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domenica 25 gennaio 2015

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO: CICLO B

Giona 3,1-5.10; Salmo 24; 1Cor7, 29-31; Marco 1, 14-20 

Libro di Giona 3,1-5.10. 
Fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore: "Alzati, và a Ninive la grande città e annunzia loro quanto ti dirò". Giona si alzò e andò a Ninive secondo la parola del Signore. Ninive era una città molto grande, di tre giornate di cammino. Giona cominciò a percorrere la città, per un giorno di cammino e predicava: "Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta". I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo. Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si impietosì riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece. 

Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinti 7,29-31. 
Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d'ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l'avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo! 

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 1,14-20. 
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo». Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito, lasciate le reti, lo seguirono. 


Continua il tempo ordinario della Chiesa nell’Anno B, ma queste domeniche di ordinario non hanno un bel niente.
La settimana scorsa la liturgia ci ha proposto una straordinaria riflessione sul senso della vita, sulla capacità di rispondere alla chiamata del Signore per essere davvero suoi discepoli e non solo con la bocca.

Anche oggi la Parola ci offre tante sollecitazioni per vivere nel nome del Signore.

Mentre la scorsa settimana la parola chiave era : Chiamata, in questa terza settimana è: Conversione! 

Infatti, la domenica oltre a coincidere con la fine della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ricorda anche la grande festa della Conversione di San Paolo. In queste domeniche, si proclama il Vangelo di Marco. È il più sintetico dei quattro evangelisti ma, certamente, il più vicino alla vicenda terrena del Cristo, essendo il suo scritto, frutto della testimonianza del primo degli Apostoli, Simon Pietro. Gesù, qui, parla pochissimo.
Proclama il Vangelo (il Kerussein) senza fronzoli perché si tratta di credere o non credere in Lui prima ancora che nel suo insegnamento, prorpio come fanno i quattro discepoli del brano di questa domenica. Accogliamo in maniera profonda l’appello di Gesù che ci chiede di invertire la rotta e credere profondamente al Vangelo. Cristo ci chiede non una conversione di penitenza e digiuno, ma di consacrare davvero la nostra esistenza a Lui.

Nella prima lettura, il profeta Giona anticipa, nella sua predicazione e nella risposta dei Niniviti al messaggio di Dio, questa esigenza di conversione.
 La condotta di Ninive ci offre un primo insegnamento: è necessario imparare a rispondere con fede docile al Signore non soltanto con la bocca, ma soprattutto con il cuore. Dobbiamo essere capaci di passare attraverso un mutamento radicale della condotta, per ricevere, come accade agli abitanti di Ninive, il perdono e trovare la via della vita.

La conversione è una dialettica tra parola e silenzio: Dio, da una parte, parla come ha fatto con il giovane Samuele, di notte nel silenzio; dall’altra l’esperienza di Lui porta al silenzio tutto il resto. Occorre però nella conversione un cuore di carne come ricorda il salmo 95,8:
“Oggi se udite la sua voce non indurite il cuore”.
Il libro di Giona è da leggere tutto d’un fiato. È una novella deliziosa, un romanzo didattico del Vecchio Testamento di soli quattro capitoli, scritto probabilmente tra il 500 e il 400 a.C. Fa parte dei dodici piccoli libri dei profeti cosiddetti “minori”, scritti tra l’VIII e il IV secolo.
Sono minori perché si tratta di libri molto più brevi dei quattro profeti maggiori, Isaia, Geremia Ezechiele e Daniele. Parliamo di Osea, Gioele, Amos, Malachia, Zaccaria, Sofonia, Abacuc e altri. Giona è un personaggio fra i più malintesi, anche favolistico.
Pretende di piegare Dio alle sue vedute: non vuol seguire la chiamata a partire secondo le indicazioni del Signore, per ad andare verso la grande città a portare il suo messaggio.
Piuttosto si dirige decisamente verso la direzione opposta. Il profeta ha prima bisogno di convertire se stesso, poi può adempiere alla missione di portare conversione gli altri. Non è forse quello che viene chiesto a noi? Come possiamo condurre i fratelli a Dio, se non abbiamo un cuore di carne dentro di noi? Tutto il racconto non parla tanto della conversione di Ninive, ma di quella a cui Dio intende condurre Giona.
Il nostro Signore si prende cura dei vicini e dei lontani – ci dice questo libro - non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva così come accade per il religioso e fondamentalista Giona che incontrerà la novità del suo Dio che tanto lo ama.
Il soggiorno nel ventre del pesce e il suo rigenerarsi dai peccati per donarsi all'ascolto di Dio, ci fa capire come il Signore ci insegue per farci tornare pienamente a Lui. Ne inventa di ogni colore per darci salvezza.
Il racconto della conversione di Ninive ha anche un’allegorie: tre giorni per girare la città per intero, un numero che richiama il tempo di Giona nel ventre della balena, ma anche i tre giorni della morte nel sepolcro di Cristo!

