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domenica 1 febbraio 2015

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO B

“Parlerò affinché la spada della Parola di Dio anche per mezzo di me arrivi a trafiggere il cuore del prossimo. Parlerò affinché la Parola di Dio risuoni anche contro di me per mezzo di me”. (Gregorio Magno, da Omelie su Ezechiele 1, 11) 


Libro del Deuteronomio 18,15-20.
Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me; a lui darete ascolto.
Avrai così quanto hai chiesto al Signore tuo Dio, sull'Oreb, il giorno dell'assemblea, dicendo: Che io non oda più la voce del Signore mio Dio e non veda più questo grande fuoco, perché non muoia.
Il Signore mi rispose: Quello che hanno detto, va bene;
io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò.
Se qualcuno non ascolterà le parole, che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto.
Ma il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome una cosa che io non gli ho comandato di dire, o che parlerà in nome di altri dei, quel profeta dovrà morire. 

Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinti 7,32-35.
Fratelli, vorrei che voi foste senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore;
chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie,
e si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito.
Questo poi lo dico per il vostro bene, non per gettarvi un laccio, ma per indirizzarvi a ciò che è degno e vi tiene uniti al Signore senza distrazioni. 

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 1,21-28.
Andarono a Cafarnao e, entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù si mise ad insegnare.
Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi.
Allora un uomo che era nella sinagoga, posseduto da uno spirito immondo, si mise a gridare:
«Che c'entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio».
E Gesù lo sgridò: «Taci! Esci da quell'uomo».
E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.
Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!». 



Deuteronomio è il quinto libro del Pentateuco dopo: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri. Raccoglie, per gran parte delle sue pagine, i discorsi di Mosè pronunciati soprattutto nella pianura di Moab, di fronte a Gerico, il “catino di Dio”, come recita un salmo.
Il profeta pronuncia i suoi sermoni, esortando il popolo a osservare i Comandamenti e a insegnarli diligentemente ai figli. Il grande appello del Deuteronomio è di amare Dio, che tanta bontà mostra al suo popolo. In questo brano,
Deuteronomio parla della presenza necessaria della Parola di Dio in mezzo al popolo e dell’importanza capitale del profeta, di colui il quale porta il messaggio divino agli uomini del suo tempo.

Profeta non è colui il quale predice il futuro, come si è portati a credere, ma è chi presta la sua bocca a Dio, il portavoce della Parola attraverso la predicazione. 
La presenza del profeta è anche scomoda! Spesso svela il male dei cuori, denuncia, accusa. Qualche altra volta, l’oracolo del Signore in realtà approfitta del suo ruolo e della sua autorità, mettendosi al servizio degli altri e di se stesso, abbandonando la vera “Voce”, quella di Dio.
È comunque un segno privilegiato della presenza del Signore che prende l’iniziativa, che vuole rimanere in dialogo con il suo popolo e fa sorgere in seno alla comunità per Sua azione diretta, uomini ispirati:
 “Il Signore tuo Dio susciterà in mezzo a te un profeta”. (v.15). “Io gli porrò in bocca le mie parole” (v.18).

E adesso attualizziamo la Parola per noi! In un mondo assuefatto al vento delle opinioni e al corto respiro della quotidianità, Dio sembra fuori gioco.
Come può il profeta annunciare la salvezza? E chi è il profeta? È un volto qualunque, uno dalla storia banale, un cuore grande, un partigiano del Creatore, appassionato della sorte dell’uomo. È un individuo capace di indicare i sentieri della vita, di suscitare speranza, di dare un supplemento d’anima a tutto ciò che esiste, che porta con se una lucida coscienza della verità, che gli dona il coraggio di denunciare le ingiustizie e smascherare le ipocrisie.
IL PROFETA PER ECCELLENZA, OGGI, E' PAPA FRANCESCO CHE CI PARLA PER BOCCA DI DIO.  

E se fossimo anche noi i chiamati a essere profeti e a portare la Parola agli altri?
Suscitato dal Signore nei frangenti più tumultuosi della storia, con la venuta di Cristo, è profeta ogni battezzato chiamato a essere sale e luce della terra! Sappiamo ascoltare Dio che ci parla? Lottiamo con la preghiera quotidiana e l’assiduità nella Parola, per avere una fede salda e annunciare la buona notizia?
 La profezia ha il suo nemico nell'anonimato. Siamo noi quelli che rinunciamo al ruolo di portavoce divino per vivere nel nostro rassicurante guscio, lontano dagli altri fratelli, il cui destino non ci interpella. Siamo di quelli che non abbiamo tempo e attenzione da dedicare ai fratelli? Seguiamo, si o no, l’invito di Cristo a:
 “Gridare dai tetti quanto è ascoltato all'orecchio” (Lc 12, 3) e a “rendere ragione della speranza” (1Pt3,15)?

Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo ai Corinzi. inizia col dire che desidererebbe per tutti una vita serena così da poter aderire con fede al Signore. Chiaro che la scelta del celibato è un modo più semplice per consacrarsi a Dio. Ciò non significa che Paolo disprezzi la vita matrimoniale né che ci siano ideali di santità diversi tra sposati e celibi. Non è che soltanto nella vita del celibe si intrecci l’appartenenza al Signore. La vita matrimoniale è causa inevitabile di qualche tensione, spiega l’apostolo, che rende più difficile rapportarsi con Dio.
È indubbio, al contrario, che qualche volta, l’asprezza della vita in comune con coniuge e figli, può aiutare di più ad affidarsi alle mani premurose del Padre Celeste. Paolo non intende “gettare un laccio” (v.35), solo illuminare le coscienze su cosa è conveniente per restare uniti al Signore senza distrazioni. Sia che la vita si indirizzi verso il celibato che nella famiglia, la preoccupazione principale deve essere “piacere al Signore”.
 Questo vale per tutti. Lo sposato/a piace al Signore, solo se adempie al dovere di attenzione verso i cari. Con loro condivide il cammino di vita perché sono dono di Dio che si accoglie nella gioia.

Nel Vangelo di Marco iniziano gli insegnamenti di Gesù nelle sinagoghe della Galilea, dove insegna e desta stupore per l’autorevolezza della sua dottrina. (Marco usa la parola insegnare per 15 volte e insegnamento per 5).
Gesù non interpreta la legge ma è Lui la legge, quella nuova che chiede “amore”. La sinagoga era una grande stanza rettangolare con un armadio per i codici della Bibbia e il pulpito dal quale leggerli e commentarli. Proprio in una di queste sinagoghe, quella di Cafarnao, accade il primo miracolo, un esorcismo e la conseguente reazione incredula della gente: “Che è mai questo? Una dottrina nuova! Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono”. (vv21- 28). Le parole di Gesù hanno del sorprendente, niente a che vedere con i sermoni ammuffiti degli scribi. Lui spiega le Scritture come “maestro di vita”.
Le sue sono profezie e non insegnamenti sapienziali, frutto di studi. È un’irresistibile autorità! Cafarnao viene scelta in quanto città di un certo prestigio politico e religioso. Il segno avviene di sabato, giorno sacro per gli Ebrei, come festa della lode e del ringraziamento per la liberazione della schiavitù d’Egitto. Al centro dell’episodio è la guarigione del malato. Il racconto dell’esorcismo colpisce. Gesù rimane quasi in silenzio. Pronuncia il suo “Taci, esci” al demone per far capire che ha il potere su tutto e tutti. Il diavolo riconosce in Lui un personaggio straordinario e unico con: “Io so chi tu sei: il santo di Dio!”.
La guarigione dell’indemoniato non è tanto importante per rimarcare le virtù taumaturgiche del Cristo, ma è lo è soprattutto per il messaggio che porta: la vittoria di Gesù, nostro unico bene, sul male. Il male cerca di intimidire anche noi come accade per Gesù. Ogni cristiano deve saper reagire al demonio che cerca di spiazzare chiunque annullando la dignità delle persone e la loro libertà. Marco esorta a non prendere sottogamba il male. Affrontiamolo, rivestendoci dell’autorità che ci viene da Dio.
Abbiamo la certezza di avere la sua presenza accanto a noi e di essere stati creati “poco meno inferiori a Dio”. Essere certi di questa grandezza non è superbia, essere alteri. È, invece, l’essere consci di un amore divino grande anche se immeritato.

domenica 25 gennaio 2015

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO: CICLO B

Giona 3,1-5.10; Salmo 24; 1Cor7, 29-31; Marco 1, 14-20 

Libro di Giona 3,1-5.10. 
Fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore: "Alzati, và a Ninive la grande città e annunzia loro quanto ti dirò". Giona si alzò e andò a Ninive secondo la parola del Signore. Ninive era una città molto grande, di tre giornate di cammino. Giona cominciò a percorrere la città, per un giorno di cammino e predicava: "Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta". I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo. Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si impietosì riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece. 

Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinti 7,29-31. 
Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d'ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l'avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo! 

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 1,14-20. 
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo». Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito, lasciate le reti, lo seguirono. 


Continua il tempo ordinario della Chiesa nell’Anno B, ma queste domeniche di ordinario non hanno un bel niente.
La settimana scorsa la liturgia ci ha proposto una straordinaria riflessione sul senso della vita, sulla capacità di rispondere alla chiamata del Signore per essere davvero suoi discepoli e non solo con la bocca.

Anche oggi la Parola ci offre tante sollecitazioni per vivere nel nome del Signore.

Mentre la scorsa settimana la parola chiave era : Chiamata, in questa terza settimana è: Conversione! 

Infatti, la domenica oltre a coincidere con la fine della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ricorda anche la grande festa della Conversione di San Paolo. In queste domeniche, si proclama il Vangelo di Marco. È il più sintetico dei quattro evangelisti ma, certamente, il più vicino alla vicenda terrena del Cristo, essendo il suo scritto, frutto della testimonianza del primo degli Apostoli, Simon Pietro. Gesù, qui, parla pochissimo.
Proclama il Vangelo (il Kerussein) senza fronzoli perché si tratta di credere o non credere in Lui prima ancora che nel suo insegnamento, prorpio come fanno i quattro discepoli del brano di questa domenica. Accogliamo in maniera profonda l’appello di Gesù che ci chiede di invertire la rotta e credere profondamente al Vangelo. Cristo ci chiede non una conversione di penitenza e digiuno, ma di consacrare davvero la nostra esistenza a Lui.

