"La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni"
Isaia 25,6-10°; Salmo 22/23; Filippesi 4,12-14 19-21, Matteo 22, 1-14
L’arte di vivere, ma anche quella di morire, praticamente la stessa cosa, consiste nel darsi un fine che valga, più di ogni altro e nell'adeguare le azioni che si compiono in esso.
Per elementare coerenza non dovremmo perderci nelle miserie quotidiane che rischiano di soffocarci e ci impediscono di sollevare gli occhi.
Spesso, invece, passiamo il tempo così, tra affanni quotidiani e preghiere dette male.
Non ci rendiamo conto del mistero in cui siamo immersi.
È comunque una via scomoda quella di stare nel mondo senza cedere allo spirito del mondo, con la capacità di spogliarsi di una mondanità facile, per abbracciare il vero Regno dei Cieli.
Le parabole che ci introducono nel Regno di Dio, regalano nei Vangeli, momenti di gioia che aiutano a convertire i nostri cuori opulenti.
Ma, occorre ricordarlo, raggiungiamo questo Regno solo aderendo a Cristo spogliato e umiliato in tutto, crocifisso e risorto.
Nel vangelo di questa 28 domenica del T. O. 22esimo capitolo di Matteo, il Regno è come una festa che Dio Padre ha organizzato per invitare gli amici alle nozze di suo Figlio con tutta l’umanità. Gesù intende convolare a nozze per fecondarci della sua grazia.
Secondo gli usi orientali, le nozze si celebravano con un banchetto nuziale e se erano regali, i servi portavano a ciascuno un abito di circostanza, per accrescere splendore alla festa.
Il Signore aveva invitato gli Ebrei alle nozze eleggendoli come prima famiglia della sua Chiesa. Invece essi si erano concentrati in una vita materiale, deridendo e, a volte, uccidendo i profeti che,
man mano si erano presentati per conto di Dio.
Attualizzando la Parola:
Accettando l’invito, ognuno di noi partecipa al grande piano della salvezza universale, facendo parte della grande chiesa, del grande popolo di Dio, o meglio, come insegnava la parabola di domenica scorsa, della sua grande vigna che produce frutti buoni.
Ma qui dobbiamo essere ancor più onesti e chiederci:
“In quali personaggi ci riconosciamo nella parabola?”.
Siamo quelli che rifiutano l’invito come coloro che si ostinano a non credere al messaggio di salvezza, alla buona notizia che porta il Vangelo?
O addirittura siamo quelli che credono a intermittenza, a volte si e a volte no?
Noi con inevitabili alti e bassi, abbiamo la fede e non possiamo certo riconoscerci in queste figure, tanto meno in quella del commensale allontanato che non indossa vesti appropriate per la festa. L’invitato senza abbigliamento consono rappresenta tutti coloro i quali pretendono di far parte della festa senza mutare abito, cioè senza uniformarsi allo spirito nuovo chiesto da Dio, senza cambiare il cuore di pietra in uno di carne!
Viene cacciato nelle tenebre di una vita estranea alla grazia.
Noi dobbiamo ambire a essere i servi di Dio, quelli inviati dal padrone per invitare alle nozze gli amici, i buoni come i cattivi.
Dobbiamo portare tutti alla festa del Regno dei Cieli, attraverso le nostre opere buone, i nostri esempi.
San Francesco ambiva proprio a questo: trasportare tutti, ma proprio tutti, al cospetto di Dio, nei cieli eterni!
Se avessimo la piena coscienza di questo grande compito, non perderemmo neanche un minuto per portare a compimento l’opera di Dio.
La parabola si conclude con Gesù che ammonisce che molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti.
Certo il Signore ha mille porte di misericordia per salvare tanti, ma gli eletti sono i santi, coloro che hanno vissuto veramente la Parola.
E questi sono veramente pochi.
Il piano di Dio non prevede privilegiati al banchetto ma una teoria di personaggi che nel mondo ebreo non avrebbero trovato posto a tavola: poveri, sofferenti, emarginati.
Anche la prima lettura tratta dal Libro di Isaia, capitolo 25, racconta di un banchetto.
Siamo davanti a uno dei capitoli del Secondo Isaia.
Sul monte Sion il Signore prepara un pranzo sontuoso, regale.
Siamo tutti invitati, tutti gli uomini di ogni epoca.
Prima di accedere al banchetto, dobbiamo solo liberarci della cecità che opprime i nostri occhi, quel velo di lacrime che appanna la vista, frutto della miseria umana, la paura della morte.
Il nostro Dio regalerà gioia eterna.
La sua mano si poserà sul monte della vita, regalando felicità.
Allora si che abiteremo per sempre nella casa del Signore, come promette il Salmo 22. Il nostro Dio ci guiderà per il giusto cammino, il suo bastone e il suo vincastro ci daranno sicurezza e Lui preparerà
una mensa regale per tutti noi.
