Isaia 61,1-2°.10-11; 1 Tessalonicesi 5,16-24; Giovanni 1,6-8.19-28
“Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio”.
Dal libro del profeta Isaia
Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione;
mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai poveri,
a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi,
la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di misericordia del Signore.
Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio ...
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi
Fratelli, state sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.
Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male.
Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione ...
Dal Vangelo secondo Giovanni
Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui.
Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce.
E questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: “Chi sei tu?”. Egli confessò e non negò, e confessò: “Io non sono il Cristo”. Allora gli chiesero: “Che cosa dunque? Sei Elia?”. Rispose: “Non lo sono”. “Sei tu il profeta?”. Rispose: “No”. Gli dissero dunque: “Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?” Rispose: “Io sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia”. Essi erano stati mandati da parte dei farisei. Lo interrogarono e gli dissero: “Perché dunque battezzi se tu non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?”. Giovanni rispose loro: “Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, uno che viene dopo di me, al quale io non son degno di sciogliere il legaccio del sandalo”.
La domanda da porsi preliminarmente è: Diamo la giusta importanza alla venuta del Cristo nel mondo?.
Se lo facessimo davvero, allontanando da noi tutta il terribile sfruttamento mediatico e commerciale del Natale, potremmo dire di essere davvero nella gioia.
È, infatti, la domenica della gioia!
Il Signore è vicino e la Chiesa ci invita a pregustare la gioia del Natale.
Tutta la liturgia è tesa alla comunicazione della felicità per l’incontro ormai prossimo con il Salvatore.
Se dovessimo condensare in tre atteggiamenti la nostra preparazione all'evento della nascita di Gesù dovremmo guardare attentamente alla seconda lettura di Paolo che suggerisce le parole: gioia, preghiera e gratitudine.
Cercheremo di comprendere il significato profondo dell’invito alla gioia che non è soltanto personale ma che deve essere esteso a tutti attraverso di noi, testimoni di luce tra le tenebre e la tristezza che non mancano in questo mondo.
Ecco, subito, l’annuncio vitale del Vangelo di Giovanni, primo capitolo:
il Battista non è soltanto una figura ascetica, concetto sul quale si soffermano molto i Sinottici, ma è un testimone e lo sarà fino al martirio.
Giovanni dopo il prologo, narra di sette giorni di Gesù, in cui nell'ultimo, il settimo, si racconta della testimonianza del Battista.
L’allegoria appare chiara: sette sono i giorni della creazione e della sua luce, raccontata da Genesi,(1,3), sette i giorni narrati e nell'ultimo si testimonia della Luce che invade i cuori degli uomini come in una nuova creazione!
Il più “grande dei profeti in terra”, ai sacerdoti e i leviti, inviati dai farisei di Gerusalemme per indagare, attesta che non è lui il Cristo che salva, non è neanche Elia redivivo.
È soltanto “voce di uno che grida nel deserto”, ricordando le parole di Isaia.
La missione del profeta provocava perplessità, qualcuno lo credeva il Messia, altri un facinoroso, anche un tantino pericoloso.
Ecco il senso della commissione di esperti, inviati per capire il senso della vita austera di quest’uomo.
Anche noi, dando forte testimonianza ad un mondo distratto e peccaminoso, corriamo il rischio di non essere capiti, di essere visti come persone assurde.
La sua testimonianza va fino all'estremo quando proclama le famose parole:
“Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere, io diminuire”.
Gioia e testimonianza, gioia che viene dalla testimonianza! il grande significato di questa domenica?
Siamo invitati ad esultare perché ci è stato affidato il grande onore e onere di testimoniare la Luce che viene nel mondo.
Dobbiamo testimoniare ma senza inorgoglirci, nell'umiltà di chi sa di essere servo inutile e di essere destinato a diminuire.
Prendiamo esempio da Giovanni Battista. La sua è abnegazione totale. Negare se stesso è condizione irrinunciabile per fare posto al Signore.
In questo Natale cerchiamo di fare vuoto in noi stessi per perché ci sia spazio per il nostro Creatore.
Giovanni Battista sembra dirci che il nostro istinto e bisogno di salvezza, cioè pienezza di vita, di pace e di gioia, è possibile solo in comunione con Dio.
Ecco il senso dell’invito a “preparare la via del Signore”, ad aprire le porte dei nostri cuori.
La prima lettura tratta dal Libro di Isaia, capitolo 61, è famosa anche perché i primi versetti di questo oracolo, in cui il profeta parla in prima persona come se ricordasse la sua personale vocazione, verranno poi proclamati da Gesù agli allibiti farisei della sinagoga di Nazaret.
Le parole fanno intendere chiaramente, da parte di chi le pronuncia, che è colmo di Spirito Santo.
Lo capiamo bene grazie a due verbi: “Mi ha consacrato” e “mi ha inviato”.
