Per sant'Agostino “la vita è ginnastica del desiderio. Facciamo dell’Avvento un ristoro per l’esistenza e l’anima!
“Ricominciamo”!
Più che cantare, gridava così Adriano Pappalardo, cantante meteora dei favolosi anno’70, quello che urlava sulle note e strabuzzava gli occhi mentre sembrava voler mangiare il microfono che aveva davanti.
Ho voluto scrivere questo articolo per dire: Basta facce segnate, impaurite!
La realtà di chi ha il dono della fede, è sempre positiva.
L’Europa, ha detto Papa Francesco, non deve ruotare intorno all'economia ma intorno alla sacralità della persona umana.
Come siamo arrivati in questo mondo d’oggi, a calpestare la dignità delle persone, sia di quelle che lavorano che dei milioni di disoccupati, io lo so perfettamente.
Abbiamo, purtroppo, abbandonato l’idea di un Dio che ci cammina accanto.
L’uomo di oggi, nella maggior parte dei casi, è immerso nella superbia, nell'ipotesi migliore nella inquietudine e nella convinzione che nulla cambierà mai.
Siamo ormai fragili cocci di terracotta, annoiati, deboli e anche privi di interessi, direi indifferenti al dono della vita.
C’è anche un’altra categoria di persone che, meditando la conversione di San Paolo, sulla via di Damasco, crede di potersi salvare in maniera fatalistica, per intervento divino.
Pensano che prima o poi Dio manderà, come gocce di pioggia, la fede sul capo di ognuno di noi. Lo Spirito scenderà sulle teste, come nuova Pentecoste individuale.
Il Signore, amici miei, esige l’intervento di ognuno di noi.
La fede non è una folgore che ti colpisce senza che tu faccia niente.
San Paolo, quando cadde da cavallo, diventando momentaneamente cieco, conosceva il Dio dei cristiani, ci credeva a modo suo, ma il Signore era già insinuato nel profondo delle sue membra.
Occorre metterci in cammino senza ansie e non attendere, da lassisti, un pacco dono per il Natale con sopra scritto: “Fragile! Contiene fede”.
Magari ci sarà anche qualcuno che pensa a un disguido postale per il pacco che tarda ad arrivare.
Capiamoci bene: Inutile attendere le luminarie, distribuire regali a destra e a manca per regalarsi un Natale gioioso se non iniziamo una revisione completa della nostra miserabile esistenza fatta di indifferenza per gli altri.
Mettiamoci in cammino!
Accogliamo a braccia aperte chi può donarci gioia, salvezza, senso della vita.
Non affidiamoci sempre alla casualità assoluta.
Determiniamo noi stessi quello che saremo per il resto della nostra povera vita!
Negli squarci di vita quotidiana apparentemente banali che scorrono sotto gli occhi, cerchiamo di accorgerci di quelle cose piccole che rendono significative le nostre ore su questa terra. Chiediamoci chi ci dona tutto questo.
E non fermiamoci al solito luogo comune di un mondo che sta cambiando, dove non esistono più certezze né ideali, dove ferite e lacerazioni provocano smarrimento e scetticismo per il futuro.
Combattiamo questo non ricorrere alla Provvidenza.
L’occasione dell’Avvento è ghiotta!
Riscopriamo i due verbi, attesa e attenzione.
Hanno medesima radice, cioè “tendere a”, rivolgere mente e cuore a chi può darci vita, quella vera.
È possibile volersi bene, non è utopia la gioia cristiana, non è impossibile vivere senza paure, senza dover rinunciare a nulla, senza dover nascondere o censurare la nostra umanità.
Utilizziamo quell'energia incontenibile che lo Spirito ci dona e della quale, spesso, non conosciamo l’esistenza.
Ricominciamo a vivere! Ogni mattina, ogni istante!
Tutti in cammino, per farci prossimi, Dio a noi, noi agli altri, io a me stesso.
Abbreviamo le distanze tra cielo e terra, tra uomo e uomo, tra uomini e Dio.
Dice Isaia: “Perché lasci indurire il nostro cuore lontano da te”?