La seconda lettura propone la conclusione della lunga lettera ai Filippesi di Paolo che ci ha accompagnato in diverse domeniche.
L’apostolo si dice pronto a tutto, sa vivere nella povertà come nell'abbondanza.
Ha con sé il Cristo, “Colui che mi dà la forza”.
Benché sia nuovamente prigioniero, nulla può togliere a Paolo la gioia, perché nulla può togliergli Cristo.
Come lui, dovremmo imparare ad essere contenti, qualunque siano le circostanze: successo o difficoltà, salute o malattia, bello o cattivo tempo, se siamo “contenti del Signore”.
Per concludere: Raccogliamo l’invito alle nozze di Dio. Viviamo con pace e amore i nostri giorni con un vestito adeguato che è la buona vita, con un cuore aperto a Dio, senza allarmarci ad ogni cambio di stagione, abituandoci, come dice Paolo sia alla fame che alla sazietà.
Rivestiamoci di Cristo e rechiamoci con gioia alla festa del Regno.
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venerdì 10 ottobre 2014
giovedì 2 ottobre 2014
XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Isaia 5, 1-7; Filippesi 4, 6-9; Matteo 21, 33-43; salmo 79/80
La liturgia della Parola della XXVII domenica del T. O., nella sua seconda lettura, riporta le ultime esortazioni di Paolo alla comunità di Filippi.
Una di queste ammonizioni, in particolare, colpisce tutti noi che corriamo e ci affanniamo ogni giorno:
“Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste”.
Colpisce soprattutto la grande fede dell’Apostolo.
Lui non ha dubbio alcuno sulla Provvidenza, sull'intervento del Signore nella vita di ognuno di noi. Paolo è un germe vivo di speranza, un uomo che ha saputo porre in atto la Parola di Dio, portandola a tutti come messaggio di vita.
Beati noi se riuscissimo a porre in atto ciò che ci viene consigliato.
La Parola di Dio, in molte situazioni, soprattutto nei salmi, ricorda che non bisogna porre la propria speranza sugli uomini.
Siamo polvere che il vento disperde, cosa crediamo di poter fare?
Anche in più passi dei Vangeli, Gesù non manca spesso di istruirci all'affido dei nostri affanni a quella Provvidenza che si chiama Spirito Santo.
Dice che a Dio si affidano anche le piccole esistenze degli uccelli del cielo che non ammassano cibo per il futuro o sostanze, o ancora dei gigli del campo che, senza far niente, diventano belli nei colori e nelle forme, grazie all'intervento del Creatore.
“Di tutte queste cose- ammonisce il Signore- vanno in cerca i pagani … non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, di quello che indosserete … (Mt6, 25-34).
Come è vera questa Parola in un mondo d’oggi dove ovunque si trasmette sfiducia, timori per il futuro, pessimismo e rassegnazione.
La nostra vitalità deve tendere ad una vita maggiore, più grande che è ben sopra le nostre teste.
Noi siamo come fiori di campo il cui corpo sfiorisce ma che lasciano profumo intenso, nota viva di gioia nel mondo.
Una cosa fantastica, credetemi, della quale non ci rendiamo conto quasi mai, presi dalle vicissitudini dell’esistenza terrena dove forze del male vorrebbero atterrirci con la paura dell’economia che va a rotoli, del futuro che è nebuloso, della possibilità di ammalarsi e soffrire o di dover fare a meno di una persona cara. Fateci caso.
I giornalisti su carta stampata o sui Tg televisivi ci spaventano con profezie catastrofiche che deprimono gli animi, buttando ombre inquiete sui prossimi anni della nostra vita. In tutto il loro vocabolario e nello stile forbito che indubbiamente hanno nello scrivere articoli, non esiste una parola che si chiama Provvidenza.
Neanche un sinonimo che ci si avvicini. Si azzerano quasi le aspettative verso l’intervento di Dio.
Il proverbio che diceva “aiutati che Dio ti aiuta”, oggi è cambiato in “aiutati che Dio non c’è”. Eppure ogni paura di cui soffriamo è contro la volontà di Dio e la Parola lo ribadisce molte volte.
Il messaggio quindi è forte e chiaro: nel nostro cuore e nella nostra mente ci deve essere la certezza dell’intervento di Dio.
Sarebbe consolante fare tutto come se dipendesse da noi stessi, ma sapendo bene che tutto dipende da Dio che opera per il nostro meglio. A volte il nostro meglio non è quello che crediamo, ricordiamoci le parole di Dio di due settimane fa: “Le mie vie non sono le vostre vie …”. Continua Paolo nelle esortazioni e nei consigli ricordando che la preghiera genera serenità e gioia anche in mezzo alle angustie.