Cinque secoli dopo, Gesù dirà che la salvezza annunciata da Isaia ora diventa possibile grazie alla Sua venuta. Niente è impossibile a Dio.
La missione del Salvatore ha lo scopo di “fasciare le piaghe dei cuori spezzati, proclamare la libertà degli schiavi e la scarcerazione dei prigionieri …”.
La gioia del profeta prorompe contagiosa nella domenica del “gaudere”!
“Io gioisco pienamente nel Signore”.
E l’antifona dì’ingresso fa l’eco:
“Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi sempre. Il Signore è vicino”. (Fil 4,4-5).
Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo ai Tessalonicesi, ma anche a noi, suggerisce come attendere la venuta del Signore.
Gli atteggiamenti che dovrebbero essere abituali, ora sono indispensabili: gioia, preghiera e rendimento di grazia per i tanti doni e benefici ricevuti nella vita. In frasi semplici ma di grande profondità, l’uomo di Dio ricorda come deve essere la vita quotidiana del discepolo. È necessario vivere nella luce di chi attende il Redentore, cercando la volontà di Dio, non spegnendo lo Spirito, con grande impegno incessante, combattendo la “buona battaglia” con la preghiera perseverante che ci fa entrare in profonda relazione con il Signore.
Viviamo quindi la Parola di questa domenica ripetendoci spesso le parole di Isaia 61,10: “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio”.
Nel Regno del Signore non può mancare la gioia perché un cristiano triste perennemente non è tale. La vita cristiana è beatitudine che non si smentisce mai.
Frequentiamo quindi con assiduità il Vangelo, la buona novella che ci viene donata
e preghiamo lo Spirito di venire in noi e farci diventare gioia, preghiera, ringraziamento e carità.
Per la contemplazione personale:
Quasi tutti gli uomini vivono di apparenza. Vorremmo sembrare quello che non siamo, migliori degli altri, più bravi, più belli, più intelligenti, più … più … In verità vorremmo sempre essere al di sopra degli altri, punto di riferimento per tutti e questo ci dona tutt'altro che la pace desiderata.
L’esempio del Battista è fulgido: “Io non sono”, dice a chi gli chiede di affermare la sua personalità. Anzi … “non sono degno di slacciare i lacci dei calzari …”.
Utilizziamo il seme dell’umiltà e diciamo anche noi: “Non sono”!
Riempiamo la nostra vita di atti di umiltà, evitiamo di voler apparire, mettendoci nelle retrovie della vita. Fai che impariamo dal Battista a vincere l’orgoglio perché solo così possiamo preparare la via alla Tua venuta.
Amiamo davvero i nostri fratelli, doniamo noi stessi agli altri anche solo con un sorriso, con un gesto.
Avremo in cambio pace del cuore, beatitudine dell’anima in eterno.
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sabato 13 dicembre 2014
venerdì 7 novembre 2014
Dedicazione Basilica Lateranense: 32 esima T.O.
Ezechiele 47,1-2.8-9.12; Salmo 45; Corinzi 3,9 c 11.16-17; Giovanni 2,13-22
La Dedicazione della Basilica Lateranense ci invita in questa domenica, a riflettere sugli edifici in pietra, costruiti dall'uomo per onorare il Salvatore.
Sono segni esteriori e sensibili della vittoria della fede cristiana sul paganesimo occidentale. Sono anche testimonianza viva dei tanti martiri dei primi secoli di cristianesimo.
La grande chiesa del Laterano, sede del vescovo di Roma, ricorda la conversione di Costantino, imperatore che nel 312 divenne cristiano e fece costruire questa grande basilica per ringraziare Dio del dono della fede.
Fu la prima chiesa consacrata pubblicamente e in seguito dedicata alle grandi figura del profeta San Giovanni Battista e dell’altro Giovanni l’Evangelista.
Si tennero al suo interno numerosi concili e oggi è il centro simbolico della comunione di tutte le chiese sparse nel mondo.
Pietre importanti quindi ma, come dice il profeta Ezechiele nella prima lettura, dovremmo meditare su un Dio che non è possibile imprigionare tra quattro mura seppur sacre!
Egli, infatti, è infinito e neppure la vastità dei cieli può contenerlo!
La città di Dio è incontenibile, come dice il salmo, rallegrata da corsi d’acqua pura e se noi saremo degni il nostro Signore non ci farà vacillare, ci soccorrerà a ogni difficoltà.
Rigenerato dalle acque del Battesimo, il popolo di Dio è in cammino verso la pienezza di una vita senza fine.
Eppure, si medita tra le righe di questo brano profetico, che quando un popolo fedele si riunisce nel nome del Signore in una chiesa, anche la più piccola minuscola cappella, l’Onnipotente lascia di buon grado il suo luogo immenso, puro e sublime, calandosi nella realtà dell’umano, per incontrare e amare i suoi figli.