È come se fossimo tutti malati di “sclerocardia”!
Se avremo il cuore dolce in questo Avvento, saremo perdonati e torneremo a vivere. Ci allontaneremo da un’esistenza dormiente che non si cura di albe e tramonti, ma che è dominata dalle distrazioni di un mondo barbaro.
L’incontro con Cristo, con il Bimbo che sta per arrivare nell'umiltà di una grotta, è un’esperienza in grado di ridestare l’umano che c’è in ognuno di noi, dando il via al cammino decisivo dell’esistenza, verso quella felicità che il Signore ha promesso ad ogni uomo!
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mercoledì 10 dicembre 2014
domenica 7 dicembre 2014
IMMACOLATA CONCEZIONE
Genesi 3,9-15.20; Efesini 1,3-6.11-12; Luca 1,26-38
Dal Libro della Genesi
Ma il Signore Dio chiamò l'uomo e gli disse: «Dove sei?». Rispose: «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto». Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell'albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?». Rispose l'uomo: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell'albero e io ne ho mangiato». Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato». Allora il Signore Dio disse al serpente: «Poiché tu hai fatto questo, sii tu maledetto più di tutto il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche; sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno».
Dal Vangelo di Luca
Nel sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all'angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto»
Fu nel 1854, l’otto dicembre, che Pio IX proclamò Immacolata, cioè concepita senza peccato, la “donna vestita di sole”, la Vergine madre di Dio. Secoli prima la Chiesa d’Oriente già venerava ed esaltava la figura di Maria.
In Occidente fu necessario l’intervento dello Spirito Santo su questo papa per ufficializzare questa verità della Chiesa.
Quattro anni dopo, a conferma del dogma, si verificarono le prodigiose apparizioni della Vergine alla piccola Bernadette Soubirous, presso la grotta di Lourdes.
Nel cuore dell’Avvento, durante questo cammino di conversione e di attesa, ecco che la Chiesa ci propone il fulgido esempio di questa ragazzina libera da ogni macchia di peccato. La sua figura si staglia sull’attesa del Figlio di Dio a preannunciare la possibile vocazione di ognuno di noi alla santità, alla liberazione dal peccato.
La prima lettura tratta dal Libro della Genesi, ci ricorda quale sarebbe la nostra condizione se Maria avesse detto no alla richiesta dell’angelo Gabriele e dal suo grembo verginale e preservato non fosse nato il Bambino Salvatore del mondo.
La terra sarebbe diventata ostile, un giardino in cui l’uomo non sarebbe stato più il padrone ma l’inquilino di un luogo pericoloso. Si sarebbe nascosto agli occhi di Dio, tremando al suo “Dove sei?”.
Così come Adamo non è più “in Dio”, chiediamoci della nostra condizione. Siamo in Dio? O siamo nel peccato? Abbiamo tolto spazio nella nostra vita, anche in parte, alla bontà del Signore? Siamo nei vicoli ciechi dell’egoismo, dell’avidità, superbia, luoghi sbagliati dell’anima? Ecco che giunge a noi la grande luce di Dio.
Maria ci mostra il volto misericordioso del Signore.
Dal buio del cuore umano, descritto nella prima lettura , si passa alla luminosa seconda degli Efesini in cui, mirabilmente, si svolge quello che è stato definito “Il Magnificat” di Paolo.
L’Apostolo vive duri anni di prigionia, eppure scrive ai cristiani facendo prorompere dal petto un cantico di benedizione.
L’uomo che si nasconde nel giardino dell’Eden, spaventato e curvo per il peccato, si scopre ora creatura nuova, benedetta dal Signore, risultato dell’opera mirabile del Signore venuto in terra, attraverso il grembo dell’Immacolata. La Vergine Maria è lì, a indicarci la via della santità, della gioia, della realizzazione della nostra vita. Ecco l’invito per noi: camminiamo nell'amore a schiena dritta!
