E se ci pensa, pensa male.".

Questo vulcanico don diceva che la morte non esiste e, mentre regalava collanine del rosario, spiegava che morire era giungere alla fine del nostro pellegrinaggio aprendosi, nel momento della chiusura degli occhi in terra, all'infinito di Dio.

Che gran personaggio era l’Oreste dalla tonaca malandata e che gran fortuna ebbi a conoscerlo. Quando lo incontrai la prima volta, la sensazione fu di essere stato suo amico da sempre. Sparse con l’accento inconfondibile, il sapore della sua terra.
Eravamo in una delle case dell’associazione Giovanni XXIII dove lui aveva inventato uno stile tutto suo di condivisione del Vangelo.
Ospitava ragazzi e ragazze in preda alla follia degli stupefacenti e donne buttate sulla strada a fare
meretricio con uomini.
Il grande popolo di questa associazione di aiuto sociale, ospitava nelle sue numerose case famiglia, anche anziani e handicappati.
Aveva case di accoglienza anche in Brasile, dove altri seguaci del rivoluzionario don cercavano di offrire vitto e alloggio al mondo disperato delle favelas.

Nonno Oreste, come amavano chiamarlo i suoi “ragazzi”, aiutava da anni un’adolescente teramana, a me carissima a uscire fuori dal tunnel delle dipendenze.
Ne aveva fatta di strada da quando era nata a Coriano la prima casa di ospitalità.
Oggi in suo nome, grazie all'intervento dello Spirito Santo, esistono luoghi di aiuto fraterno in oltre 30 paesi nel mondo.

Parlai a lungo con lui, anzi per meglio dire parlò lui spaziando dalla vita di tutti i giorni al Vangelo, perché le due cose, diceva, sono legate strettamente.

Un fiume in piena anche se si scherniva dicendo di aver sonno perché la sera prima era stato in discoteca. Avete letto bene! In discoteca a Rimini.
Era entrato in uno di questi ritrovi notturni pieni di giovani e, al D.J. sbalordito, aveva chiesto di far fare un applauso per Gesù al popolo della notte.
Infine era corso, seguito a stento dai più stretti collaboratori, alla stazione per dare conforto ai poveracci senza tetto che si rifugiavano lì dal freddo. Ridendo mi disse che era stata una notte come tante. Poi mi lasciò.
Lo aspettava un rosario davanti all'ospedale, credo fosse di Riccione, contro gli aborti e in favore delle giovani madri.
 “Ricordati - mi urlò mentre correva via - il viaggio non farlo mai da solo, fatti accompagnare da Cristo”!

Questa ilarità, questa gioia continua che sfociava nel ridere di Don Benzi, mi attraeva un casino.
Era una gioia parlargli e lo feci diverse volte.

Mi era accaduto di leggere un’affermazione, non ricordo bene se di Giovanni Crisostomo che mi aveva colpito.
La frase ricordava che Gesù non aveva mai riso, almeno non era riportato in nessun Vangelo di un suo momento di ilarità. Rimasi basito. Ma come, mi dicevo, e che fine fa la gioia di cui parlano sempre le Scritture nel Nuovo Testamento?
Ho letto e riletto i Sinottici e ho scoperto che effettivamente il Signore non pare si sia presentato mai con un bel sorriso a trentadue denti.
Al contrario lo si scopre piangere amaramente più volte, basti ricordare le lacrime nell'orto del Getsemani e il pianto dirotto davanti a Lazzaro, l’amico, inanimato.

Però, frequentando meglio la Parola, ruminandola con pazienza ho potuto immaginarmi Gesù grande umorista.
Come definirlo diversamente, leggendo delle sue battute sagaci del tipo:
 “E’ più facile che un cammello passi per la cruna dell’ago che un ricco entri nel Regno di Dio! (cfr Mt. 19, 24).
 O ancora, meditando quella frase d’incredibile forza evocativa:
 “Guide cieche che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!”. (Mt 23,24).
Dato poi che il futuro Redentore veniva giudicato da molti uomini del suo tempo “mangione e beone” (cfr Lc 7,34), ecco che l’idea fattami di Lui è che doveva essere un gran bel tipo.
Se fossi vissuto ai suoi tempi l’avrei eletto amico del cuore.
Soprattutto perché in diverse pagine del Vangelo Gesù raccomanda la gioia del cuore Adoro chi sa sorridere della vita con tutta l’arguzia di cui si può essere dotati.