Non è il mondo a darci pace, dato che non è in grado di offricela ma è la grazia di Dio che si spande in chi prega.
C’è comunque bisogno del nostro impegno quotidiano e l’Apostolo dice che “quello che avete imparato da me mettetele in pratica e avrete pace …”.
Occorre una mente libera dalle angustie del mondo per ricevere le sollecitazioni del Signore e dare spazio a pensieri edificanti.
E il pensiero che può liberarci dalle angustie è questo: Nessuno è ordinario. Ogni essere umano è straordinario perché Dio non ha creato persone inutili. Siamo tutti speciali per merito di Dio. E il nostro Creatore mai ci abbandonerebbe.
Non abbiamo bisogno di essere un grande pittore, un leader, non abbiamo bisogno di essere grandi, lo siamo già!
Con la prima lettura di Isaia, siamo davanti a un capolavoro della poesia ebraica che inizia quasi come parabola piacevole, riposante, per terminare in un crescendo inquietante fatto di delusione e di attesa frustrata. Già secoli prima si insinua il giudizio severo del padrone che, con amore dissoda, sgombra di pietre la sua vigna, la colma di viti pregiate per far sì che produca frutti buoni. Incredibilmente la vigna dà acini acerbi. Naturalmente l’allegoria è chiara.
La vigna del Signore è il popolo infedele di Israele, colmato di doni che restituisce solo del male. Siamo noi la vigna che produce frutti acerbi.
Il Signore è lì che aspetta un buon raccolto dalla nostra vita. Lo ribadisce il salmo dove si alza la preghiera di chi si pente della sua condotta e urla:
“Da te non ci allontaneremo mai più … fai splendere il tuo volto e saremo salvi … visita questa vigna e proteggi quello che la tua destra ha piantato “.
Il Vangelo di Matteo continua con una nuova parabola sulla vigna che contiene solenni avvertimenti alle autorità religiose d’Israele, le cui macchinazioni contro Gesù sono denunciate apertamente dal Figlio di Dio.
Il brano del Vangelo proclamato in questa Ventisettesima Domenica del Tempo Ordinario corrisponde ai versetti 33-43 tratti dal capitolo 21 del Vangelo di Matteo
Questa parabola si trova anche negli altri Vangeli sinottici ed in particolare nel Vangelo di Marco, 12, 1-12 e Luca 20,9-19.
Viene proclamata da Gesù nel contesto dei discorsi nel Tempio di Gerusalemme e quindi è rivolta alle persone nel Tempio compreso i sacerdoti, i capi del popolo e la gente comune. Da un punto di vista cronologico siamo nella settimana che precede la Passione. Nella vigna accade una vera e propria storia di violenza, un crescendo di comportamenti non giustificabili, un delirio che non trova motivazione.
Gli assassini, dopo aver bastonato a morte i contadini inviati dal padrone, decidono di fare violenza anche al figlio del padrone, proprio perché l’erede, e cosi: “lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero”.
I vignaioli omicidi sono i capi religiosi di Israele. Il loro atteggiamento vile non ostacolerà la salvezza. Essi rifiutano l’appello alla conversione e su di loro pende il giudizio inesorabile di Dio. Non potranno arrestare il cammino di salvezza perché il vero Israele è fatto di fedeli e poveri del Signore. Sono loro i veri appartenenti al popolo di Dio, diversi tra loro per razza, cultura e mentalità ma uniti nel nome di Cristo.
Per ottenere la salvezza, anche noi dovremo riconoscere che Cristo è la pietra angolare sulla quale poggiare la nostra vita!
Qui diventa palese l’ammonimento del Vangelo:
”Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?",
chiede Gesù a chi lo ascoltava allora nel Tempio ed ora a noi attraverso la Parola. La risposta è ovvia: i contadini verranno puniti e sostituiti con chi darà onestamente la sua parte di frutti. E badate bene non può esserci altra risposta... anche gli interlocutori di allora non possono che affermare in questo senso la giustizia dei fatti.
La considerazione da fare per la nostra vita è: Noi, servitori della vigna, siamo fedeli oppure servitori “assassini”…
Siamo in grado di fare posto a Gesù, il figlio del padrone, nella nostra vita? Questo approccio attualizza il Vangelo proclamato in questa domenica alla nostra vita.
La liturgia della Parola della XXVII domenica del T. O., nella sua seconda lettura, riporta le ultime esortazioni di Paolo alla comunità di Filippi.
Una di queste ammonizioni, in particolare, colpisce tutti noi che corriamo e ci affanniamo ogni giorno:
“Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste”.
Colpisce soprattutto la grande fede dell’Apostolo.