Ciò che l’angelo Gabriele dice a Maria nell'Annunciazione, Vangelo di Luca, lo dice anche a noi! Entrando da lei la chiama:
“Piena di grazia”. E continua: “Il Signore è con te”, espressione spesso usata nell’A.T. e che dovrebbe farci chiedere il contrario e cioè se noi siamo con il Signore! Maria è la creatura umana che Dio ha redento in modo perfetto. Il suo immacolato concepimento è una mirabile opera di grazia del Redentore e in lei ci offre il modello di vita da seguire. Lei rimane turbata ma non spaventata come accade a Adamo ed Eva.
Nella sua umiltà Maria si rende conto dell’enormità di ciò che Dio ha preparato per lei e, subito dopo, dal petto prorompe: ”Ecco, io vengo per fare la tua volontà”.
La Madonna è destinataria del dono gratuito dell’amore di Dio, ma lo siamo tutti noi! Il suo amore gigantesco e incontenibile ci ha ridonato vita, la libertà perduta col peccato e ora non dobbiamo più nasconderci come Adamo.
Questo grazie a Maria che con il suo “fiat” ha avvicinato il Cielo alla Terra, ridando vita al mondo che era ormai sterile. Il grembo avvizzito della vecchia Elisabetta è il simbolo di una umanità abbattuta dal peccato che riprende vigore nel suo Dio, attraverso la Madre per eccellenza. Maria si presenta a noi “tota pulchra”, tutta bella nella sua purezza , nella sua bellezza umile. Per amarla dobbiamo rendere concreto il desiderio di immergerci nella sua purezza, realizzando il miracolo della presenza di Maria in mezzo a noi.
Contempliamo la Vergine. Già nel seno materno, lei era pura e pervasa da luce divina. Lei è visione del Paradiso e ci sostiene nel cammino che ancora ci separa da questo estremo stato di grazia quando contempleremo faccia a faccia il nostro Signore e Dio. A questo deve tendere il nostro cuore affaticato dalle ombre della vita terrena. Bandiamo gli atteggiamenti da sconfitti. Noi siamo cristiani benedetti da Dio.
Il Magnificat di Maria è anche il nostro! Sentiamo si o no, l’ombra di Dio sulla nostra vita? Basta camminare su percorsi di morte. Scopriamo i tanti segni di vita, visibili che a volte non sappiamo scorgere. Grazie Maria del tuo si! Anche noi vogliamo dire si al nostro Signore!
Dal Libro della Genesi
Ma il Signore Dio chiamò l'uomo e gli disse: «Dove sei?». Rispose: «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto». Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell'albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?». Rispose l'uomo: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell'albero e io ne ho mangiato». Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato». Allora il Signore Dio disse al serpente: «Poiché tu hai fatto questo, sii tu maledetto più di tutto il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche; sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno».
Dal Vangelo di Luca
Nel sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all'angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto»
Fu nel 1854, l’otto dicembre, che Pio IX proclamò Immacolata, cioè concepita senza peccato, la “donna vestita di sole”, la Vergine madre di Dio. Secoli prima la Chiesa d’Oriente già venerava ed esaltava la figura di Maria.
In Occidente fu necessario l’intervento dello Spirito Santo su questo papa per ufficializzare questa verità della Chiesa.
Quattro anni dopo, a conferma del dogma, si verificarono le prodigiose apparizioni della Vergine alla piccola Bernadette Soubirous, presso la grotta di Lourdes.
Nel cuore dell’Avvento, durante questo cammino di conversione e di attesa, ecco che la Chiesa ci propone il fulgido esempio di questa ragazzina libera da ogni macchia di peccato. La sua figura si staglia sull’attesa del Figlio di Dio a preannunciare la possibile vocazione di ognuno di noi alla santità, alla liberazione dal peccato.
La prima lettura tratta dal Libro della Genesi, ci ricorda quale sarebbe la nostra condizione se Maria avesse detto no alla richiesta dell’angelo Gabriele e dal suo grembo verginale e preservato non fosse nato il Bambino Salvatore del mondo.
La terra sarebbe diventata ostile, un giardino in cui l’uomo non sarebbe stato più il padrone ma l’inquilino di un luogo pericoloso. Si sarebbe nascosto agli occhi di Dio, tremando al suo “Dove sei?”.