Nella prima lettura, il profeta Giona anticipa, nella sua predicazione e nella risposta dei Niniviti al messaggio di Dio, questa esigenza di conversione.
 La condotta di Ninive ci offre un primo insegnamento: è necessario imparare a rispondere con fede docile al Signore non soltanto con la bocca, ma soprattutto con il cuore. Dobbiamo essere capaci di passare attraverso un mutamento radicale della condotta, per ricevere, come accade agli abitanti di Ninive, il perdono e trovare la via della vita.

La conversione è una dialettica tra parola e silenzio: Dio, da una parte, parla come ha fatto con il giovane Samuele, di notte nel silenzio; dall’altra l’esperienza di Lui porta al silenzio tutto il resto. Occorre però nella conversione un cuore di carne come ricorda il salmo 95,8:
“Oggi se udite la sua voce non indurite il cuore”.
Il libro di Giona è da leggere tutto d’un fiato. È una novella deliziosa, un romanzo didattico del Vecchio Testamento di soli quattro capitoli, scritto probabilmente tra il 500 e il 400 a.C. Fa parte dei dodici piccoli libri dei profeti cosiddetti “minori”, scritti tra l’VIII e il IV secolo.
Sono minori perché si tratta di libri molto più brevi dei quattro profeti maggiori, Isaia, Geremia Ezechiele e Daniele. Parliamo di Osea, Gioele, Amos, Malachia, Zaccaria, Sofonia, Abacuc e altri. Giona è un personaggio fra i più malintesi, anche favolistico.
Pretende di piegare Dio alle sue vedute: non vuol seguire la chiamata a partire secondo le indicazioni del Signore, per ad andare verso la grande città a portare il suo messaggio.
Piuttosto si dirige decisamente verso la direzione opposta. Il profeta ha prima bisogno di convertire se stesso, poi può adempiere alla missione di portare conversione gli altri. Non è forse quello che viene chiesto a noi? Come possiamo condurre i fratelli a Dio, se non abbiamo un cuore di carne dentro di noi? Tutto il racconto non parla tanto della conversione di Ninive, ma di quella a cui Dio intende condurre Giona.
Il nostro Signore si prende cura dei vicini e dei lontani – ci dice questo libro - non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva così come accade per il religioso e fondamentalista Giona che incontrerà la novità del suo Dio che tanto lo ama.
Il soggiorno nel ventre del pesce e il suo rigenerarsi dai peccati per donarsi all'ascolto di Dio, ci fa capire come il Signore ci insegue per farci tornare pienamente a Lui. Ne inventa di ogni colore per darci salvezza.
Il racconto della conversione di Ninive ha anche un’allegorie: tre giorni per girare la città per intero, un numero che richiama il tempo di Giona nel ventre della balena, ma anche i tre giorni della morte nel sepolcro di Cristo!

Nella Seconda lettera ai Corinzi due sono le frasi importanti che aiutano a chiarire il rapporto che noi cristiani dobbiamo avere con la realtà mondana:
 “Il tempo si è fatto breve” (v.29) e “Passa la scena di questo mondo”.
Paolo non intende il tempo in senso cronologico ma come momento favorevole (il Kairos), l’occasione per delle nuove opportunità. Paolo non è un menagramo, predicatore di apocalissi o di fine del mondo. Al contrario, manda un messaggio di speranza e consolazione. Noi siamo chiamati a vivere nella vigilanza, prendendo correttamente la distanza dalla realtà terrena, vivendo si nel mondo ma con lo stile di chi porta con se il Signore. Sono cinque le volte in cui si dice di vivere “come se non”… è l’invito pressante della conversione, del distacco per quanto possibile delle cose terrene, per riempire il tempo della presenza di Cristo.

Chiediamo allo Spirito di illuminarci sul senso dello scritto di Paolo. È chiaro il significato di quelli che piangono … gioiscono … ma quanto è sibillina la frase:
“Il tempo si è fatto breve; ora innanzi quelli che hanno moglie vivano come se non l’avessero”? Abbiamo bisogno di comprendere che noi coniugi siamo chiamati a realizzare il progetto di Dio attraverso l’unione ma senza perdere lo spirito del pellegrino e del forestiero perché la vera patria la incontreremo nell'eternità.
I nostri figli, il nostro partner non sono nostri, né apparteniamo a questo mondo dove tutto è labile. È così anche per chi è nello stato di figlio, lavoratore o missionario. Ognuno ha il suo ruolo, il suo compito assegnato. Viviamo con gioia questi attimi passeggeri, non disprezziamo la concretezza, insegna Paolo, ma non dimentichiamo l’Assoluto .