Lui non ha dubbio alcuno sulla Provvidenza, sull'intervento del Signore nella vita di ognuno di noi. Paolo è un germe vivo di speranza, un uomo che ha saputo porre in atto la Parola di Dio, portandola a tutti come messaggio di vita.
Beati noi se riuscissimo a porre in atto ciò che ci viene consigliato.
La Parola di Dio, in molte situazioni, soprattutto nei salmi, ricorda che non bisogna porre la propria speranza sugli uomini.
Siamo polvere che il vento disperde, cosa crediamo di poter fare?
Anche in più passi dei Vangeli, Gesù non manca spesso di istruirci all'affido dei nostri affanni a quella Provvidenza che si chiama Spirito Santo.
Dice che a Dio si affidano anche le piccole esistenze degli uccelli del cielo che non ammassano cibo per il futuro o sostanze, o ancora dei gigli del campo che, senza far niente, diventano belli nei colori e nelle forme, grazie all'intervento del Creatore.
“Di tutte queste cose- ammonisce il Signore- vanno in cerca i pagani … non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, di quello che indosserete … (Mt6, 25-34).
Come è vera questa Parola in un mondo d’oggi dove ovunque si trasmette sfiducia, timori per il futuro, pessimismo e rassegnazione.
La nostra vitalità deve tendere ad una vita maggiore, più grande che è ben sopra le nostre teste.
Noi siamo come fiori di campo il cui corpo sfiorisce ma che lasciano profumo intenso, nota viva di gioia nel mondo.
Una cosa fantastica, credetemi, della quale non ci rendiamo conto quasi mai, presi dalle vicissitudini dell’esistenza terrena dove forze del male vorrebbero atterrirci con la paura dell’economia che va a rotoli, del futuro che è nebuloso, della possibilità di ammalarsi e soffrire o di dover fare a meno di una persona cara. Fateci caso.
I giornalisti su carta stampata o sui Tg televisivi ci spaventano con profezie catastrofiche che deprimono gli animi, buttando ombre inquiete sui prossimi anni della nostra vita. In tutto il loro vocabolario e nello stile forbito che indubbiamente hanno nello scrivere articoli, non esiste una parola che si chiama Provvidenza.
Neanche un sinonimo che ci si avvicini. Si azzerano quasi le aspettative verso l’intervento di Dio.
Il proverbio che diceva “aiutati che Dio ti aiuta”, oggi è cambiato in “aiutati che Dio non c’è”. Eppure ogni paura di cui soffriamo è contro la volontà di Dio e la Parola lo ribadisce molte volte.
Il messaggio quindi è forte e chiaro: nel nostro cuore e nella nostra mente ci deve essere la certezza dell’intervento di Dio.
Sarebbe consolante fare tutto come se dipendesse da noi stessi, ma sapendo bene che tutto dipende da Dio che opera per il nostro meglio. A volte il nostro meglio non è quello che crediamo, ricordiamoci le parole di Dio di due settimane fa: “Le mie vie non sono le vostre vie …”. Continua Paolo nelle esortazioni e nei consigli ricordando che la preghiera genera serenità e gioia anche in mezzo alle angustie.
Non è il mondo a darci pace, dato che non è in grado di offricela ma è la grazia di Dio che si spande in chi prega.
C’è comunque bisogno del nostro impegno quotidiano e l’Apostolo dice che “quello che avete imparato da me mettetele in pratica e avrete pace …”.
Occorre una mente libera dalle angustie del mondo per ricevere le sollecitazioni del Signore e dare spazio a pensieri edificanti.
E il pensiero che può liberarci dalle angustie è questo: Nessuno è ordinario. Ogni essere umano è straordinario perché Dio non ha creato persone inutili. Siamo tutti speciali per merito di Dio. E il nostro Creatore mai ci abbandonerebbe.
Non abbiamo bisogno di essere un grande pittore, un leader, non abbiamo bisogno di essere grandi, lo siamo già!
Con la prima lettura di Isaia, siamo davanti a un capolavoro della poesia ebraica che inizia quasi come parabola piacevole, riposante, per terminare in un crescendo inquietante fatto di delusione e di attesa frustrata. Già secoli prima si insinua il giudizio severo del padrone che, con amore dissoda, sgombra di pietre la sua vigna, la colma di viti pregiate per far sì che produca frutti buoni. Incredibilmente la vigna dà acini acerbi. Naturalmente l’allegoria è chiara.
La vigna del Signore è il popolo infedele di Israele, colmato di doni che restituisce solo del male. Siamo noi la vigna che produce frutti acerbi.
Il Signore è lì che aspetta un buon raccolto dalla nostra vita. Lo ribadisce il salmo dove si alza la preghiera di chi si pente della sua condotta e urla:
“Da te non ci allontaneremo mai più … fai splendere il tuo volto e saremo salvi … visita questa vigna e proteggi quello che la tua destra ha piantato “.