L’incontro con Dio ci fa diventare, così come si legge nella seconda lettura, di San Paolo ai Corinzi, noi stessi edifici di culto, tempio santo che contiene lo Spirito del Creatore.
Nessuno di noi, allora, può essere toccato perché nessuno può profanare la casa di Dio con atti vergognosi, neanche noi stessi con comportamenti deplorevoli. San Paolo, in altri scritti ricorda il nostro dovere di essere figli irreprensibili agli occhi di Dio.
Ma è tutto il Nuovo Testamento che ci invita, a più riprese, a compiere un passo ulteriore.
È all'interno della nostra vita e della nostra comunione con Cristo che troviamo lo spazio sacro più alto e santo per innalzare a Dio il nostro culto.
Paolo, tra le righe, dice che siamo noi stessi architetti e costruttori del tempio. Edifichiamo su di una pietra angolare che regge l’universo, il Cristo!
Noi siamo suoi manovali, a volte inesperti e goffi, che debbono comunque darsi da fare per difendere questo tempio in perenne costruzione, dai sabotatori, i maligni che vogliono abbatterlo e impedire l’edificazione di un giusto luogo di Dio.
Importante è che tutto il popolo di Dio sia unito e che non ci siano divisioni perché tutti insieme
formiamo questo tempio di Dio.
Il Vangelo di Giovanni è di fondamentale importanza.
Lo capiamo se ricordiamo che questo episodio, insieme a quelli della Morte e Risurrezione del Signore e la Moltiplicazione dei Pani, tutti e quattro gli Evangelisti lo ricomprendono nei loro scritti. Gesù ha iniziato la sua missione pubblica a Cana col primo miracolo, si ferma a Cafarnao e poi si dirige a Gerusalemme per la Pasqua.
Nella città santa avviene un episodio quasi sconcertante. Gesù, che abbiamo imparato a vedere mite uomo d’amore, appare così sdegnato da perdere quasi le staffe.
Al tono fermo della voce fa seguire subito dopo dei gesti forti: una frusta che schiocca, tavoli che vengono rovesciati, mercanti scacciati in malo modo dal tempio, insieme alle loro mercanzie, gettate fuori le mura sacre.
Gesù non sopporta che il tempio, segno della presenza stabile del Padre in mezzo al suo popolo, luogo sacro per eccellenza, venga profanato, trasformato in vile mercato, nella insana logica del profitto che infesta tutto il nostro misero mondo ancora oggi.
Il mercato ha il suo segno nel denaro, nel sopruso del ricco che può permettersi di spendere verso il povero. Certo, quel gesto furibondo acuisce lo scontro.
Il mercato assicurava a Caifa, sommo sacerdote ottimi introiti.
Il gesto di Gesù prelude al seguito del capitolo quando a Lui, che si professa Figlio di Dio, viene chiesto un segno che il Messia non vorrà dare.
I mercanti di allora sono oggi quelli che aprono le loro insegne domenicali, in centri commerciali in cui si riversano migliaia di famiglie che, anziché onorare il giorno dedicato al Signore, si votano al dio denaro, a un nuovo “vitello d’oro”. (Perché la reazione furibonda di Gesù è simile a quella di Mosè, quando scendendo dal Sinai con le Tavole del Decalogo, vede il popolo adorare dei inesistenti e respingere l’unico vero Signore del mondo!).
“Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato”.
E l’evangelista Marco rafforzerà il concetto nel capitolo 11, 17
“La mia casa sarà chiamata casa di preghiera”.
Luca dirà invece: “… e voi ne avete fatto una spelonca di ladri”. (19, 45)
Comprendiamo il senso della parola “Casa del Padre”?
Se davvero capissimo avremmo in noi il desiderio bruciante di stare in chiesa e adorare il Signore nel suo tempio santo! Inoltre chiediamoci a quale livello dobbiamo collocarci per capire Gesù.
Il nostro cammino ha bisogno di catechesi se vogliamo penetrare il mistero del Cristo.
Nella lettura del brano evangelico segue poi la grande, ennesima disputa del Salvatore con i Giudei circa la frase simbolo che annuncia il prodigio:
“Distruggete questo tempio e in tre giorni io lo farò risorgere”.
Giovanni sente il bisogno di specificare che Egli parlava del tempio del suo corpo.
Non era possibile la comprensione per gli uditori che avevano nella mente e negli occhi i 46 anni occorsi per l’edificazione del grande tempio di Gerusalemme.
Le parole erano incomprensibili agli stessi Apostoli. Anch'essi brancolavano nel buio, senza rendersi conto che quello di Gesù, nel Vangelo giovanneo, era il primo annunzio della sua morte e resurrezione.
Nessuno capiva che il tempio di Gerusalemme o qualsiasi altro spazio sacro, può essere solo un segno, un simbolo che ci aiuta all'incontro con Dio, lo facilita ma non lo sostituisce.
Gesù lo incontriamo a prescindere dalle mura della chiesa, nei sacramenti, nei fratelli, particolarmente in quelli bisognosi.