Il Vangelo di Marco narra, con la consueta veste asciutta, le altre chiamate lungo il mare di Galilea, dei discepoli.
All'inizio del brano, l’evangelista offre le coordinate, per vivere in profondità, la lieta notizia che Gesù è venuto a portare:
 “Il tempo è compiuto, il Regno di Dio si è fatto vicino. Convertitevi e credete al Vangelo” (v.15)

C’è da notare una particolarità.
Finora abbiamo visto tanta gente uscire di casa per recarsi sulle rive del Giordano a trovare il Battista e un battesimo. Ora è Gesù stesso che si reca dove la gente vive la sua esistenza. Ecco il venire di Dio in mezzo all'umanità, il farsi incontro del Signore agli uomini.
Questo può accadere solo se gli ascoltatori credono e si convertono.
Se l’uscio del nostro cuore rimane chiuso sarà impossibile per Gesù raggiungerci. Il Vangelo continua con il racconto della chiamata ai primi discepoli, con le due coppie di fratelli, Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni.
Ai primi due, Gesù dice: “Seguitemi e vi farò pescatori di uomini”. Simone riceve il nome di Cefa, cioè Pietro e avrà un dono grande e gravoso dal Signore:
“Pasci le mie pecore e i miei agnelli”.
Anche a noi, Gesù mostra il suo piano divino nei nostri confronti.
Esso tiene conto delle doti di ognuno di noi. Non ci viene chiesto l’impossibile ma, per un mistero insondabile, non si interessa delle nostre inevitabili debolezze. Dio ci sceglie ma la sua chiamata esige decisione. Anche per noi, come per gli apostoli, non conta il passato, né il futuro.
Conta l’oggi, il presente che abbiamo tra le mani.
Anche a noi ci viene detto: “Sarete pescatori di uomini”.
Li dovremo conquistare a Dio non con lenze ed esche ma con testimonianza di vita, sul grande modello di Gesù infallibile testimone.
 Anche la chiamata di Giacomo e Giovanni porta con se un insegnamento.
Si legge: “… lasciarono la barca con il padre e i garzoni e lo seguirono”.
Erano persone agiate, avevano dipendenti e una piccola impresa di pesca ben organizzata. Gesù li toglie da questo benessere perché sa che è una condizione che prima o poi finirà. La sua è una chiamata per la vita eterna!
 Un bene molto più grande è sempre pronto anche per noi. Solo che spesso non ce ne rendiamo conto. Noi non guardiamo oltre la punta del naso, Dio è lungimirante!

Per la nostra preghiera:
O Signore Gesù ci chiami incessantemente alla conversione,
ci insegni continuamente a saper approfittare del tempo propizio concessoci.
Non permettere che ci distraiamo.
Mantieni i nostri cuori consacrati a te e nello stato di vita a cui Tu ci hai chiamati.
Vogliamo piacerti, capiamo che questa è l’unica cosa della quale vale veramente la pena di preoccuparsi.

Aiuta noi e le nostre famiglie a capire tutto questo.

venerdì 7 novembre 2014

Dedicazione Basilica Lateranense: 32 esima T.O.

Ezechiele 47,1-2.8-9.12; Salmo 45; Corinzi 3,9 c 11.16-17; Giovanni 2,13-22 

La Dedicazione della Basilica Lateranense ci invita in questa domenica, a riflettere sugli edifici in pietra, costruiti dall'uomo per onorare il Salvatore.
Sono segni esteriori e sensibili della vittoria della fede cristiana sul paganesimo occidentale. Sono anche testimonianza viva dei tanti martiri dei primi secoli di cristianesimo.

La grande chiesa del Laterano, sede del vescovo di Roma, ricorda la conversione di Costantino, imperatore che nel 312 divenne cristiano e fece costruire questa grande basilica per ringraziare Dio del dono della fede.
Fu la prima chiesa consacrata pubblicamente e in seguito dedicata alle grandi figura del profeta San Giovanni Battista e dell’altro Giovanni l’Evangelista.
Si tennero al suo interno numerosi concili e oggi è il centro simbolico della comunione di tutte le chiese sparse nel mondo.

Pietre importanti quindi ma, come dice il profeta Ezechiele nella prima lettura, dovremmo meditare su un Dio che non è possibile imprigionare tra quattro mura seppur sacre!
Egli, infatti, è infinito e neppure la vastità dei cieli può contenerlo!
La città di Dio è incontenibile, come dice il salmo, rallegrata da corsi d’acqua pura e se noi saremo degni il nostro Signore non ci farà vacillare, ci soccorrerà a ogni difficoltà.
Rigenerato dalle acque del Battesimo, il popolo di Dio è in cammino verso la pienezza di una vita senza fine.
 Eppure, si medita tra le righe di questo brano profetico, che quando un popolo fedele si riunisce nel nome del Signore in una chiesa, anche la più piccola minuscola cappella, l’Onnipotente lascia di buon grado il suo luogo immenso, puro e sublime, calandosi nella realtà dell’umano, per incontrare e amare i suoi figli.

L’incontro con Dio ci fa diventare, così come si legge nella seconda lettura, di San Paolo ai Corinzi, noi stessi edifici di culto, tempio santo che contiene lo Spirito del Creatore.
Nessuno di noi, allora, può essere toccato perché nessuno può profanare la casa di Dio con atti vergognosi, neanche noi stessi con comportamenti deplorevoli. San Paolo, in altri scritti ricorda il nostro dovere di essere figli irreprensibili agli occhi di Dio.
Ma è tutto il Nuovo Testamento che ci invita, a più riprese, a compiere un passo ulteriore.
È all'interno della nostra vita e della nostra comunione con Cristo che troviamo lo spazio sacro più alto e santo per innalzare a Dio il nostro culto.
Paolo, tra le righe, dice che siamo noi stessi architetti e costruttori del tempio. Edifichiamo su di una pietra angolare che regge l’universo, il Cristo!
Noi siamo suoi manovali, a volte inesperti e goffi, che debbono comunque darsi da fare per difendere questo tempio in perenne costruzione, dai sabotatori, i maligni che vogliono abbatterlo e impedire l’edificazione di un giusto luogo di Dio.
Importante è che tutto il popolo di Dio sia unito e che non ci siano divisioni perché tutti insieme
formiamo questo tempio di Dio.