Il Vangelo di Matteo continua con una nuova parabola sulla vigna che contiene solenni avvertimenti alle autorità religiose d’Israele, le cui macchinazioni contro Gesù sono denunciate apertamente dal Figlio di Dio.
Il brano del Vangelo proclamato in questa Ventisettesima Domenica del Tempo Ordinario corrisponde ai versetti 33-43 tratti dal capitolo 21 del Vangelo di Matteo
Questa parabola si trova anche negli altri Vangeli sinottici ed in particolare nel Vangelo di Marco, 12, 1-12 e Luca 20,9-19.
Viene proclamata da Gesù nel contesto dei discorsi nel Tempio di Gerusalemme e quindi è rivolta alle persone nel Tempio compreso i sacerdoti, i capi del popolo e la gente comune. Da un punto di vista cronologico siamo nella settimana che precede la Passione. Nella vigna accade una vera e propria storia di violenza, un crescendo di comportamenti non giustificabili, un delirio che non trova motivazione.
Gli assassini, dopo aver bastonato a morte i contadini inviati dal padrone, decidono di fare violenza anche al figlio del padrone, proprio perché l’erede, e cosi: “lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero”.
I vignaioli omicidi sono i capi religiosi di Israele. Il loro atteggiamento vile non ostacolerà la salvezza. Essi rifiutano l’appello alla conversione e su di loro pende il giudizio inesorabile di Dio. Non potranno arrestare il cammino di salvezza perché il vero Israele è fatto di fedeli e poveri del Signore. Sono loro i veri appartenenti al popolo di Dio, diversi tra loro per razza, cultura e mentalità ma uniti nel nome di Cristo.
Per ottenere la salvezza, anche noi dovremo riconoscere che Cristo è la pietra angolare sulla quale poggiare la nostra vita!
Qui diventa palese l’ammonimento del Vangelo:
”Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?",
chiede Gesù a chi lo ascoltava allora nel Tempio ed ora a noi attraverso la Parola. La risposta è ovvia: i contadini verranno puniti e sostituiti con chi darà onestamente la sua parte di frutti. E badate bene non può esserci altra risposta... anche gli interlocutori di allora non possono che affermare in questo senso la giustizia dei fatti.
La considerazione da fare per la nostra vita è: Noi, servitori della vigna, siamo fedeli oppure servitori “assassini”…
Siamo in grado di fare posto a Gesù, il figlio del padrone, nella nostra vita? Questo approccio attualizza il Vangelo proclamato in questa domenica alla nostra vita.
giovedì 25 settembre 2014
XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Ezechiele 18, 25-28; Filippesi 2,1-11; Matteo 21, 28-32
In quest’ultima domenica di settembre la liturgia propone il capitolo 21 del Vangelo di Matteo.
Si sta acuendo lo scontro tra gli scribi e i farisei da una parte e Gesù dall'altra.
Essi chiedono a Colui il quale è già osannato dalle folle come il “Messia”, da chi abbia ricevuto l’autorità per dire e compiere le cose che fa.
Il Cristo aveva appena agito nel centro stesso del culto, il tempio.
La sua provocazione non si era limitata ai trafficanti. Gesù denunciava le gravi incoerenze e aveva preso di mira anche la rispettata classe dei sacerdoti, rei di abusi e di mancanze ripetute di rispetto per il luogo sacro a Dio e per Dio stesso.
Aveva così scacciato con un furore strano per lui, i cambia valute e i venditori che avevano reso il cortile del tempio “una spelonca di ladri”.
Precedentemente si era registrato anche l’episodio del fico infertile, senza frutti e solo con foglie ai rami. Gesù lo aveva maledetto con la frase:
“Nessuno possa mangiare i tuoi frutti” (21, 18-19) e l’albero si era irrimediabilmente seccato.
Era il gesto simbolico con cui il Signore della vita rigettava Israele perché non aveva prodotto i frutti santi e buoni che chiedeva il Cielo!
La religiosità del popolo era arida. Gesù con l’audacia sconcertante della verità chiedeva e chiede anche oggi a noi di decidersi: O con lui o contro di lui.
Gesù, nonostante tutto questo, ammaestra le genti con tre successive parabole, la prima delle quali l’esaminiamo proprio in questa domenica.
Protagonisti sono due figli e, capiamo bene, chi sono: uno rappresenta il fariseo pieno di sé, sicuro di una condotta integra, l’altro il pubblicano, quello che in umiltà raccoglie comunque l’appello di Gesù alla conversione del cuore, al pentimento delle azioni nefande fatte in precedenza.
I presunti buoni sono quelli che hanno rigettato perfino i segni evidenti che Gesù ha compiuto davanti ai loro occhi, gli stessi che presto crocifiggeranno quel Gesù venuto a portare amore e giustizia agli abbandonati della terra.