Nella Seconda lettera ai Corinzi due sono le frasi importanti che aiutano a chiarire il rapporto che noi cristiani dobbiamo avere con la realtà mondana:
 “Il tempo si è fatto breve” (v.29) e “Passa la scena di questo mondo”.
Paolo non intende il tempo in senso cronologico ma come momento favorevole (il Kairos), l’occasione per delle nuove opportunità. Paolo non è un menagramo, predicatore di apocalissi o di fine del mondo. Al contrario, manda un messaggio di speranza e consolazione. Noi siamo chiamati a vivere nella vigilanza, prendendo correttamente la distanza dalla realtà terrena, vivendo si nel mondo ma con lo stile di chi porta con se il Signore. Sono cinque le volte in cui si dice di vivere “come se non”… è l’invito pressante della conversione, del distacco per quanto possibile delle cose terrene, per riempire il tempo della presenza di Cristo.

Chiediamo allo Spirito di illuminarci sul senso dello scritto di Paolo. È chiaro il significato di quelli che piangono … gioiscono … ma quanto è sibillina la frase:
“Il tempo si è fatto breve; ora innanzi quelli che hanno moglie vivano come se non l’avessero”? Abbiamo bisogno di comprendere che noi coniugi siamo chiamati a realizzare il progetto di Dio attraverso l’unione ma senza perdere lo spirito del pellegrino e del forestiero perché la vera patria la incontreremo nell'eternità.
I nostri figli, il nostro partner non sono nostri, né apparteniamo a questo mondo dove tutto è labile. È così anche per chi è nello stato di figlio, lavoratore o missionario. Ognuno ha il suo ruolo, il suo compito assegnato. Viviamo con gioia questi attimi passeggeri, non disprezziamo la concretezza, insegna Paolo, ma non dimentichiamo l’Assoluto .

Il Vangelo di Marco narra, con la consueta veste asciutta, le altre chiamate lungo il mare di Galilea, dei discepoli.
All'inizio del brano, l’evangelista offre le coordinate, per vivere in profondità, la lieta notizia che Gesù è venuto a portare:
 “Il tempo è compiuto, il Regno di Dio si è fatto vicino. Convertitevi e credete al Vangelo” (v.15)

C’è da notare una particolarità.
Finora abbiamo visto tanta gente uscire di casa per recarsi sulle rive del Giordano a trovare il Battista e un battesimo. Ora è Gesù stesso che si reca dove la gente vive la sua esistenza. Ecco il venire di Dio in mezzo all'umanità, il farsi incontro del Signore agli uomini.
Questo può accadere solo se gli ascoltatori credono e si convertono.
Se l’uscio del nostro cuore rimane chiuso sarà impossibile per Gesù raggiungerci. Il Vangelo continua con il racconto della chiamata ai primi discepoli, con le due coppie di fratelli, Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni.
Ai primi due, Gesù dice: “Seguitemi e vi farò pescatori di uomini”. Simone riceve il nome di Cefa, cioè Pietro e avrà un dono grande e gravoso dal Signore:
“Pasci le mie pecore e i miei agnelli”.
Anche a noi, Gesù mostra il suo piano divino nei nostri confronti.
Esso tiene conto delle doti di ognuno di noi. Non ci viene chiesto l’impossibile ma, per un mistero insondabile, non si interessa delle nostre inevitabili debolezze. Dio ci sceglie ma la sua chiamata esige decisione. Anche per noi, come per gli apostoli, non conta il passato, né il futuro.
Conta l’oggi, il presente che abbiamo tra le mani.
Anche a noi ci viene detto: “Sarete pescatori di uomini”.
Li dovremo conquistare a Dio non con lenze ed esche ma con testimonianza di vita, sul grande modello di Gesù infallibile testimone.
 Anche la chiamata di Giacomo e Giovanni porta con se un insegnamento.
Si legge: “… lasciarono la barca con il padre e i garzoni e lo seguirono”.
Erano persone agiate, avevano dipendenti e una piccola impresa di pesca ben organizzata. Gesù li toglie da questo benessere perché sa che è una condizione che prima o poi finirà. La sua è una chiamata per la vita eterna!
 Un bene molto più grande è sempre pronto anche per noi. Solo che spesso non ce ne rendiamo conto. Noi non guardiamo oltre la punta del naso, Dio è lungimirante!