Il Vangelo di Giovanni è di fondamentale importanza.
Lo capiamo se ricordiamo che questo episodio, insieme a quelli della Morte e Risurrezione del Signore e la Moltiplicazione dei Pani, tutti e quattro gli Evangelisti lo ricomprendono nei loro scritti. Gesù ha iniziato la sua missione pubblica a Cana col primo miracolo, si ferma a Cafarnao e poi si dirige a Gerusalemme per la Pasqua.

Nella città santa avviene un episodio quasi sconcertante. Gesù, che abbiamo imparato a vedere mite uomo d’amore, appare così sdegnato da perdere quasi le staffe.
Al tono fermo della voce fa seguire subito dopo dei gesti forti: una frusta che schiocca, tavoli che vengono rovesciati, mercanti scacciati in malo modo dal tempio, insieme alle loro mercanzie, gettate fuori le mura sacre.
Gesù non sopporta che il tempio, segno della presenza stabile del Padre in mezzo al suo popolo, luogo sacro per eccellenza, venga profanato, trasformato in vile mercato, nella insana logica del profitto che infesta tutto il nostro misero mondo ancora oggi.
Il mercato ha il suo segno nel denaro, nel sopruso del ricco che può permettersi di spendere verso il povero. Certo, quel gesto furibondo acuisce lo scontro.
Il mercato assicurava a Caifa, sommo sacerdote ottimi introiti.
Il gesto di Gesù prelude al seguito del capitolo quando a Lui, che si professa Figlio di Dio, viene chiesto un segno che il Messia non vorrà dare.
I mercanti di allora sono oggi quelli che aprono le loro insegne domenicali, in centri commerciali in cui si riversano migliaia di famiglie che, anziché onorare il giorno dedicato al Signore, si votano al dio denaro, a un nuovo “vitello d’oro”. (Perché la reazione furibonda di Gesù è simile a quella di Mosè, quando scendendo dal Sinai con le Tavole del Decalogo, vede il popolo adorare dei inesistenti e respingere l’unico vero Signore del mondo!).
 “Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato”.
E l’evangelista Marco rafforzerà il concetto nel capitolo 11, 17
“La mia casa sarà chiamata casa di preghiera”.
Luca dirà invece: “… e voi ne avete fatto una spelonca di ladri”. (19, 45)

Comprendiamo il senso della parola “Casa del Padre”?
Se davvero capissimo avremmo in noi il desiderio bruciante di stare in chiesa e adorare il Signore nel suo tempio santo! Inoltre chiediamoci a quale livello dobbiamo collocarci per capire Gesù.

Il nostro cammino ha bisogno di catechesi se vogliamo penetrare il mistero del Cristo.
 Nella lettura del brano evangelico segue poi la grande, ennesima disputa del Salvatore con i Giudei circa la frase simbolo che annuncia il prodigio:
 “Distruggete questo tempio e in tre giorni io lo farò risorgere”.
Giovanni sente il bisogno di specificare che Egli parlava del tempio del suo corpo.
Non era possibile la comprensione per gli uditori che avevano nella mente e negli occhi i 46 anni occorsi per l’edificazione del grande tempio di Gerusalemme.
Le parole erano incomprensibili agli stessi Apostoli. Anch'essi brancolavano nel buio, senza rendersi conto che quello di Gesù, nel Vangelo giovanneo, era il primo annunzio della sua morte e resurrezione.
Nessuno capiva che il tempio di Gerusalemme o qualsiasi altro spazio sacro, può essere solo un segno, un simbolo che ci aiuta all'incontro con Dio, lo facilita ma non lo sostituisce.

Gesù lo incontriamo a prescindere dalle mura della chiesa, nei sacramenti, nei fratelli, particolarmente in quelli bisognosi.
Tutto questo è chiaro in noi? Noi capiamo il comportamento e le parole di Gesù? C’è in noi la passione insana del denaro? La ricchezza è il fine della nostra esistenza? O abbiamo qualche altro idolo nascosto? Sappiamo rinunciare al superfluo o a qualcosa che reputiamo importante per far posto unicamente a Gesù?

Il Vangelo di Giovanni si conclude con il verbo che più di ogni altro l’evangelista usa nei suoi scritti: videro e credettero!
A noi, cosa vuol dirci il Vangelo? Dal tempio in cui noi offriamo sacrifici spirituali, portiamo fuori coerenza di gesti, di scelte di vita?
Non è possibile pregare in chiesa e poi comportarci scorrettamente nei confronti dei fratelli. Inutili sono le elemosine, la carità spicciola, il falso perbenismo che operiamo credendo di avere coscienza a posto. Sono gesti che non ci salvano in caso di comportamenti squallidi.
 La nostra coerenza di vita è minacciata dalla fragilità e dobbiamo chiedere con fede di essere illuminati dallo spirito per discernere il bene dal male.

venerdì 31 ottobre 2014

Festività di Tutti i Santi

Apocalisse di S. Giovanni A. 7,2-4.9-14; salmo 23; 1 S.Giovanni 3,1-3; Matteo 5,1-12 a

La vita terrena dicono sia come una corsa a cronometro: chi parte prima, chi dopo, chi arriva prima, chi arriva dopo. Ma tutti giungiamo allo stesso traguardo. L’importante è come ci si arriva.