Tutto questo è chiaro in noi? Noi capiamo il comportamento e le parole di Gesù? C’è in noi la passione insana del denaro? La ricchezza è il fine della nostra esistenza? O abbiamo qualche altro idolo nascosto? Sappiamo rinunciare al superfluo o a qualcosa che reputiamo importante per far posto unicamente a Gesù?
Il Vangelo di Giovanni si conclude con il verbo che più di ogni altro l’evangelista usa nei suoi scritti: videro e credettero!
A noi, cosa vuol dirci il Vangelo? Dal tempio in cui noi offriamo sacrifici spirituali, portiamo fuori coerenza di gesti, di scelte di vita?
Non è possibile pregare in chiesa e poi comportarci scorrettamente nei confronti dei fratelli. Inutili sono le elemosine, la carità spicciola, il falso perbenismo che operiamo credendo di avere coscienza a posto. Sono gesti che non ci salvano in caso di comportamenti squallidi.
La nostra coerenza di vita è minacciata dalla fragilità e dobbiamo chiedere con fede di essere illuminati dallo spirito per discernere il bene dal male.
La Dedicazione della Basilica Lateranense ci invita in questa domenica, a riflettere sugli edifici in pietra, costruiti dall'uomo per onorare il Salvatore.
Sono segni esteriori e sensibili della vittoria della fede cristiana sul paganesimo occidentale. Sono anche testimonianza viva dei tanti martiri dei primi secoli di cristianesimo.
La grande chiesa del Laterano, sede del vescovo di Roma, ricorda la conversione di Costantino, imperatore che nel 312 divenne cristiano e fece costruire questa grande basilica per ringraziare Dio del dono della fede.
Fu la prima chiesa consacrata pubblicamente e in seguito dedicata alle grandi figura del profeta San Giovanni Battista e dell’altro Giovanni l’Evangelista.
Si tennero al suo interno numerosi concili e oggi è il centro simbolico della comunione di tutte le chiese sparse nel mondo.
Pietre importanti quindi ma, come dice il profeta Ezechiele nella prima lettura, dovremmo meditare su un Dio che non è possibile imprigionare tra quattro mura seppur sacre!
Egli, infatti, è infinito e neppure la vastità dei cieli può contenerlo!
La città di Dio è incontenibile, come dice il salmo, rallegrata da corsi d’acqua pura e se noi saremo degni il nostro Signore non ci farà vacillare, ci soccorrerà a ogni difficoltà.
Rigenerato dalle acque del Battesimo, il popolo di Dio è in cammino verso la pienezza di una vita senza fine.
Eppure, si medita tra le righe di questo brano profetico, che quando un popolo fedele si riunisce nel nome del Signore in una chiesa, anche la più piccola minuscola cappella, l’Onnipotente lascia di buon grado il suo luogo immenso, puro e sublime, calandosi nella realtà dell’umano, per incontrare e amare i suoi figli.
L’incontro con Dio ci fa diventare, così come si legge nella seconda lettura, di San Paolo ai Corinzi, noi stessi edifici di culto, tempio santo che contiene lo Spirito del Creatore.
Nessuno di noi, allora, può essere toccato perché nessuno può profanare la casa di Dio con atti vergognosi, neanche noi stessi con comportamenti deplorevoli. San Paolo, in altri scritti ricorda il nostro dovere di essere figli irreprensibili agli occhi di Dio.
Ma è tutto il Nuovo Testamento che ci invita, a più riprese, a compiere un passo ulteriore.
È all'interno della nostra vita e della nostra comunione con Cristo che troviamo lo spazio sacro più alto e santo per innalzare a Dio il nostro culto.
Paolo, tra le righe, dice che siamo noi stessi architetti e costruttori del tempio. Edifichiamo su di una pietra angolare che regge l’universo, il Cristo!
Noi siamo suoi manovali, a volte inesperti e goffi, che debbono comunque darsi da fare per difendere questo tempio in perenne costruzione, dai sabotatori, i maligni che vogliono abbatterlo e impedire l’edificazione di un giusto luogo di Dio.
Importante è che tutto il popolo di Dio sia unito e che non ci siano divisioni perché tutti insieme
formiamo questo tempio di Dio.
Il Vangelo di Giovanni è di fondamentale importanza.
Lo capiamo se ricordiamo che questo episodio, insieme a quelli della Morte e Risurrezione del Signore e la Moltiplicazione dei Pani, tutti e quattro gli Evangelisti lo ricomprendono nei loro scritti. Gesù ha iniziato la sua missione pubblica a Cana col primo miracolo, si ferma a Cafarnao e poi si dirige a Gerusalemme per la Pasqua.
Nella città santa avviene un episodio quasi sconcertante. Gesù, che abbiamo imparato a vedere mite uomo d’amore, appare così sdegnato da perdere quasi le staffe.