Per la nostra preghiera:
O Signore Gesù ci chiami incessantemente alla conversione,
ci insegni continuamente a saper approfittare del tempo propizio concessoci.
Non permettere che ci distraiamo.
Mantieni i nostri cuori consacrati a te e nello stato di vita a cui Tu ci hai chiamati.
Vogliamo piacerti, capiamo che questa è l’unica cosa della quale vale veramente la pena di preoccuparsi.

Aiuta noi e le nostre famiglie a capire tutto questo.

venerdì 16 gennaio 2015

II DOMENICA TEMPO ORDINARIO, CICLO B. domenica 18 gennaio 2015

Prima lettura: 1 Sam 3, 3b-10. 19 
Ma il Signore chiamò di nuovo: «Samuele!» e Samuele, alzatosi, corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Ma quegli rispose di nuovo: «Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire!». In realtà Samuele fino allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore. Il Signore tornò a chiamare: «Samuele!» per la terza volta; questi si alzò ancora e corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovinetto. Eli disse a Samuele: «Vattene a dormire e, se ti si chiamerà ancora, dirai: Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta» . Samuele andò a coricarsi al suo posto. Venne il Signore, stette di nuovo accanto a lui e lo chiamò ancora come le altre volte: «Samuele, Samuele!». Samuele rispose subito: «Parla, perché il tuo servo ti ascolta». Samuele acquistò autorità poiché il Signore era con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole. 

Seconda lettura: 1 Cor 6, 13c-15a. 17-20 
Fratelli, il corpo non è per l'impudicizia, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo. Dio, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza. Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo e ne farò membra di una prostituta? Non sia mai! Ma chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito. Fuggite la fornicazione! Qualsiasi peccato l'uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dá alla fornicazione, pecca contro il proprio corpo. O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo! 

Vangelo: Gv 1,35-42 
In quel tempo, Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!». E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?». Gli risposero: «Rabbì (che significa maestro), dove abiti?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio. 


Oggi il tema è “la chiamata”!
Nel suo misterioso amore per noi Dio ci ha scelti.
Forse qualcun altro lo avrebbe saputo servire meglio.
Ma Lui ha voluto noi. E ci domanderà conto di ciò che ci ha dato!
Lui ci ha scelti per stare insieme come per gli Apostoli, mistero d’amore, dono infinito.
Ogni vocazione è un impegno d’amore.
E noi, da questo incontro dobbiamo trovare forza perché la Sua vita entri in noi profondamente!

Il Vangelo di questa domenica racconta del primo incontro di Gesù con alcuni dei suoi futuri discepoli.
 “Cosa cercate”? Dice così Gesù.
 E, forse, sarebbe meglio dire, come vedremo in seguito: “Chi cercate”?

Giovanni e Andrea sono le due prime vocazioni; abbandonano il più grande dei profeti in terra, per seguire l’unico Messia.
Ognuno ha il suo compito in una vocazione. Qui parliamo di due giovani pescatori, discepoli di Giovanni, tirati su dalla rude scuola del Battista, abituati all'austerità e alla preghiera. Gesù li sceglie: uno, Andrea, imiterà il Cristo crocifisso, l’altro, Giovanni, sarà il confidente degno di prendere in consegna, sotto la croce, il tesoro grande che è Maria Santissima.

L’”agnello di Dio” alla loro domanda: “Rabbì dove dimori?”, rivolge loro un invito: “Venite e vedrete”. Pare vederlo sorridente, Gesù, che non risponde dando indicazioni ma chiede di andare con Lui.
Alle quattro del pomeriggio la vita dei due muta completamente. Quell'ora sarà indimenticabile per i due discepoli, fulminati da un incontro magnifico e misterioso.