Così come Adamo non è più “in Dio”, chiediamoci della nostra condizione. Siamo in Dio? O siamo nel peccato? Abbiamo tolto spazio nella nostra vita, anche in parte, alla bontà del Signore? Siamo nei vicoli ciechi dell’egoismo, dell’avidità, superbia, luoghi sbagliati dell’anima? Ecco che giunge a noi la grande luce di Dio.
Maria ci mostra il volto misericordioso del Signore.
Dal buio del cuore umano, descritto nella prima lettura , si passa alla luminosa seconda degli Efesini in cui, mirabilmente, si svolge quello che è stato definito “Il Magnificat” di Paolo.
L’Apostolo vive duri anni di prigionia, eppure scrive ai cristiani facendo prorompere dal petto un cantico di benedizione.
L’uomo che si nasconde nel giardino dell’Eden, spaventato e curvo per il peccato, si scopre ora creatura nuova, benedetta dal Signore, risultato dell’opera mirabile del Signore venuto in terra, attraverso il grembo dell’Immacolata. La Vergine Maria è lì, a indicarci la via della santità, della gioia, della realizzazione della nostra vita. Ecco l’invito per noi: camminiamo nell'amore a schiena dritta!
Ciò che l’angelo Gabriele dice a Maria nell'Annunciazione, Vangelo di Luca, lo dice anche a noi! Entrando da lei la chiama:
“Piena di grazia”. E continua: “Il Signore è con te”, espressione spesso usata nell’A.T. e che dovrebbe farci chiedere il contrario e cioè se noi siamo con il Signore! Maria è la creatura umana che Dio ha redento in modo perfetto. Il suo immacolato concepimento è una mirabile opera di grazia del Redentore e in lei ci offre il modello di vita da seguire. Lei rimane turbata ma non spaventata come accade a Adamo ed Eva.
Nella sua umiltà Maria si rende conto dell’enormità di ciò che Dio ha preparato per lei e, subito dopo, dal petto prorompe: ”Ecco, io vengo per fare la tua volontà”.
La Madonna è destinataria del dono gratuito dell’amore di Dio, ma lo siamo tutti noi! Il suo amore gigantesco e incontenibile ci ha ridonato vita, la libertà perduta col peccato e ora non dobbiamo più nasconderci come Adamo.
Questo grazie a Maria che con il suo “fiat” ha avvicinato il Cielo alla Terra, ridando vita al mondo che era ormai sterile. Il grembo avvizzito della vecchia Elisabetta è il simbolo di una umanità abbattuta dal peccato che riprende vigore nel suo Dio, attraverso la Madre per eccellenza. Maria si presenta a noi “tota pulchra”, tutta bella nella sua purezza , nella sua bellezza umile. Per amarla dobbiamo rendere concreto il desiderio di immergerci nella sua purezza, realizzando il miracolo della presenza di Maria in mezzo a noi.
Contempliamo la Vergine. Già nel seno materno, lei era pura e pervasa da luce divina. Lei è visione del Paradiso e ci sostiene nel cammino che ancora ci separa da questo estremo stato di grazia quando contempleremo faccia a faccia il nostro Signore e Dio. A questo deve tendere il nostro cuore affaticato dalle ombre della vita terrena. Bandiamo gli atteggiamenti da sconfitti. Noi siamo cristiani benedetti da Dio.
Il Magnificat di Maria è anche il nostro! Sentiamo si o no, l’ombra di Dio sulla nostra vita? Basta camminare su percorsi di morte. Scopriamo i tanti segni di vita, visibili che a volte non sappiamo scorgere. Grazie Maria del tuo si! Anche noi vogliamo dire si al nostro Signore!
sabato 29 novembre 2014
L'ATTESA: Prima domenica di Avvento ANNO B
Isaia 63, 16 b-17.19 64, 1-7; 1 Corinti 1,3-9; Marco 13,33-37
Dal Libro di Isaia:
Tu, Signore, tu sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità. Siamo diventati come coloro su cui tu non hai mai dominato, sui quali il tuo nome non č stato mai invocato. Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi:
Fratelli, grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo. Ringrazio continuamente il mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della scienza.