Al tono fermo della voce fa seguire subito dopo dei gesti forti: una frusta che schiocca, tavoli che vengono rovesciati, mercanti scacciati in malo modo dal tempio, insieme alle loro mercanzie, gettate fuori le mura sacre.
Gesù non sopporta che il tempio, segno della presenza stabile del Padre in mezzo al suo popolo, luogo sacro per eccellenza, venga profanato, trasformato in vile mercato, nella insana logica del profitto che infesta tutto il nostro misero mondo ancora oggi.
Il mercato ha il suo segno nel denaro, nel sopruso del ricco che può permettersi di spendere verso il povero. Certo, quel gesto furibondo acuisce lo scontro.
Il mercato assicurava a Caifa, sommo sacerdote ottimi introiti.
Il gesto di Gesù prelude al seguito del capitolo quando a Lui, che si professa Figlio di Dio, viene chiesto un segno che il Messia non vorrà dare.
I mercanti di allora sono oggi quelli che aprono le loro insegne domenicali, in centri commerciali in cui si riversano migliaia di famiglie che, anziché onorare il giorno dedicato al Signore, si votano al dio denaro, a un nuovo “vitello d’oro”. (Perché la reazione furibonda di Gesù è simile a quella di Mosè, quando scendendo dal Sinai con le Tavole del Decalogo, vede il popolo adorare dei inesistenti e respingere l’unico vero Signore del mondo!).
“Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato”.
E l’evangelista Marco rafforzerà il concetto nel capitolo 11, 17
“La mia casa sarà chiamata casa di preghiera”.
Luca dirà invece: “… e voi ne avete fatto una spelonca di ladri”. (19, 45)
Comprendiamo il senso della parola “Casa del Padre”?
Se davvero capissimo avremmo in noi il desiderio bruciante di stare in chiesa e adorare il Signore nel suo tempio santo! Inoltre chiediamoci a quale livello dobbiamo collocarci per capire Gesù.
Il nostro cammino ha bisogno di catechesi se vogliamo penetrare il mistero del Cristo.
Nella lettura del brano evangelico segue poi la grande, ennesima disputa del Salvatore con i Giudei circa la frase simbolo che annuncia il prodigio:
“Distruggete questo tempio e in tre giorni io lo farò risorgere”.
Giovanni sente il bisogno di specificare che Egli parlava del tempio del suo corpo.
Non era possibile la comprensione per gli uditori che avevano nella mente e negli occhi i 46 anni occorsi per l’edificazione del grande tempio di Gerusalemme.
Le parole erano incomprensibili agli stessi Apostoli. Anch'essi brancolavano nel buio, senza rendersi conto che quello di Gesù, nel Vangelo giovanneo, era il primo annunzio della sua morte e resurrezione.
Nessuno capiva che il tempio di Gerusalemme o qualsiasi altro spazio sacro, può essere solo un segno, un simbolo che ci aiuta all'incontro con Dio, lo facilita ma non lo sostituisce.
Gesù lo incontriamo a prescindere dalle mura della chiesa, nei sacramenti, nei fratelli, particolarmente in quelli bisognosi.
Tutto questo è chiaro in noi? Noi capiamo il comportamento e le parole di Gesù? C’è in noi la passione insana del denaro? La ricchezza è il fine della nostra esistenza? O abbiamo qualche altro idolo nascosto? Sappiamo rinunciare al superfluo o a qualcosa che reputiamo importante per far posto unicamente a Gesù?
Il Vangelo di Giovanni si conclude con il verbo che più di ogni altro l’evangelista usa nei suoi scritti: videro e credettero!
A noi, cosa vuol dirci il Vangelo? Dal tempio in cui noi offriamo sacrifici spirituali, portiamo fuori coerenza di gesti, di scelte di vita?
Non è possibile pregare in chiesa e poi comportarci scorrettamente nei confronti dei fratelli. Inutili sono le elemosine, la carità spicciola, il falso perbenismo che operiamo credendo di avere coscienza a posto. Sono gesti che non ci salvano in caso di comportamenti squallidi.
La nostra coerenza di vita è minacciata dalla fragilità e dobbiamo chiedere con fede di essere illuminati dallo spirito per discernere il bene dal male.
Etichette:
32 esima T.O. Anno A.,
Dedicazione Basilica Lateranense,
LECTIO DIVINA,
Libro di Ezechiele,
Liturgia della Parola,
San Paolo ai Corinzi,
Vangelo di Giovanni
giovedì 11 settembre 2014
Esaltazione della Santa Croce: domenica 14 settembre 2014
Numeri 21, 4-9; Filippesi 2, 6-11; Giovanni 3,13-17; salmo 77
L’Esaltazione della Santa Croce è una festa antichissima.
Secondo la tradizione, Elena che era la madre dell’imperatore Costantino, durante uno dei suoi frequenti pellegrinaggi nei luoghi santi, siamo intorno al 326, rinvenne la vera croce di Cristo, o meglio una porzione di essa.