È ciò che accade a chi incontra davvero Gesù! I due erano già consapevoli, prima di parlare con il Messia, dato che non pongono quesiti banali, tipici di chi non ha idee chiare, ma l’unica domanda che tutti noi vorremmo fare a Gesù, quella domanda che da oltre duemila anni si pone ogni persona che accoglie davvero il messaggio evangelico:
Dove abiti Signore? Dov'è possibile incontrarti per vivere con te, nella perfetta intimità, nella assoluta comunione.

Dov'è Dio?
 Possiamo scoprirlo solo se abbiamo il cuore del pellegrino, se diventiamo disponibili a cambiare vita all'istante, proprio come fanno gli apostoli che lasciano tutto alle spalle, se cambiamo vita senza troppe storie, convinti da una parola, da uno sguardo che conquista. Forse anche noi avremmo bisogno di un Giovanni Battista, di qualcuno che ci mostra l’agnello di Dio, di un testimone credibile che ci indirizzi.
Perché, lo sappiamo, Gesù, anche a noi, chiede: “Cosa cercate”?

Sicuramente risponderemmo: gioia, felicità, vera pace del cuore e sapienza dell’anima.

Lo spunto di questa meditazione allora è: Dove trovare la felicità?
Forse nei beni terreni dell’amore, del piacere, del denaro, del successo o del potere?
Sappiamo in cuor nostro di non poterci appoggiare a queste cose effimere che, al massimo, possono darci ebbrezze passeggere, perché nel tempo andranno perdute.
Ecco che diventa chiaro che la ricerca non è in qualcosa ma in qualcuno. Gesù non ci propone un qualcosa ma Lui stesso.

Preghiamo per far si che la nostra ricerca di vita consista nel costante desiderio di prendere dimora accanto a Dio.

L’affascinante racconto della vocazione di Samuele, colpisce sempre per la costruzione e la suspense della storia. La madre lo aveva condotto, sin dalla giovane età, al santuario di Silo, lì dove era custodita l’Arca dell’Alleanza, lo aveva affidato a Eli il sacerdote, per consacrarlo al Signore. Mentre dorme il ragazzo viene svegliato per ben tre volte da una voce che lo chiama. Anche il sacerdote, ormai con il cuore indurito e lontano da Dio, impiega molto per capire la natura della voce.
Dio chiama e noi ascoltiamo?
Il frutto più prezioso che produce l’uomo che ascolta è quello di rendere reale la Parola del Signore per se e per gli altri. Siamo pronti all’ascolto come Samuele, usciamo dall'abitudine di una vita senza sorprese.
Dio chiama ininterrottamente ma c’è qualcuno pronto ad ascoltare. In quel tempio, forse, occorreva l’arrivo del giovane Samuele perché la Parola fosse ascoltata.

Nella seconda lettura, Paolo parla alla comunità di Corinto.
Qui vi era un gruppo di cristiani che si credevano perfetti e maturi.
Di fronte al sesso propongono ascetismo completo, astinenza sessuale assoluta e incondizionata.
C’è qualcuno, al contrario, che parla di sessualità senza freni in nome di una pretesa irrilevanza rispetto alla salvezza data in Cristo.
Paolo chiede semplicemente coerenza con il fondamento della vita cristiana, la redenzione ricevuta: “Siete stati comprati a caro prezzo”, ricorda, alludendo al dolore patito dal Cristo crocifisso.
Non dobbiamo dimenticare, ricorda l’apostolo, che i nostri corpi sono membra del Cristo e che noi dimoriamo in Lui e Lui in noi.

Ecco l’esigenza di una vita che rifugga ogni genere di impurità, ogni disordine sessuale, ogni peccato contro il proprio corpo, tempio dello Spirito.

sabato 20 dicembre 2014

IV DOMENICA DI AVVENTO: CICLO B

II Samuele 7,1-5.8b-12.14a.16; Romani 16,25-27; salmo 88; Luca 1,26-38 

Dal secondo libro di Samuèle: 
Il re Davide, quando si fu stabilito nella sua casa, e il Signore gli ebbe dato riposo da tutti i suoi nemici all'intorno, disse al profeta Natan: «Vedi, io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto i teli di una tenda». Natan rispose al re: «Va’, fa’ quanto hai in cuor tuo, perché il Signore è con te». Ma quella stessa notte fu rivolta a Natan questa parola del Signore: «Va’ e di’ al mio servo Davide: “Così dice il Signore: Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? Io ti ho preso dal pascolo, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi capo del mio popolo Israele. Sono stato con te dovunque sei andato, ho distrutto tutti i tuoi nemici davanti a te e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra. Fisserò un luogo per Israele, mio popolo, e ve lo pianterò perché vi abiti e non tremi più e i malfattori non lo opprimano come in passato e come dal giorno in cui avevo stabilito dei giudici sul mio popolo Israele. Ti darò riposo da tutti i tuoi nemici. Il Signore ti annuncia che farà a te una casa". 