Dal Vangelo secondo Marco:
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso. E` come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare. Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perché non giunga all'improvviso, trovandovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!".
L’anno liturgico ciclo A si è appena concluso con l’invito pressante alla vigilanza e alla preghiera perché non è dato sapere quando il Signore ci chiamerà.
Anche all'inizio dell’anno B e nella prima domenica di Avvento siamo invitati, attraverso le parole dell’evangelista Marco, a “vegliare”, vigilanti nell'attesa.
Questo è il tempo di attesa della nascita di Gesù e dobbiamo prepararci ad accogliere degnamente il Verbo che si incarna in mezzo a noi, tenendo fermo il pensiero sul Signore che viene. Possiamo farlo ritrovando il gusto della preghiera e nell'ascolto della Parola di Dio. Solo così possiamo instaurare un tempo di colloquio intenso con il nostro Creatore.
Attraverso la preghiera e la meditazione possiamo vivere costantemente la tensione buona dell’attesa, tenendo accesa in noi la lampada del desiderio del Signore. L’attesa operosa è foriera di cose nuove e sante.
Nella nostra vita ci prepariamo sempre ad un evento nuovo per poter poi godere di quella situazione quando arriva.
È stato così per l’attesa di un figlio, per il nostro matrimonio, o quando abbiamo programmato una vacanza tanto agognata.
Mesi di pensieri, sogni, desideri, anticipando gioie, gesti, parole e situazioni. È così anche per l’incontro con la persona amata, Gesù Salvatore.
Viviamo nella fiducia che esso sarà realtà.
Ecco l’invito dell’Avvento e del brano evangelico di Marco.
L’attesa ci impegna a orientare le nostre scelte funzione dell’incontro per dare senso e compimento al nostro agire. Qualcuno potrà vedere nelle parole evangeliche:
“Vigilate perché non sapete quando sarà il momento preciso”, qualcosa di minaccioso e oscuro. Tutt'altro!
Il giorno e l’ora non ci viene detta semplicemente perché ogni momento della nostra esistenza è quello buono per aprirsi al Vangelo e impegnarvi la vita.
Non dobbiamo essere condizionati o, peggio, ossessionati dalle scadenze. Gesù ci vuole viventi e profondamente impegnati nell'ascolto e nel lavorio incessante per edificare il suo Regno sin dalla nostra vita terrena.
L’attesa dell’appuntamento con la salita al Cielo, nel Regno dei Beati, non deve darci ansia, trepidazione, ma gioia immensa e fiducia in Dio.
C’è un secondo insegnamento nel vangelo di Marco. Ci ripete di stare attenti.
Noi prestiamo attenzione a mille cose nella vita, al denaro, alla salute, al divertimento, alla guida in auto, a curare i nostri interessi.
Forse non rimane molta di questa attenzione per il nostro prossimo e per il Signore! Lui passa accanto a noi, nelle sembianze di un povero, di un sofferente e noi, presi dagli affanni e dalle attenzioni di cui sopra, non ce ne curiamo.
Anzi, siamo preda di un pessimismo profondo e non apprezziamo davvero la vita come dono. Riscopriamo quindi la virtù per eccellenza dell’Avvento: la speranza, il guardare con fiducia il futuro e con realismo il presente.
Dio è legato a noi a doppio filo, non può rimanere lontano dal suo servo
La prima bellissima lettura, tratta dagli scritti di Isaia, capitolo 63, ci porta a scoprire l’attesa desiderosa del popolo di Israele per le venuta del Messia, promesso e annunciato come prossimo dai profeti.
C’è un momento di grande intensità che è l’invocazione accorata del versetto 19: “Se tu squarciassi i cieli e discendessi”.
Ancora profonde le parole cariche di desiderio:
“Ritorna per amore dei tuoi servi … mai si udì parlare di un Dio che abbia fatto tanto per chi confida in lui …”. I
l popolo è consapevole del suo peccato!