Come esige qualsiasi parabola, anche questa interroga tutti noi. Anzitutto ci costringe a una revisione di vita e a riconoscerci nell'uno o nell'altro protagonista.
Il quadretto di vita familiare, d'altronde è semplice e molte famiglie possono riconoscersi in un pezzetto di situazione.
A volte un figlio apparentemente tranquillo, nasconde insoddisfazione grande, mentre ragazzi aspri si dimostrano in una data situazione, pieni di tenerezza e generosità.
La domanda è: Siamo farisei, convinti di poter fare tutto senza l’intervento di Dio? Siamo dei perbenisti formali che ci riempiamo di gratificazioni o siamo invece i ribelli, magari pubblicani capaci però di bontà senza interessi?
Ci crogioliamo soddisfatti nel nostro formalismo religioso vuoto interiormente o siamo capaci di essere segno per gli altri con le nostre opere?
E ancora …
Forse siamo di quelli che ascoltano la Parola, che ci piace intellettualmente, che gustiamo come un buon romanzo da leggere, vivendola fin quando la si legge ma non aderendo pienamente al messaggio che il Signore ci dona?
Tante persone religiose che popolano le nostre chiese non rappresentano i veri giusti. In realtà non fanno veramente il volere di Dio. Ipocrisia o sincerità nascosta sotto moti di ribellione?
Un invito quindi a non giudicare dalle apparenze il figlio apparentemente ribelle ma in realtà obbediente! Le parabole sono grandi appelli alla conversione, certo … ma domandiamoci se sappiamo cosa sia una conversione.
Ci si converte quando in verità diventiamo consci che tutta la nostra vita dipende da Dio, quando aneliamo a Lui, quando l’osservanza dei comandamenti è la fonte viva della nostra consistenza umana, della nostra gioia di vivere che riscopriamo anche nelle situazioni limite e nei vicoli ciechi della nostra storia.
Convertirsi è quando dal profondo del cuore facciamo nostro il grido del salmo 118, ad esempio: “Indicami Signore la via dei tuoi precetti e la seguirò sino alla fine … dammi intelligenza perché osservi la tua legge e la custodisca con tutto il cuore …”.
Siamo convertiti quando abbandoniamo gli schemi mondani e riconosciamo il disegno divino su tutti gli avvenimenti piccoli o grandi, significativi o insignificanti nella nostra giornata. Al contrario a volte pensiamo di poter fare bene senza Dio.
Ricordiamo l’episodio di Samuele che alla voce del Signore che lo chiama risponde: “Parla Signore che il tuo servo ti ascolta”. Noi invece diciamo: “Ascolta Signore che il tuo servo ti parla”.
Allora diventa chiaro anche il senso delle parole contenute nell'oracolo di Ezechiele, prima lettura. Siamo capaci di discutere anche il modo di agire di Dio, lo definiamo poco retto. Il profeta, voce di Dio ci ammonisce che se il malvagio si allontana dalla giustizia muore. Se al contrario dovesse convertirsi dalla sua malvagità e compiere opere buone farà vivere se stesso. Torna il tema della grande misericordia di Dio che abbiamo spesso meditato.
La domenica ci regala anche la fantastica lettera di Paolo ai Filippesi di cui abbiamo già decantato la bellezza teologica.
Questo testo divino dovrebbe non solo essere meditato ma centellinato, decantato come gocce di ottimo vino.
È l’Inno cristologico all'Umiltà così come la lettera ai Corinzi, nel XIII capitolo è l’Inno all'Amore. Sono le pagine del Nuovo Testamento che raggiungono i livelli più alti.
Paolo pone quasi a confronto la carità che è il dono più grande dello Spirito Santo e l’umiltà, dote necessaria per potere amare.
Chi può insegnarci amore e umiltà se non Dio?
La storia della salvezza dell’uomo è intrisa dell’umiltà senza fine del nostro Dio che, sin dalla caduta nel Giardino dell’Eden, è corso sempre alla ricerca dell’uomo per la sua salvezza. Si è fatto pastore che cerca la pecorella smarrita dal gregge per ricondurla al buon pascolo, si è fatto padre che perdona le intemperanze di un figlio che lo abbandona per sperperare i suoi averi realizzati in una vita di lavoro, si è fatto padrone della vigna per indurci a essere tralci attaccati a lui e produrre buoni frutti. Ha voluto incarnare il Figlio, rendendolo “simile agli uomini nella condizione di Dio e non lo ritenne un privilegio ma svuotò se stesso e assunse condizione di servo, che si umilia fino alla morte e alla morte di croce …”.