Nel “Nome della Rosa”, capolavoro di Umberto Eco ambientato nel buio del medioevo, si racconta che fu messo al bando l’ “Elogio del riso” di Aristotele dall'Inquisitore.
Il frate crudele che uccise i suoi simili che scoprivano il libro e volevano leggerlo nonostante fosse messo all'indice, non aveva mai provato cosa significasse allargare la bocca per regalarsi una bella risata.
Ci sono insegnamenti che riesci ad apprendere da solo, con quel pizzico d’intelligenza data dal Signore, altri che hai bisogno di suggerimenti da parte di un grande maestro.
Le parole del Signore e la fede in Lui sono la mia forza, la mia energia.

Spero sia così anche per voi.

Signore tu sai tutto!

venerdì 24 ottobre 2014

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO A: L'AMORE!

Esodo 22, 21-27; 1 Tessalonicesi 1, 5-10; Salmo 17/18; Matteo 22,34-40 

Il tema di questa domenica trentesima del Tempo Ordinario, anno A, è sicuramente fondamentale per capire cosa Dio chiede a ognuno di noi. È una Parola difficile, ci chiede di amare incondizionatamente tutti, anche i nemici, anche quelli che troviamo antipatici, sgradevoli e cattivi.

L’amore per il Signore e per i nostri fratelli è l’architrave da cui dipende, come ribadisce il Vangelo di Matteo, capitolo 22, 40, tutta la Legge e i Profeti.

Immaginiamo un filo d’oro all'interno delle Scritture per scoprire che due sono i piani su cui muoversi:
Uno teologico e verticale che è l’amore per Dio, perché Dio ci ama e noi amiamo Dio che ci ama; l’altro pratico e orizzontale che abbraccia il mondo di ognuno di noi, incitandoci ad amare gli altri, “ama il tuo prossimo come te stesso” (22,19).

È la legge fondamentale per chi si pregia di amare il Creatore e, di riflesso, le sue creature.
È Paolo che, in maniera definitiva, esprime questo comando d’amore in maniera sublime nella lettera ai Romani 13, 8:
“Chi ama il suo simile ha adempiuto alla Legge”.

Se dovessimo fare cronistoria dell’amore verso gli altri, dovremmo quasi escludere l’Antico Testamento.
Questi riservava l’amore unicamente a Dio.
 In Deuteronomio (6, 4-5) si legge che Dio è unico Signore:
 “Amerai il tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le tue forze”.
 Nei confronti dei fratelli unico dovere era il rispetto, il buon comportamento.
 La tradizione giudaica contemplava ben seicento e tredici precetti sulla cui gerarchia di valori, i dottori della legge discutevano a più non posso. Gesù, arrivando sulla terra, stravolge tutto, semplifica in un comandamento che si spacca in due, portando alle stelle il concetto di amore incondizionato verso i fratelli tutti, se davvero si ama Dio.
 A ben vedere il valore dell’uomo agli occhi del Creatore, già lo proclamava il primo libro biblico, Genesi dove si legge che è:
 “Creatura principe, creata da Dio a sua immagine”(1,27).
 Non è possibile, dicono ora le scritture del Nuovo Testamento, amare Dio senza amare ugualmente la sua immagine che è l’uomo!
 Il Signore è così capace di amore ardente e incondizionato che noi possiamo ricambiare solo impegnandoci all'amore verso le creature tutte senza distinzione alcuna e anzi, amando i propri nemici. Parola difficile, a volte è una montagna invalicabile che ci sovrasta e ci intimorisce. Dio ci chiede il massimo della carità verso gli altri.