Chiede perdono con fiducia e dice:
“Tu sei nostro Padre, noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani”.
Queste bellissime parole, tutte da rileggere e meditare, ci offrono un suggerimento per la nostra preghiera e contemplazione:
“Tu, Signore sei nostro Padre”. Tu hai voluto la nostra vita, ci hai affidato i fratelli.
Fa che chiunque venga a noi se ne vada sentendosi meglio perché ha visto la Tua bontà nei nostri occhi.
Non lasciarci cadere in balia del peccato, del sonno spirituale.
Fai che siamo capaci di essere autentici nel servizio, di saper ascoltare l’altro con pazienza, lasciandogli la possibilità di parlare.
Solo nell'atteggiamento dell’umiltà di ascolto potremo scendere dal nostro piedistallo per saper bussare con discrezione nella vita degli altri.
Tu che ci chiami servi, donaci di riconoscerci in Te che ti sei fatto servo per noi. La seconda lettura, tratta dalla prima lettera ai Corinzi di San Paolo, trova l’Apostolo che si rallegra con i cristiani di Corinto, comunità toccata dalla grazia di Dio in abbondanza di doni, perché vivono bene e intensamente l’attesa della venuta del Signore, il quale, quando verrà, li renderà irreprensibili, santi e immacolati.
Possa veramente Gesù, nel venire, fare questo per tutti noi! Purtroppo per noi l’attesa non piace molto al mondo di oggi. Nessuno pensa all'attesa come a una gioia. L’attesa si identifica come perdita di tempo, noia infinita, qualcosa da fuggire. È la cultura del nostro tempo fatta di velocità, di azione. Il verbo predominante è “agire”. Riscopriamo in questo tempo forte, la gioia di lasciare agire in noi quel Dio che non ci abbandona mai. Lasciamo agire la provvidenza, abbandoniamo il controllo esasperato del nostro futuro e viviamo l’attimo presente, l’unico che ci appartiene veramente, donandoci con la preghiera a Dio e con le opere ai fratelli.
Allora si che il nostro Avvento ci porterà cose nuove che andranno oltre le previsioni o l’immaginazione di ognuno di noi.
Ecco che San Paolo sembra dirci, attraverso le parole immortali dedicate ai fratelli Corinzi, che di Dio possiamo fidarci senza paura alcuna. Anche a noi sarà data la grazia che hanno ricevuto i Corinti e ci sarà donata la piena comunione con Lui.
Ma dobbiamo vivere intensamente e profondamente l’attesa.
D'altronde, l’Avvento ci ricorda in primo luogo che il nostro non è un Dio chiuso in se stesso ma è un Dio che viene verso di noi. Ci raggiunge con i Sacramenti, anche negli eventi della nostra vita, nelle prove e nelle sofferenze.
Come potrebbe essere altrimenti? Egli ci ha creato e ha cura di noi, siamo suoi, gli apparteniamo e ci ama profondamente.
Cogliamo l’occasione per meditare, in questa prima di Avvento, che il Salvatore viene sotto le sembianze dei fratelli più piccoli.
Ecco il senso dell’”Evangeli Gaudium” di Francesco:
“Usciamo con coraggio dalle nostre comodità, per raggiungere le periferie del mondo, lì dove i fratelli vivono nelle difficoltà”.
Solo così l’Avvento ci legherà profondamente a Gesù che viene. Solo così saremo servi fedeli. Il servo, secondo il Vangelo è uno che scrive sulla sabbia quello che dona e incide sulla pietra quello che riceve, è colui che appartiene alla razza di quanti, dopo aver fatto il loro turno dicono:
“Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”: (Luca 17,10)
Viviamo purtroppo in un lungo inverno di sentimenti inariditi e di narcisismo asfissiante, i cui miti sono l’auto realizzazione a ogni costo, l’auto gratificazione a qualsiasi prezzo. Noi camminiamo contro corrente.
Riscopriamo il Natale a cui ci prepariamo pensando che c’è più gioia nel sentirsi amati che nel venire compensati.