Più volte Dio ha svelato la condizione divina del Figlio: Sul Tabor, dove trasfigurandolo, lo ha reso splendente; Nei ripetuti miracoli che hanno reso palese la sua potenza, rendendo chiara a tutti anche la dimensione della sua sapienza senza fine. Eppure ha insegnato all'uomo l’accettazione della croce in umiltà.
A ben guardare l’umiltà di Dio si scopre anche nel continuo dono dello Spirito Santo che mette al servizio dell’umanità sbandata dal materialismo, per illuminare, consigliare e consolare. E noi? Abbiamo nel cuore un pizzico di umiltà? Portiamo questa dote all'interno della famiglia, del lavoro, nel servizio ai fratelli? Siamo fedeli a Dio accettando con umiltà le croci quotidiane o diciamo come nella prima lettura di Ezechiele che “non è retto il modo di agire del Signore”.
Ci rendiamo conto che nella sua Passione, Gesù si è fatto come lebbroso, reso impuro dai nostri vizi, per purificarci con la misericordia infinita del Padre?
Preghiamo nel chiuso delle nostre stanze con il salmo 24 di questa domenica e diciamo: “Ricordati della tua misericordia e del tuo amore che è da sempre … Insegnami i tuoi sentieri …”.
Allora si che potremo dire come l’apostolo Pietro nella sua lettera (1, 5-6): “Umiliatevi sotto la potente mano di Dio, affinchè Egli vi innalzi a suo tempo”.
In quest’ultima domenica di settembre la liturgia propone il capitolo 21 del Vangelo di Matteo.
Si sta acuendo lo scontro tra gli scribi e i farisei da una parte e Gesù dall'altra.
Essi chiedono a Colui il quale è già osannato dalle folle come il “Messia”, da chi abbia ricevuto l’autorità per dire e compiere le cose che fa.
Il Cristo aveva appena agito nel centro stesso del culto, il tempio.
La sua provocazione non si era limitata ai trafficanti. Gesù denunciava le gravi incoerenze e aveva preso di mira anche la rispettata classe dei sacerdoti, rei di abusi e di mancanze ripetute di rispetto per il luogo sacro a Dio e per Dio stesso.
Aveva così scacciato con un furore strano per lui, i cambia valute e i venditori che avevano reso il cortile del tempio “una spelonca di ladri”.
Precedentemente si era registrato anche l’episodio del fico infertile, senza frutti e solo con foglie ai rami. Gesù lo aveva maledetto con la frase:
“Nessuno possa mangiare i tuoi frutti” (21, 18-19) e l’albero si era irrimediabilmente seccato.
Era il gesto simbolico con cui il Signore della vita rigettava Israele perché non aveva prodotto i frutti santi e buoni che chiedeva il Cielo!
La religiosità del popolo era arida. Gesù con l’audacia sconcertante della verità chiedeva e chiede anche oggi a noi di decidersi: O con lui o contro di lui.
Gesù, nonostante tutto questo, ammaestra le genti con tre successive parabole, la prima delle quali l’esaminiamo proprio in questa domenica.
Protagonisti sono due figli e, capiamo bene, chi sono: uno rappresenta il fariseo pieno di sé, sicuro di una condotta integra, l’altro il pubblicano, quello che in umiltà raccoglie comunque l’appello di Gesù alla conversione del cuore, al pentimento delle azioni nefande fatte in precedenza.
I presunti buoni sono quelli che hanno rigettato perfino i segni evidenti che Gesù ha compiuto davanti ai loro occhi, gli stessi che presto crocifiggeranno quel Gesù venuto a portare amore e giustizia agli abbandonati della terra.
Come esige qualsiasi parabola, anche questa interroga tutti noi. Anzitutto ci costringe a una revisione di vita e a riconoscerci nell'uno o nell'altro protagonista.
Il quadretto di vita familiare, d'altronde è semplice e molte famiglie possono riconoscersi in un pezzetto di situazione.
A volte un figlio apparentemente tranquillo, nasconde insoddisfazione grande, mentre ragazzi aspri si dimostrano in una data situazione, pieni di tenerezza e generosità.
La domanda è: Siamo farisei, convinti di poter fare tutto senza l’intervento di Dio? Siamo dei perbenisti formali che ci riempiamo di gratificazioni o siamo invece i ribelli, magari pubblicani capaci però di bontà senza interessi?
Ci crogioliamo soddisfatti nel nostro formalismo religioso vuoto interiormente o siamo capaci di essere segno per gli altri con le nostre opere?
E ancora …
Forse siamo di quelli che ascoltano la Parola, che ci piace intellettualmente, che gustiamo come un buon romanzo da leggere, vivendola fin quando la si legge ma non aderendo pienamente al messaggio che il Signore ci dona?
Tante persone religiose che popolano le nostre chiese non rappresentano i veri giusti. In realtà non fanno veramente il volere di Dio. Ipocrisia o sincerità nascosta sotto moti di ribellione?