Dal vangelo secondo Luca: 
In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all'angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch'essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei. 

Il cammino di attesa del Natale è giunto quasi al termine.
Il racconto dell’Annunciazione sembra volerci proiettare verso il grande mistero dell’Incarnazione. Due i temi fondamentali del Vangelo di Luca: l’annuncio della nascita di Gesù e la grande umiltà della Sua serva, Maria l’ancella del Signore. La Vergine accoglie con serena fermezza il gravoso compito affidatole, magari senza neanche comprenderlo pienamente, ma fiduciosa nella parole di Dio trasmesse dall'Angelo.
La prima meditazione è proprio questa: a volte non comprendiamo cosa ci accade nella nostra giornata, non apprezziamo l’intervento di Dio su di noi, non lo capiamo e non siamo fiduciosi che sia tutto per il nostro bene.
 È proprio l’opera di Dio, la Sua fedeltà, il Suo amore per l’umanità al punto di donare il Suo unico Figlio, al centro della liturgia della Parola. Non possiamo però mancare di contemplare l’atteggiamento di Maria che con il suo “si” rende possibile il disegno di Dio, abbandonandosi, lei si, al disegno divino. Senza Maria, non possiamo conoscere pienamente e amare con forza il nostro Dio! È per mezzo di Lei che riceviamo la grazia divina per vivere da Figli. Maria ci porta a Dio e nel contempo porta a noi i doni dell’Altissimo.

Riflettiamo anche sul contesto della nascita del Salvatore: il luogo è la Galilea, regione di confine ritenuta quasi pagana e comunque vista come una terra non ospitale, la città, Nazaret, di dubbia fama e dalla quale si riteneva non potesse mai venire qualcosa di buono, come si scopre nel vangelo di Giovanni 1,46.
Proprio qui vive Maria, ragazza vergine, promessa sposa a un carpentiere di parecchi anni più grande di lei. È in questo contesto di totale marginalità che nasce il Re del mondo.
Per capire bene la grandezza di Maria, piccola creatura dal cuore grande, la Chiesa contrappone, nella prima lettura, tratta dal Secondo Libro di Samuele, la figura del re Davide.
Il condottiero è la figura dell’uomo che ha sogni di grandezza, che desidera occupare nella società la posizione adatta a influire nei grandi progetti umani.
La presenza di Davide nelle letture di oggi è affermazione della nascita di un Bambino che sarà grande come lo è stato il re Davide, non in senso relativo ma in assoluto l’“Altissimo”,
Colui che riceverà il trono di Davide suo padre e il cui Regno che non avrà mai fine. Il sogno ricorrente di Davide, alla fine della sua vita, è di realizzare un grandioso tempio, degna casa per il suo Dio. Non capisce subito che non è il suo sogno che deve realizzarsi ma quello di Dio. Ecco il senso delle parole: “Il Signore farà a te una casa”.
Sarà Davide a entrare nel progetto di Dio e non viceversa. Dio glielo afferma attraverso le parole del profeta Natan.

Cosa ci insegna questa lettura?
Non sono gli uomini che possono costruire una casa a Dio, è solo Lui che può garantire a ogni creatura un’esistenza felice e questo in ogni tempo!