Dal Libro di Isaia:
Tu, Signore, tu sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità. Siamo diventati come coloro su cui tu non hai mai dominato, sui quali il tuo nome non č stato mai invocato. Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi:
Fratelli, grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo. Ringrazio continuamente il mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della scienza.
Dal Vangelo secondo Marco:
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso. E` come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare. Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perché non giunga all'improvviso, trovandovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!".
L’anno liturgico ciclo A si è appena concluso con l’invito pressante alla vigilanza e alla preghiera perché non è dato sapere quando il Signore ci chiamerà.
Anche all'inizio dell’anno B e nella prima domenica di Avvento siamo invitati, attraverso le parole dell’evangelista Marco, a “vegliare”, vigilanti nell'attesa.
Questo è il tempo di attesa della nascita di Gesù e dobbiamo prepararci ad accogliere degnamente il Verbo che si incarna in mezzo a noi, tenendo fermo il pensiero sul Signore che viene. Possiamo farlo ritrovando il gusto della preghiera e nell'ascolto della Parola di Dio. Solo così possiamo instaurare un tempo di colloquio intenso con il nostro Creatore.
Attraverso la preghiera e la meditazione possiamo vivere costantemente la tensione buona dell’attesa, tenendo accesa in noi la lampada del desiderio del Signore. L’attesa operosa è foriera di cose nuove e sante.
Nella nostra vita ci prepariamo sempre ad un evento nuovo per poter poi godere di quella situazione quando arriva.
È stato così per l’attesa di un figlio, per il nostro matrimonio, o quando abbiamo programmato una vacanza tanto agognata.
Mesi di pensieri, sogni, desideri, anticipando gioie, gesti, parole e situazioni. È così anche per l’incontro con la persona amata, Gesù Salvatore.
Viviamo nella fiducia che esso sarà realtà.
Ecco l’invito dell’Avvento e del brano evangelico di Marco.
L’attesa ci impegna a orientare le nostre scelte funzione dell’incontro per dare senso e compimento al nostro agire. Qualcuno potrà vedere nelle parole evangeliche:
“Vigilate perché non sapete quando sarà il momento preciso”, qualcosa di minaccioso e oscuro. Tutt'altro!
Il giorno e l’ora non ci viene detta semplicemente perché ogni momento della nostra esistenza è quello buono per aprirsi al Vangelo e impegnarvi la vita.
Non dobbiamo essere condizionati o, peggio, ossessionati dalle scadenze. Gesù ci vuole viventi e profondamente impegnati nell'ascolto e nel lavorio incessante per edificare il suo Regno sin dalla nostra vita terrena.
L’attesa dell’appuntamento con la salita al Cielo, nel Regno dei Beati, non deve darci ansia, trepidazione, ma gioia immensa e fiducia in Dio.
C’è un secondo insegnamento nel vangelo di Marco. Ci ripete di stare attenti.
Noi prestiamo attenzione a mille cose nella vita, al denaro, alla salute, al divertimento, alla guida in auto, a curare i nostri interessi.
Forse non rimane molta di questa attenzione per il nostro prossimo e per il Signore! Lui passa accanto a noi, nelle sembianze di un povero, di un sofferente e noi, presi dagli affanni e dalle attenzioni di cui sopra, non ce ne curiamo.
Anzi, siamo preda di un pessimismo profondo e non apprezziamo davvero la vita come dono. Riscopriamo quindi la virtù per eccellenza dell’Avvento: la speranza, il guardare con fiducia il futuro e con realismo il presente.
Dio è legato a noi a doppio filo, non può rimanere lontano dal suo servo
La prima bellissima lettura, tratta dagli scritti di Isaia, capitolo 63, ci porta a scoprire l’attesa desiderosa del popolo di Israele per le venuta del Messia, promesso e annunciato come prossimo dai profeti.
C’è un momento di grande intensità che è l’invocazione accorata del versetto 19: “Se tu squarciassi i cieli e discendessi”.
Ancora profonde le parole cariche di desiderio:
“Ritorna per amore dei tuoi servi … mai si udì parlare di un Dio che abbia fatto tanto per chi confida in lui …”. I
l popolo è consapevole del suo peccato!