Un invito quindi a non giudicare dalle apparenze il figlio apparentemente ribelle ma in realtà obbediente! Le parabole sono grandi appelli alla conversione, certo … ma domandiamoci se sappiamo cosa sia una conversione.
Ci si converte quando in verità diventiamo consci che tutta la nostra vita dipende da Dio, quando aneliamo a Lui, quando l’osservanza dei comandamenti è la fonte viva della nostra consistenza umana, della nostra gioia di vivere che riscopriamo anche nelle situazioni limite e nei vicoli ciechi della nostra storia.
Convertirsi è quando dal profondo del cuore facciamo nostro il grido del salmo 118, ad esempio: “Indicami Signore la via dei tuoi precetti e la seguirò sino alla fine … dammi intelligenza perché osservi la tua legge e la custodisca con tutto il cuore …”.
Siamo convertiti quando abbandoniamo gli schemi mondani e riconosciamo il disegno divino su tutti gli avvenimenti piccoli o grandi, significativi o insignificanti nella nostra giornata. Al contrario a volte pensiamo di poter fare bene senza Dio.
Ricordiamo l’episodio di Samuele che alla voce del Signore che lo chiama risponde: “Parla Signore che il tuo servo ti ascolta”. Noi invece diciamo: “Ascolta Signore che il tuo servo ti parla”.
Allora diventa chiaro anche il senso delle parole contenute nell'oracolo di Ezechiele, prima lettura. Siamo capaci di discutere anche il modo di agire di Dio, lo definiamo poco retto. Il profeta, voce di Dio ci ammonisce che se il malvagio si allontana dalla giustizia muore. Se al contrario dovesse convertirsi dalla sua malvagità e compiere opere buone farà vivere se stesso. Torna il tema della grande misericordia di Dio che abbiamo spesso meditato.
La domenica ci regala anche la fantastica lettera di Paolo ai Filippesi di cui abbiamo già decantato la bellezza teologica.
Questo testo divino dovrebbe non solo essere meditato ma centellinato, decantato come gocce di ottimo vino.
È l’Inno cristologico all'Umiltà così come la lettera ai Corinzi, nel XIII capitolo è l’Inno all'Amore. Sono le pagine del Nuovo Testamento che raggiungono i livelli più alti.
Paolo pone quasi a confronto la carità che è il dono più grande dello Spirito Santo e l’umiltà, dote necessaria per potere amare.
Chi può insegnarci amore e umiltà se non Dio?
La storia della salvezza dell’uomo è intrisa dell’umiltà senza fine del nostro Dio che, sin dalla caduta nel Giardino dell’Eden, è corso sempre alla ricerca dell’uomo per la sua salvezza. Si è fatto pastore che cerca la pecorella smarrita dal gregge per ricondurla al buon pascolo, si è fatto padre che perdona le intemperanze di un figlio che lo abbandona per sperperare i suoi averi realizzati in una vita di lavoro, si è fatto padrone della vigna per indurci a essere tralci attaccati a lui e produrre buoni frutti. Ha voluto incarnare il Figlio, rendendolo “simile agli uomini nella condizione di Dio e non lo ritenne un privilegio ma svuotò se stesso e assunse condizione di servo, che si umilia fino alla morte e alla morte di croce …”.
Più volte Dio ha svelato la condizione divina del Figlio: Sul Tabor, dove trasfigurandolo, lo ha reso splendente; Nei ripetuti miracoli che hanno reso palese la sua potenza, rendendo chiara a tutti anche la dimensione della sua sapienza senza fine. Eppure ha insegnato all'uomo l’accettazione della croce in umiltà.
A ben guardare l’umiltà di Dio si scopre anche nel continuo dono dello Spirito Santo che mette al servizio dell’umanità sbandata dal materialismo, per illuminare, consigliare e consolare. E noi? Abbiamo nel cuore un pizzico di umiltà? Portiamo questa dote all'interno della famiglia, del lavoro, nel servizio ai fratelli? Siamo fedeli a Dio accettando con umiltà le croci quotidiane o diciamo come nella prima lettura di Ezechiele che “non è retto il modo di agire del Signore”.
Ci rendiamo conto che nella sua Passione, Gesù si è fatto come lebbroso, reso impuro dai nostri vizi, per purificarci con la misericordia infinita del Padre?
Preghiamo nel chiuso delle nostre stanze con il salmo 24 di questa domenica e diciamo: “Ricordati della tua misericordia e del tuo amore che è da sempre … Insegnami i tuoi sentieri …”.
Allora si che potremo dire come l’apostolo Pietro nella sua lettera (1, 5-6): “Umiliatevi sotto la potente mano di Dio, affinchè Egli vi innalzi a suo tempo”.
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