Ci riempiamo la bocca di cristianesimo o francescanesimo ma prima dobbiamo verificare se Cristo vive profondamente in noi, se i nostri pensieri sono modellati sulla Sua legge, se i nostri atti rispecchiano i comandamenti, se la nostra vita intima è segnata dalla Sua presenza!
 Spesso ci auto convinciamo di essere sulla strada buona e nascondiamo a noi stessi alcune cose che non accettiamo del Cristo, rigettando le cose difficili.
 Noi cristiani selezioniamo i comandamenti, setacciamo il decalogo, accettandolo solo in parte.

 E allora elenchiamole le difficoltà, le pareti verticali che dobbiamo scalare per essere salvi: Il perdono delle offese; l’amore per il nemico; la purezza delle nostre intenzioni e del nostro cuore verso gli altri; l’obbedienza alla Chiesa e infine … Amare come Lui ama noi!
 “Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri” (Gv 15,12).
 “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”. (Gv 13,35)

 Credo che tutti riusciamo a trovarci spiazzati dalle parole di Nietsche, il famoso filosofo ateo tedesco che rimproverava i cristiani così: ”Se la buona novella della Bibbia fosse anche scritta sul vostro volto, voi non avreste bisogno di insistere perché si ceda all'autorità della Bibbia. Voi dovreste essere la Bibbia viva!”.
 Con la bocca tutti noi proclamiamo con forza il versetto del Salmo di oggi:
 “Ti amo Signore, mia forza, mia rupe, mio rifugio, mia salvezza, mio baluardo …”.
 E con il cuore? Il precetto principe, quello dell’amore, è contemplato nella nostra vita?
 San Paolo nella famosa lettera ai Corinzi sulla carità, San Giovanni nella sua stupenda lettera dedicata all'Amore e i Vangeli tutti, in ogni piega di questi meravigliosi scritti, segnalano, tra le righe, il freddo, l’indifferenza, l’oscurità che regna in molti cristiani.
 È il segno inequivocabile della lontananza dalla sorgente di luce eterna che è l’amore di Dio.
 E l’amore di Dio è così infinito che basterebbe richiamare alcuni passi della Parola per rimanere storditi.
 Ad esempio lo stupendo passo di Isaia 49, 15:
 “Si dimentica una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai”.
Una dichiarazione sublime di amore materno.
 O ancora, spulciando gli scritti del profeta Osea, 11, 1-4:
 “Io ho amato questo popolo. Ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare”.
 Sarebbero infiniti gli esempi, magari leggendo il “Cantico dei Cantici”, in cui Dio ci parla con la bocca di un innamorato. Come non ricambiare con amore totale, radicale e spremo verso gli altri? L’amore, dice San Paolo, deve essere reciproco e circolare, l’uno per l’altro, arricchimento di tutti, un dare e un ricevere.
Il Libro dell’Esodo in questa domenica, ribadisce tutto ciò.
 Chi opprime il debole oltraggia colui che lo ha fatto, dice il libro dei Proverbi (14,31).
 Ecco il senso del comando di Dio.
 Un occhio di riguardo alle vedove, agli orfani, ai poveri, i diseredati. La comunità deve circondarli di premure e amore perché bisognosi. Sarà poi, col Nuovo Testamento, che l’amore si trasferirà a tutti, non solo ai piccoli, diventerà amore e premura universali.

 La seconda lettura tratta, come di consueto, dagli scritti di San Paolo, ci trasporta nel mondo antico della comunità cristiana di Tessalonica, “modello dei credenti della Macedonia”, come si legge nel versetto 7.
 In effetti, a Tessalonica, la Parola di Dio ha un posto privilegiato nei cuori.
 I Tessalonicesi riescono a imitare il grande esempio di Paolo, attendono il dono messianico e hanno la forza dello Spirito nelle tribolazioni e persecuzioni.
 In più a Tessalonica è chiaro anche il compito che ogni cristiano ha insito in se stessi, quello cioè di evangelizzare tutti, con l’entusiasmo della fede, nell'attesa della nuova venuta del Cristo.