Chiede perdono con fiducia e dice:
“Tu sei nostro Padre, noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani”.
Queste bellissime parole, tutte da rileggere e meditare, ci offrono un suggerimento per la nostra preghiera e contemplazione:
“Tu, Signore sei nostro Padre”. Tu hai voluto la nostra vita, ci hai affidato i fratelli.
Fa che chiunque venga a noi se ne vada sentendosi meglio perché ha visto la Tua bontà nei nostri occhi.
Non lasciarci cadere in balia del peccato, del sonno spirituale.
Fai che siamo capaci di essere autentici nel servizio, di saper ascoltare l’altro con pazienza, lasciandogli la possibilità di parlare.
Solo nell'atteggiamento dell’umiltà di ascolto potremo scendere dal nostro piedistallo per saper bussare con discrezione nella vita degli altri.
Tu che ci chiami servi, donaci di riconoscerci in Te che ti sei fatto servo per noi. La seconda lettura, tratta dalla prima lettera ai Corinzi di San Paolo, trova l’Apostolo che si rallegra con i cristiani di Corinto, comunità toccata dalla grazia di Dio in abbondanza di doni, perché vivono bene e intensamente l’attesa della venuta del Signore, il quale, quando verrà, li renderà irreprensibili, santi e immacolati.
Possa veramente Gesù, nel venire, fare questo per tutti noi! Purtroppo per noi l’attesa non piace molto al mondo di oggi. Nessuno pensa all'attesa come a una gioia. L’attesa si identifica come perdita di tempo, noia infinita, qualcosa da fuggire. È la cultura del nostro tempo fatta di velocità, di azione. Il verbo predominante è “agire”. Riscopriamo in questo tempo forte, la gioia di lasciare agire in noi quel Dio che non ci abbandona mai. Lasciamo agire la provvidenza, abbandoniamo il controllo esasperato del nostro futuro e viviamo l’attimo presente, l’unico che ci appartiene veramente, donandoci con la preghiera a Dio e con le opere ai fratelli.
Allora si che il nostro Avvento ci porterà cose nuove che andranno oltre le previsioni o l’immaginazione di ognuno di noi.
Ecco che San Paolo sembra dirci, attraverso le parole immortali dedicate ai fratelli Corinzi, che di Dio possiamo fidarci senza paura alcuna. Anche a noi sarà data la grazia che hanno ricevuto i Corinti e ci sarà donata la piena comunione con Lui.
Ma dobbiamo vivere intensamente e profondamente l’attesa.
D'altronde, l’Avvento ci ricorda in primo luogo che il nostro non è un Dio chiuso in se stesso ma è un Dio che viene verso di noi. Ci raggiunge con i Sacramenti, anche negli eventi della nostra vita, nelle prove e nelle sofferenze.
Come potrebbe essere altrimenti? Egli ci ha creato e ha cura di noi, siamo suoi, gli apparteniamo e ci ama profondamente.
Cogliamo l’occasione per meditare, in questa prima di Avvento, che il Salvatore viene sotto le sembianze dei fratelli più piccoli.
Ecco il senso dell’”Evangeli Gaudium” di Francesco:
“Usciamo con coraggio dalle nostre comodità, per raggiungere le periferie del mondo, lì dove i fratelli vivono nelle difficoltà”.
Solo così l’Avvento ci legherà profondamente a Gesù che viene. Solo così saremo servi fedeli. Il servo, secondo il Vangelo è uno che scrive sulla sabbia quello che dona e incide sulla pietra quello che riceve, è colui che appartiene alla razza di quanti, dopo aver fatto il loro turno dicono:
“Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”: (Luca 17,10)
Viviamo purtroppo in un lungo inverno di sentimenti inariditi e di narcisismo asfissiante, i cui miti sono l’auto realizzazione a ogni costo, l’auto gratificazione a qualsiasi prezzo. Noi camminiamo contro corrente.
Riscopriamo il Natale a cui ci prepariamo pensando che c’è più gioia nel sentirsi amati che nel venire compensati.
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