Felice come non mai, la nobile donna volle portarla a Roma e ivi fondare una chiesa che la custodisse: la basilica della Santa Croce di Gerusalemme.
La parte del legno rimasta nella città santa ebbe vita travagliata. Fu bottino di guerra nell'occupazione di Gerusalemme, anno 614, andò perduta per anni e infine poi recuperata al culto, nella vittoriosa Crociata contro i Persiani.
L’”Esaltazione” per il Nuovo Testamento, equivale alla Risurrezione.
Il Cristo crocifisso viene esaltato nello splendore della sua gloria divina e la croce, legno innalzato al centro della vita cristiana, è il simbolo dell’amore trionfante e gratuito che Gesù dona a tutti noi.
La liturgia della Parola di questa solennità, è ricchissima.
Cercheremo di focalizzare i punti salienti.
La Prima lettura è tratta dal Libro dei Numeri.
La scena si svolge tra le pietraie di una steppa desolata.
Nel deserto il popolo d’Israele rischia l’estinzione a causa dei serpenti velenosi che, nascosti tra le rocce, mordono le gambe degli uomini in cammino, uccidendoli con il loro veleno.
È la punizione per aver rumoreggiato, ingrati, contro Dio che, nella liberazione dall'Egitto, li ha cibati di manna nel cammino desertico.
Mosè prega il Signore affinché perdoni il popolo che ha peccato.
Dio, come sempre accade alle invocazioni dei patriarchi, si muove a compassione e ordina di realizzare un serpente di bronzo, autentico antidoto contro il veleno dei potenti animali striscianti. Chi avesse guardato questo simbolo posto su di un’alta asta, avrebbe avuto salvezza.
Eccoci al primo riferimento.
La salvezza non viene dal guardare l’oggetto, chiaramente, ma dal contemplare il legno della croce. Al serpente, innalzato su di un’asta per essere ben visto da tutti, corrisponde il Salvatore innalzato su di una croce per la salvezza di ognuno di noi.
Con lo sguardo della fede, la croce, albero dell’esistenza, diventa messaggio di vita eterna per colui che contempla e crede al Cristo elevato in alto.
Nel prefazio della Celebrazione liturgica, il sacerdote dirà:
“Nell'albero della croce tu hai stabilito salvezza per l’uomo, perché donde sorgeva la morte di là risorgesse la vita …”.
Prima di esaminare il bellissimo Vangelo giovanneo che riporta un piccolo stralcio del dialogo notturno tra Gesù e Nicodemo, analizziamo il punto centrale della seconda lettura, tratta dalla lettera di San Paolo apostolo ai Filippesi.
Siamo davanti a uno dei testi sublimi per eccellenza delle Sacre Scritture.
Un inno che Paolo dedica al grande e insondabile mistero di Gesù, il Figlio di Dio,
Colui il quale sale sulla croce per la salvezza di tutti. Il più grande evangelizzatore di tutti i tempi in ogni sua lettera ha regalato insegnamenti, esortazioni, elogi e rimproveri a coloro che con fatica, imparavano a essere seguaci della Croce di Cristo.
“Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno”. (Fil 21)
Ai filippesi la loro origine romana procurava ambizione e vanagloria. Questa regione della Macedonia era abitata in prevalenza dai discendenti dei legionari di Cesare, che l’aveva loro assegnata per ripagarli dei servizi di guerra.
Siamo intorno all'inizio dell’anno 51 e e gli uomini di Filippi, sono i primi europei convertiti.
Paolo, nel suo secondo viaggio missionario, li ammonisce a tenere in conto l’umiltà. Ma non li aggredisce di petto, parla loro con sentimenti di amore.
L’umiltà non offende la dignità della persona, non ha offeso Cristo, tanto meno offenderà l’uomo. Paolo esorta a specchiarsi in Cristo.
Bellissima l’esortazione: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo”.
E, affinché le sue parole non siano solo un bel discorrere, l’apostolo delle genti descrive perfettamente questi sentimenti.
Anzitutto non considerare nostro merito quello che siamo e quello che abbiamo.
Il merito è del nostro Dio e Gesù ci insegna che: “non ritenne un privilegio l’essere come Dio”.
Poi, ci viene chiesto di essere capaci di spogliarci del nostro egoismo, “assumendo la condizione del servo” e verso chi se non verso i nostri fratelli?
Infine, l’essere capaci di abbassare la superbia dei cuori, fino a umiliarsi facendosi ubbidienti al progetto di Dio e “fino alla morte di croce”.
Questo è il programma di vita, impegnativo ma affascinante che Paolo ci presenta, sapendo che, seguendolo radicalmente, acquisteremo stima prima sulla terra da parte delle persone che ci avranno incontrato e, cosa più importante, stima da Dio quando saremo davanti a Lui nei cieli!