Questi due giorni, Festa di Tutti i Santi e Commemorazione dei nostri defunti, ci offrono profonde meditazioni sulla nostra esistenza.
Per noi ogni giornata è un tesoro di cui si deve render conto a Dio.
La morte, diceva un Padre della Chiesa, è il più potente, il più indiscutibile dei predicatori. Cerchiamo sempre una guida, in questa nostra esistenza, per affrontare il cammino verso l’alto, per lasciare la pianura e salire in montagna dove respirare aria buona, aria di vita eterna.
Cerchiamo sempre, riuscendoci poche volte, a lasciarci dietro la fatica del quotidiano, per ascendere con nuove forze e intuire la dimensione della beatitudine.

Le nostre guide sono i Santi, immagine viva dell’amore di Dio.
La loro grandezza è nascosta nel loro spirito.
Dio irrompe nella loro anima, con la pienezza della sua grazia e vi stampa un’orma più vasta mostrando la Sua presenza e il Suo volto.
I Santi, dovunque passano, lasciano qualcosa di Dio.
Essi solo lasciano tracce, gli altri fanno rumore ma non lasciano segni del loro passaggio.
Il loro esempio è un aiuto alla nostra debolezza, un sostegno alla nostra fede vacillante, un incitamento alla virtù.

Nel giorno della santificazione universale, Gesù proclama le Beatitudini, all'interno del grandioso “Discorso della Montagna”, considerato il “Manifesto del Regno”, il compendio della vita cristiana. Le Beatitudini sono la “Magna Charta” dei fedeli di Dio, il proclama che in otto punti stabilisce le condizioni per accedere al Regno. Gesù le conferma con il suo esempio e, nei capitoli 8 e 9 del Vangelo di Matteo, farà seguire ben dieci miracoli a conferma dell’autorità unica di Maestro,
Messia e Salvatore.
Certo che le Beatitudini rappresentano una rivoluzione nella vita religiosa, familiare, sociale di noi, popolo di Dio.
Sul monte detto proprio delle Beatitudini, il Maestro indica il completamento dei Comandamenti indicati da Dio sul Sinai. Gesù è il nuovo Mosè e porta un’unica grande legge:”Ama”.
Solo l’amore rende felici.
Sono beati, cioè felici, coloro che sono poveri. Incredibile pensarlo, è fuori da ogni logica umana. I poveri ci riescono perché non sono attaccati ai beni materiali, si affidano solo a Dio.
Beati sono coloro che non fanno di se stessi il proprio idolo, che non si pongono nei confronti della vita con arroganza, i Beati sono i poveri di spirito.
Così i sofferenti, i perseguitati, i miti, gli affamati di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, tutti coloro che tra sé e Dio non mettono altri idoli come denaro, sesso, successo, materialismo.

Occorre che anche noi ci facciamo “poveri nello spirito”, impoverendoci del nostro io.
Il povero di spirito è colui che si fa libero per il Vangelo, che sa condividere con i poveri, che attende tutto da Dio, che da spazio nella sua vita a Dio, che non desidera nulla se non Dio, nella semplicità di un fanciullo che si mantiene tranquillo nelle prove.
Il Regno è assegnato a coloro che hanno l’umiltà interiore.
Necessario è uccidere in noi la superbia e fuggire gli onori del mondo.

In Matteo, le Beatitudini sono otto, per Luca sono, invece, quattro, con l’aggiunta di quattro maledizioni.
Per Luca, Gesù parla in seconda persona, per Matteo in terza persona, in forma cioè universale. I santi, dei quali oggi celebriamo la comunione, vivono appunto la beatitudine del Paradiso. Tante volte ci siamo chiesti come sia possibile incamminarci sulla strada della carità, quella descritta mirabilmente da San Paolo:
 “La carità non avrà mai fine … Adesso conosco in modo imperfetto ma allora conoscerò perfettamente come anch'io sono conosciuto” (1 Cor 13, 8-12).