La liturgia ci presenta anche il finale di lode, l’inno sontuoso della Lettera ai Romani. Paolo riafferma che Dio ha il potere di confermarci, cioè donare stabilità alla nostra fede, Lui che è anche il fine di ogni pensiero umano, l’unico davvero sapiente. Il mistero taciuto per secoli eterni, è il progetto di Dio che manda a noi il Figlio.
Lui solo è il centro della nostra salvezza annunciato alle genti attraverso la Parola. Solo in Lui possiamo davvero esplodere nel canto del Salmo 88 e dire: “Tu sei mio Padre, mio Dio e roccia della mia salvezza …”.
L’Apostolo afferma che è ormai giunto il tempo di rivelare a tutte le genti ciò che è stato annunciato dalla Scritture, che la salvezza è offerta a tutti gli uomini. Cosa ci insegna questa lettura? Non possiamo vivere il Santo Natale per noi.
Abbiamo il dovere e il mandato di rivelare agli altri, nei modi possibili, che Gesù nasce non solo a Betlem ma nei cuori di tutti quelli che l’accolgono in buona volontà.

Meditando:
La Parola suscita il confronto interiore. Cosa dice a me, a noi? Anche noi spesso cadiamo nell'errore di voler imporre la nostra volontà, con calcoli umani e lontani dal desiderio di realizzare ciò che Dio ci chiede. Siamo capaci di lasciarci plasmare, nella nostra vita, dai progetti celesti? Oppure sperimentiamo la nostra difficoltà di essere fedeli servi come Maria?
Tutti noi abbiamo sperimentato un insuccesso nella vita. Siamo stati infedeli e deboli rispetto allo scopo prefissato. Poi abbiamo capito che anche nelle delusioni c’è possibilità di crescere. Non crediamoci i padroni della vita ma affidiamoci alla volontà di Dio. Pregando: la Parola interiorizzata diventa dialogo con il Signore. Cosa dico?
Diversamente da Davide è Maria, che pronuncia la frase della redenzione umana: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me secondo le tue parole”.
Preghiamo il Magnificat, pensando alle tante meraviglie che ancora oggi il Signore opera nella Chiesa, nella storia e nella nostra vita. Il saluto dell’Angelo: “Il Signore è con te” è anche per noi.
Nel nostro cuore Dio Padre, con la forza dell’amore svolge il suo progetto per noi. Chiediamo allo Spirito di pronunciare il nostro “si faccia di me quello che hai detto”, non con la rassegnazione di chi sa di non poter contrastare un Dio, ma con la certezza che il Signore opera per il nostro bene perché è fedele, è la roccia capace di dare stabilità alle nostre vite.
Chiediamo al Signore di farci essere docili al suo volere, di essere in comunione con Lui, di trovarci felici nella condizione di servi come lo sono stati Davide e Maria, ma anche Abramo, Mosè, i santi e soprattutto il Figlio!

Per la contemplazione personale: 
Dio parla al nostro cuore. Dovremmo ripetere e, soprattutto vivere la Parola: “Ti saluto o piena di grazia, il Signore è con te”. Imitiamo la Vergine che concepisce, accoglie e genera il Verbo. Ciò che è avvenuto in Maria deve avvenire anche in noi. “Busseremo alla tua porta e, se ci aprirai prenderemo dimora in te” dice il Signore nell'Apocalisse.

Per la nostra preghiera personale: 
Signore, “se alle tue creature togli lo spirito muoiono e ritornano nella polvere; se mandi il tuo Spirito, sono create e rinnovi la faccia della terra”. (Salmo 104,29-30) Manda su noi lo Spirito Santo, o Signore, lo stesso che scendendo su Maria, con la potenza dell’Altissimo, ha generato al mondo il Verbo della vita.

sabato 13 dicembre 2014

III DOMENICA AVVENTO: CICLO B

Isaia 61,1-2°.10-11; 1 Tessalonicesi 5,16-24; Giovanni 1,6-8.19-28 
 “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio”.

Dal libro del profeta Isaia 
Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; 
mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai poveri, 
a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, 
la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di misericordia del Signore. 
Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio ... 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi 
Fratelli, state sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. 
Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male. 
Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione ...

Dal Vangelo secondo Giovanni 
Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. 
Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. 
Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce. 
E questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: “Chi sei tu?”. Egli confessò e non negò, e confessò: “Io non sono il Cristo”. Allora gli chiesero: “Che cosa dunque? Sei Elia?”. Rispose: “Non lo sono”. “Sei tu il profeta?”. Rispose: “No”. Gli dissero dunque: “Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?” Rispose: “Io sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia”. Essi erano stati mandati da parte dei farisei. Lo interrogarono e gli dissero: “Perché dunque battezzi se tu non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?”. Giovanni rispose loro: “Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, uno che viene dopo di me, al quale io non son degno di sciogliere il legaccio del sandalo”. 