Ecco il grande cammino dei santi che risplendono nella gloria dell’Altissimo.
Un programma bellissimo che si può cercare di realizzare anche in parte, solo aiutandoci con la preghiera assidua e mettendoci nelle mani amorevoli di Dio.
Rivestirsi di tali virtù sembra impossibile ma proponendoci una meta da raggiungere, con l’aiuto della preghiera tutto potrà essere possibile da raggiungere.
Nel Vangelo di Giovanni, Gesù in un colloquio con il maestro della legge, Nicodemo, annuncia la sua prossima morte in croce.
Subirà lo strumento crudele che i Romani riservavano ai malfattori.
Gesù paragona Lui, Figlio dell’uomo, innalzato da terra, al serpente di bronzo mosaico. Sulla croce infame, risplenderà per sempre l’amore senza limiti di Dio per noi, così da permetterci di partecipare alla stessa vita divina.
Riusciamo quindi a capire quale dignità riveste ogni individuo?
Quale preziosità è ognuno di noi per il suo Creatore?
Non siamo stati noi ad amare Dio ma è Lui che, mandando in croce il Figlio, vittima di espiazione per i nostri peccati, dimostra l’ampiezza non definibile dei suoi sentimenti verso di noi, umili e inutili creature.
Con la croce Gesù ci ha detto tutto e ci ha resi partecipi della vita della Trinità, comunicandoci l’amore del Padre e donandoci il suo Santo Spirito.
A noi il compito di interrogarci sulle motivazioni profonde che muovono le nostre azioni verso Dio. Aderiamo a Lui esteriormente o siamo rinnovati interiormente?
Domandiamoci se davanti a tanto amore che scaturisce dal legno della croce, rispondiamo con scelte coerenti o se ci facciamo condizionare dalle mode, dalla mentalità mondana perdendo di vista il vero bene.
Siamo coerenti e ci lasciamo plasmare dalla Parola o il cuore è inquinato da desideri contrastanti? Aderiamo alla croce profondamente, liberi e convinti?
Preghiera
Signore, sei salito sulla croce, nella sofferenza, per salvarmi ma io sono una povera persona:
vorrei essere grande e sono piccolo,
vorrei essere buono e sono cattivo,
vorrei essere generoso, eppure sono pieno di meschinità,
vorrei avere tanta fede e non ne ho.
Aiutami tu!
L’Esaltazione della Santa Croce è una festa antichissima.
Secondo la tradizione, Elena che era la madre dell’imperatore Costantino, durante uno dei suoi frequenti pellegrinaggi nei luoghi santi, siamo intorno al 326, rinvenne la vera croce di Cristo, o meglio una porzione di essa.
Felice come non mai, la nobile donna volle portarla a Roma e ivi fondare una chiesa che la custodisse: la basilica della Santa Croce di Gerusalemme.
La parte del legno rimasta nella città santa ebbe vita travagliata. Fu bottino di guerra nell'occupazione di Gerusalemme, anno 614, andò perduta per anni e infine poi recuperata al culto, nella vittoriosa Crociata contro i Persiani.
L’”Esaltazione” per il Nuovo Testamento, equivale alla Risurrezione.
Il Cristo crocifisso viene esaltato nello splendore della sua gloria divina e la croce, legno innalzato al centro della vita cristiana, è il simbolo dell’amore trionfante e gratuito che Gesù dona a tutti noi.
La liturgia della Parola di questa solennità, è ricchissima.
Cercheremo di focalizzare i punti salienti.
La Prima lettura è tratta dal Libro dei Numeri.
La scena si svolge tra le pietraie di una steppa desolata.
Nel deserto il popolo d’Israele rischia l’estinzione a causa dei serpenti velenosi che, nascosti tra le rocce, mordono le gambe degli uomini in cammino, uccidendoli con il loro veleno.
È la punizione per aver rumoreggiato, ingrati, contro Dio che, nella liberazione dall'Egitto, li ha cibati di manna nel cammino desertico.
Mosè prega il Signore affinché perdoni il popolo che ha peccato.
Dio, come sempre accade alle invocazioni dei patriarchi, si muove a compassione e ordina di realizzare un serpente di bronzo, autentico antidoto contro il veleno dei potenti animali striscianti. Chi avesse guardato questo simbolo posto su di un’alta asta, avrebbe avuto salvezza.
Eccoci al primo riferimento.
La salvezza non viene dal guardare l’oggetto, chiaramente, ma dal contemplare il legno della croce. Al serpente, innalzato su di un’asta per essere ben visto da tutti, corrisponde il Salvatore innalzato su di una croce per la salvezza di ognuno di noi.
Con lo sguardo della fede, la croce, albero dell’esistenza, diventa messaggio di vita eterna per colui che contempla e crede al Cristo elevato in alto.
Nel prefazio della Celebrazione liturgica, il sacerdote dirà:
“Nell'albero della croce tu hai stabilito salvezza per l’uomo, perché donde sorgeva la morte di là risorgesse la vita …”.