Ecco quindi che il Vangelo di oggi ci indica la strada delle Beatitudini. Ricercandole ci incamminiamo sulla strada del Regno:
 “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno per causa mia … Beati gli operatori di pace … Beati i puri di cuore … Beati i perseguitati per la giustizia … “.
E, l’amore che rende beati è celebrato nella seconda lettura, tratta dalla prima lettera di San Giovanni Apostolo, capitolo 3.
 Il mondo capisce ciò che vede, ciò che tocca. Come fa l’occhio naturale, l’occhio inquinato dell’uomo a scorgere Gesù?
Come fa l’uomo a capire a fondo ciò che è divino? È come quando pretendiamo di fissare lo sguardo sul sole!
Il mondo non ha conosciuto Dio e quindi non ha conosciuto la nostra dignità di figli.
Quella parte di mondo che non riconosce Cristo, il Figlio eterno, non può riconoscere neanche noi. Qui “conoscere” sta per “non ci ama”, non ci sopporta. Perché i veri figli di Dio incutono timore al mondo. I veri figli di Dio giudicano il mondo e lo mettono in crisi! Le tenebre non sopportano la luce. È finita per le tenebre se accolgono la luce! E allora, ecco il versetto che dice: “Ciò che saremo … saremo simili a lui …”.
Oggi siamo imprigionati nel mondo in un contesto di umiltà e mistero, tanto che il mondo fatica a capirci.
Ma noi sappiamo lo splendore della dignità futura, possiamo immaginare, anche se lontanamente, le tenerezze di Dio per i suoi figli quando cadranno i limiti umani e corporali e parteciperemo alla sua grande gloria, quando “lo vedremo così come egli è, senza confini nella intimità con lui e saremo sempre insieme a lui.
Per questo i santi vedono l’ora della morte come quella della gioia!

Ma, attualizzando la Parola a tutti noi possiamo e dobbiamo chiederci:
Com'è il nostro rapporto con Dio? Abbiamo confidenza, gioia in lui, intimità, calore? Ci abbandoniamo a lui? Siamo figli che saltano al collo del papà per riempirlo di baci e non hanno paura nemmeno se hanno combinato guai perché sanno della misericordia di un papà?
Abbiamo nel Padre una fiducia incondizionata? O, al contrario, c’è un rapporto di timore, di venerazione fredda, di burocrazia, lontananza, addirittura sospetto?

La prima lettura, tratta dall'Apocalisse parla con l’allegoria tipica di questo libro di 144 mila buoni che, mediante il sigillo, sono preservati non dalle sofferenze ma dalla dannazione eterna.
Questo numero di anime rappresentano l’immensa moltitudine degli uomini di ogni parte della terra che, con la Fede e in forza del Battesimo, aderiscono al Cristo e trionfano con Lui in cielo.
La vittoria è raffigurata dalla veste bianca e con la palma del martirio, a significare le tribolazioni, le prove e le tentazioni.
Le anime gridano che la loro vittoria è dovuta a una speciale grazia del Padre e al sangue dell’Agnello immolato, che è Gesù.


Per metterci sulla scia dei Santi concludiamo con le parole tratte dall'Imitazione di Cristo: “Beata l’anima che ascolta il Signore che le parla dentro e accoglie dalla sua bocca la parola di consolazione. Beate le orecchie che colgono la preziosa e discreta voce di Dio e non tengono in alcun conto i discorsi di questo mondo”.

giovedì 2 ottobre 2014

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Isaia 5, 1-7; Filippesi 4, 6-9; Matteo 21, 33-43; salmo 79/80 

La liturgia della Parola della XXVII domenica del T. O., nella sua seconda lettura, riporta le ultime esortazioni di Paolo alla comunità di Filippi.
 Una di queste ammonizioni, in particolare, colpisce tutti noi che corriamo e ci affanniamo ogni giorno: 
“Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste”. 

 Colpisce soprattutto la grande fede dell’Apostolo.
Lui non ha dubbio alcuno sulla Provvidenza, sull'intervento del Signore nella vita di ognuno di noi. Paolo è un germe vivo di speranza, un uomo che ha saputo porre in atto la Parola di Dio, portandola a tutti come messaggio di vita.
 Beati noi se riuscissimo a porre in atto ciò che ci viene consigliato.
 La Parola di Dio, in molte situazioni, soprattutto nei salmi, ricorda che non bisogna porre la propria speranza sugli uomini.
Siamo polvere che il vento disperde, cosa crediamo di poter fare?
Anche in più passi dei Vangeli, Gesù non manca spesso di istruirci all'affido dei nostri affanni a quella Provvidenza che si chiama Spirito Santo.
Dice che a Dio si affidano anche le piccole esistenze degli uccelli del cielo che non ammassano cibo per il futuro o sostanze, o ancora dei gigli del campo che, senza far niente, diventano belli nei colori e nelle forme, grazie all'intervento del Creatore.

“Di tutte queste cose- ammonisce il Signore- vanno in cerca i pagani … non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, di quello che indosserete … (Mt6, 25-34).

Come è vera questa Parola in un mondo d’oggi dove ovunque si trasmette sfiducia, timori per il futuro, pessimismo e rassegnazione.
La nostra vitalità deve tendere ad una vita maggiore, più grande che è ben sopra le nostre teste.
Noi siamo come fiori di campo il cui corpo sfiorisce ma che lasciano profumo intenso, nota viva di gioia nel mondo.
 Una cosa fantastica, credetemi, della quale non ci rendiamo conto quasi mai, presi dalle vicissitudini dell’esistenza terrena dove forze del male vorrebbero atterrirci con la paura dell’economia che va a rotoli, del futuro che è nebuloso, della possibilità di ammalarsi e soffrire o di dover fare a meno di una persona cara. Fateci caso.
 I giornalisti su carta stampata o sui Tg televisivi ci spaventano con profezie catastrofiche che deprimono gli animi, buttando ombre inquiete sui prossimi anni della nostra vita. In tutto il loro vocabolario e nello stile forbito che indubbiamente hanno nello scrivere articoli, non esiste una parola che si chiama Provvidenza.
Neanche un sinonimo che ci si avvicini. Si azzerano quasi le aspettative verso l’intervento di Dio.
Il proverbio che diceva “aiutati che Dio ti aiuta”, oggi è cambiato in “aiutati che Dio non c’è”. Eppure ogni paura di cui soffriamo è contro la volontà di Dio e la Parola lo ribadisce molte volte.