 Utile ricordare, in fondo alla nostra meditazione, le parole del grande teologo Barclay, che affermò: “L’etica cristiana può essere riassunta in una sola parola, amore”.

 Questo messaggio echeggia nel mondo sin da quando esiste la Chiesa.

lunedì 28 luglio 2014

E' l'amore che ci porta a Dio!

Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. (Prima lettera di san Giovanni apostolo 4,7) 

Avevo un assistente spirituale nel terz'Ordine francescano il quale non si stancava mai di ripetermi che ciò che conta non è il far molto, ma il mettere molto amore in ciò che si fa.
E mi diceva pure, quando gli rendevo conto della mia ansia di sapere, di capire, di conoscere, che è l’amore e non il sapere in questa vita a portarci a Dio.

Pensiamoci un po’amici cari:
L'amore di noi creature è volubile, limitato nel tempo.
L'amore che Dio ha per noi è, al contrario, infinito nell'intensità, un abisso incomprensibile, un mare senza spiaggia e senza fondo.
Mi viene in mente l'amore per il proprio bimbo da parte di una madre. Pensiamo sia illimitato! Non è che solo un raggio del sole dell’amore di Dio.

Sentite questa bella storia.
“Chi vuoi diventare tu da grande?” chiedeva Padre Turoldo ai ragazzi a cui insegnava. Gli rispondevano chi un infermiere, chi uno scrittore, chi un calciatore, chi un attore.
Nessuno dava la risposta che il santo uomo cercava:
 “Voglio diventare un uomo che ama”.
 Come potrebbe un adolescente rispondere così, immerso com'è in una società che ha smesso di contemplare il mistero dell’eterno, che ha abolito la spiritualità dalla vita, che spende l’esistenza in posizione orizzontale, travolto da ritmi che impediscono la riflessione saggia su chi siamo realmente.
Una società in cui vige la sopraffazione dell’altro, il risentimento, la paura dell’altro.

Dio è uno di noi, è nel nostro sangue, si mescola alle nostre sofferenze, ai nostri dubbi e noi non ci accorgiamo minimamente della sua presenza discreta.

Se percepissimo l’Assoluto in noi conquisteremmo l’amore di cui parla San Giovanni nel capitolo 4 della sua Prima e stupenda Lettera:
“Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l'amore di lui è perfetto in noi”.

Amando si raggiunge la felicità, parola ormai desueta e impossibile da decifrare.
Il vero problema, lo sussurriamo altrimenti ci facciamo molti nemici, è la superbia. La madre di tutti i mali, di ogni peccato che inquina le coscienze.
Eppure basterebbe aprirsi al Signore che entrerebbe nei nostri cuori come un’onda di piena che monta rapida e convulsa portando vita e soprattutto amore verso la creazione.

Qualcuno dopo aver letto queste righe potrà obiettare:
“Come si fa ad amare? Non ci riesco!”.

Viene in soccorso la Parola. La Bibbia non è solo un Libro religioso e basta. È molto di più anche per chi non crede. Monsignor Gianfranco Ravasi, biblista e presidente del Pontificio Consiglio per la cultura lo definisce “il grande codice di tutta la cultura dell’Occidente.
Anche per chi non vive un’esperienza di fede troverà una realtà che aiuti a ravvisare quanto di più autentico si possa dire del genere umano.
 Per me la Bibbia è parola di Dio, una lettera d’amore indirizzata a noi dal nostro amato e non un freddo libro di precetti come pensa un mio collega di lavoro, ateo convinto.
Non capisco un acca di filosofia e a scuola in questa materia ero impacciato ma so che quando ho problemi nell'amare gli altri, quando ho del risentimento verso gli altri, quando sento montare il disprezzo verso qualcuno, apro una pagina a caso e, leggendo, trovo una via di uscita, sempre!
 Quanto meno, una speranza.

La Bibbia è come un manuale indispensabile per vivere meglio e capire il mondo.