Prima di esaminare il bellissimo Vangelo giovanneo che riporta un piccolo stralcio del dialogo notturno tra Gesù e Nicodemo, analizziamo il punto centrale della seconda lettura, tratta dalla lettera di San Paolo apostolo ai Filippesi.
Siamo davanti a uno dei testi sublimi per eccellenza delle Sacre Scritture.
Un inno che Paolo dedica al grande e insondabile mistero di Gesù, il Figlio di Dio,
Colui il quale sale sulla croce per la salvezza di tutti. Il più grande evangelizzatore di tutti i tempi in ogni sua lettera ha regalato insegnamenti, esortazioni, elogi e rimproveri a coloro che con fatica, imparavano a essere seguaci della Croce di Cristo.
“Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno”. (Fil 21)
Ai filippesi la loro origine romana procurava ambizione e vanagloria. Questa regione della Macedonia era abitata in prevalenza dai discendenti dei legionari di Cesare, che l’aveva loro assegnata per ripagarli dei servizi di guerra.
Siamo intorno all'inizio dell’anno 51 e e gli uomini di Filippi, sono i primi europei convertiti.
Paolo, nel suo secondo viaggio missionario, li ammonisce a tenere in conto l’umiltà. Ma non li aggredisce di petto, parla loro con sentimenti di amore.
L’umiltà non offende la dignità della persona, non ha offeso Cristo, tanto meno offenderà l’uomo. Paolo esorta a specchiarsi in Cristo.
Bellissima l’esortazione: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo”.
E, affinché le sue parole non siano solo un bel discorrere, l’apostolo delle genti descrive perfettamente questi sentimenti.
Anzitutto non considerare nostro merito quello che siamo e quello che abbiamo.
Il merito è del nostro Dio e Gesù ci insegna che: “non ritenne un privilegio l’essere come Dio”.
Poi, ci viene chiesto di essere capaci di spogliarci del nostro egoismo, “assumendo la condizione del servo” e verso chi se non verso i nostri fratelli?
Infine, l’essere capaci di abbassare la superbia dei cuori, fino a umiliarsi facendosi ubbidienti al progetto di Dio e “fino alla morte di croce”.
Questo è il programma di vita, impegnativo ma affascinante che Paolo ci presenta, sapendo che, seguendolo radicalmente, acquisteremo stima prima sulla terra da parte delle persone che ci avranno incontrato e, cosa più importante, stima da Dio quando saremo davanti a Lui nei cieli!
Ecco il grande cammino dei santi che risplendono nella gloria dell’Altissimo.
Un programma bellissimo che si può cercare di realizzare anche in parte, solo aiutandoci con la preghiera assidua e mettendoci nelle mani amorevoli di Dio.
Rivestirsi di tali virtù sembra impossibile ma proponendoci una meta da raggiungere, con l’aiuto della preghiera tutto potrà essere possibile da raggiungere.
Nel Vangelo di Giovanni, Gesù in un colloquio con il maestro della legge, Nicodemo, annuncia la sua prossima morte in croce.
Subirà lo strumento crudele che i Romani riservavano ai malfattori.
Gesù paragona Lui, Figlio dell’uomo, innalzato da terra, al serpente di bronzo mosaico. Sulla croce infame, risplenderà per sempre l’amore senza limiti di Dio per noi, così da permetterci di partecipare alla stessa vita divina.
Riusciamo quindi a capire quale dignità riveste ogni individuo?
Quale preziosità è ognuno di noi per il suo Creatore?
Non siamo stati noi ad amare Dio ma è Lui che, mandando in croce il Figlio, vittima di espiazione per i nostri peccati, dimostra l’ampiezza non definibile dei suoi sentimenti verso di noi, umili e inutili creature.
Con la croce Gesù ci ha detto tutto e ci ha resi partecipi della vita della Trinità, comunicandoci l’amore del Padre e donandoci il suo Santo Spirito.
A noi il compito di interrogarci sulle motivazioni profonde che muovono le nostre azioni verso Dio. Aderiamo a Lui esteriormente o siamo rinnovati interiormente?
Domandiamoci se davanti a tanto amore che scaturisce dal legno della croce, rispondiamo con scelte coerenti o se ci facciamo condizionare dalle mode, dalla mentalità mondana perdendo di vista il vero bene.
Siamo coerenti e ci lasciamo plasmare dalla Parola o il cuore è inquinato da desideri contrastanti? Aderiamo alla croce profondamente, liberi e convinti?
Preghiera
Signore, sei salito sulla croce, nella sofferenza, per salvarmi ma io sono una povera persona:
vorrei essere grande e sono piccolo,
vorrei essere buono e sono cattivo,
vorrei essere generoso, eppure sono pieno di meschinità,
vorrei avere tanta fede e non ne ho.
Aiutami tu!
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