 Il messaggio quindi è forte e chiaro: nel nostro cuore e nella nostra mente ci deve essere la certezza dell’intervento di Dio.
Sarebbe consolante fare tutto come se dipendesse da noi stessi, ma sapendo bene che tutto dipende da Dio che opera per il nostro meglio. A volte il nostro meglio non è quello che crediamo, ricordiamoci le parole di Dio di due settimane fa: “Le mie vie non sono le vostre vie …”. Continua Paolo nelle esortazioni e nei consigli ricordando che la preghiera genera serenità e gioia anche in mezzo alle angustie.
Non è il mondo a darci pace, dato che non è in grado di offricela ma è la grazia di Dio che si spande in chi prega.
C’è comunque bisogno del nostro impegno quotidiano e l’Apostolo dice che “quello che avete imparato da me mettetele in pratica e avrete pace …”.

Occorre una mente libera dalle angustie del mondo per ricevere le sollecitazioni del Signore e dare spazio a pensieri edificanti.
E il pensiero che può liberarci dalle angustie è questo: Nessuno è ordinario. Ogni essere umano è straordinario perché Dio non ha creato persone inutili. Siamo tutti speciali per merito di Dio. E il nostro Creatore mai ci abbandonerebbe.
Non abbiamo bisogno di essere un grande pittore, un leader, non abbiamo bisogno di essere grandi, lo siamo già!

 Con la prima lettura di Isaia, siamo davanti a un capolavoro della poesia ebraica che inizia quasi come parabola piacevole, riposante, per terminare in un crescendo inquietante fatto di delusione e di attesa frustrata. Già secoli prima si insinua il giudizio severo del padrone che, con amore dissoda, sgombra di pietre la sua vigna, la colma di viti pregiate per far sì che produca frutti buoni. Incredibilmente la vigna dà acini acerbi. Naturalmente l’allegoria è chiara.
La vigna del Signore è il popolo infedele di Israele, colmato di doni che restituisce solo del male. Siamo noi la vigna che produce frutti acerbi.
Il Signore è lì che aspetta un buon raccolto dalla nostra vita. Lo ribadisce il salmo dove si alza la preghiera di chi si pente della sua condotta e urla:
 “Da te non ci allontaneremo mai più … fai splendere il tuo volto e saremo salvi … visita questa vigna e proteggi quello che la tua destra ha piantato “.

 Il Vangelo di Matteo continua con una nuova parabola sulla vigna che contiene solenni avvertimenti alle autorità religiose d’Israele, le cui macchinazioni contro Gesù sono denunciate apertamente dal Figlio di Dio.
Il brano del Vangelo proclamato in questa Ventisettesima Domenica del Tempo Ordinario corrisponde ai versetti 33-43 tratti dal capitolo 21 del Vangelo di Matteo
 Questa parabola si trova anche negli altri Vangeli sinottici ed in particolare nel Vangelo di Marco, 12, 1-12 e Luca 20,9-19.
Viene proclamata da Gesù nel contesto dei discorsi nel Tempio di Gerusalemme e quindi è rivolta alle persone nel Tempio compreso i sacerdoti, i capi del popolo e la gente comune. Da un punto di vista cronologico siamo nella settimana che precede la Passione. Nella vigna accade una vera e propria storia di violenza, un crescendo di comportamenti non giustificabili, un delirio che non trova motivazione.
Gli assassini, dopo aver bastonato a morte i contadini inviati dal padrone, decidono di fare violenza anche al figlio del padrone, proprio perché l’erede, e cosi: “lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero”.

I vignaioli omicidi sono i capi religiosi di Israele. Il loro atteggiamento vile non ostacolerà la salvezza. Essi rifiutano l’appello alla conversione e su di loro pende il giudizio inesorabile di Dio. Non potranno arrestare il cammino di salvezza perché il vero Israele è fatto di fedeli e poveri del Signore. Sono loro i veri appartenenti al popolo di Dio, diversi tra loro per razza, cultura e mentalità ma uniti nel nome di Cristo.
Per ottenere la salvezza, anche noi dovremo riconoscere che Cristo è la pietra angolare sulla quale poggiare la nostra vita!

Qui diventa palese l’ammonimento del Vangelo:
 ”Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?", 
chiede Gesù a chi lo ascoltava allora nel Tempio ed ora a noi attraverso la Parola. La risposta è ovvia: i contadini verranno puniti e sostituiti con chi darà onestamente la sua parte di frutti. E badate bene non può esserci altra risposta... anche gli interlocutori di allora non possono che affermare in questo senso la giustizia dei fatti.

La considerazione da fare per la nostra vita è: Noi, servitori della vigna, siamo fedeli oppure servitori “assassini”…
Siamo in grado di fare posto a Gesù, il figlio del padrone, nella nostra vita? Questo approccio attualizza il Vangelo proclamato in questa domenica alla nostra vita.