La domanda da porsi preliminarmente è: Diamo la giusta importanza alla venuta del Cristo nel mondo?.
Se lo facessimo davvero, allontanando da noi tutta il terribile sfruttamento mediatico e commerciale del Natale, potremmo dire di essere davvero nella gioia.
È, infatti, la domenica della gioia!
Il Signore è vicino e la Chiesa ci invita a pregustare la gioia del Natale.
Tutta la liturgia è tesa alla comunicazione della felicità per l’incontro ormai prossimo con il Salvatore.
Se dovessimo condensare in tre atteggiamenti la nostra preparazione all'evento della nascita di Gesù dovremmo guardare attentamente alla seconda lettura di Paolo che suggerisce le parole: gioia, preghiera e gratitudine.

Cercheremo di comprendere il significato profondo dell’invito alla gioia che non è soltanto personale ma che deve essere esteso a tutti attraverso di noi, testimoni di luce tra le tenebre e la tristezza che non mancano in questo mondo.
Ecco, subito, l’annuncio vitale del Vangelo di Giovanni, primo capitolo: il Battista non è soltanto una figura ascetica, concetto sul quale si soffermano molto i Sinottici, ma è un testimone e lo sarà fino al martirio. Giovanni dopo il prologo, narra di sette giorni di Gesù, in cui nell'ultimo, il settimo, si racconta della testimonianza del Battista.
L’allegoria appare chiara: sette sono i giorni della creazione e della sua luce, raccontata da Genesi,(1,3), sette i giorni narrati e nell'ultimo si testimonia della Luce che invade i cuori degli uomini come in una nuova creazione!
Il più “grande dei profeti in terra”, ai sacerdoti e i leviti, inviati dai farisei di Gerusalemme per indagare, attesta che non è lui il Cristo che salva, non è neanche Elia redivivo.
È soltanto “voce di uno che grida nel deserto”, ricordando le parole di Isaia.
La missione del profeta provocava perplessità, qualcuno lo credeva il Messia, altri un facinoroso, anche un tantino pericoloso.
Ecco il senso della commissione di esperti, inviati per capire il senso della vita austera di quest’uomo. Anche noi, dando forte testimonianza ad un mondo distratto e peccaminoso, corriamo il rischio di non essere capiti, di essere visti come persone assurde.
 La sua testimonianza va fino all'estremo quando proclama le famose parole:
“Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere, io diminuire”.

Gioia e testimonianza, gioia che viene dalla testimonianza! il grande significato di questa domenica? Siamo invitati ad esultare perché ci è stato affidato il grande onore e onere di testimoniare la Luce che viene nel mondo.
Dobbiamo testimoniare ma senza inorgoglirci, nell'umiltà di chi sa di essere servo inutile e di essere destinato a diminuire.
Prendiamo esempio da Giovanni Battista. La sua è abnegazione totale. Negare se stesso è condizione irrinunciabile per fare posto al Signore.
In questo Natale cerchiamo di fare vuoto in noi stessi per perché ci sia spazio per il nostro Creatore. Giovanni Battista sembra dirci che il nostro istinto e bisogno di salvezza, cioè pienezza di vita, di pace e di gioia, è possibile solo in comunione con Dio.
Ecco il senso dell’invito a “preparare la via del Signore”, ad aprire le porte dei nostri cuori.

La prima lettura tratta dal Libro di Isaia, capitolo 61, è famosa anche perché i primi versetti di questo oracolo, in cui il profeta parla in prima persona come se ricordasse la sua personale vocazione, verranno poi proclamati da Gesù agli allibiti farisei della sinagoga di Nazaret.
Le parole fanno intendere chiaramente, da parte di chi le pronuncia, che è colmo di Spirito Santo.
Lo capiamo bene grazie a due verbi: “Mi ha consacrato” e “mi ha inviato”.
Cinque secoli dopo, Gesù dirà che la salvezza annunciata da Isaia ora diventa possibile grazie alla Sua venuta. Niente è impossibile a Dio. La missione del Salvatore ha lo scopo di “fasciare le piaghe dei cuori spezzati, proclamare la libertà degli schiavi e la scarcerazione dei prigionieri …”. La gioia del profeta prorompe contagiosa nella domenica del “gaudere”! “Io gioisco pienamente nel Signore”. E l’antifona dì’ingresso fa l’eco: “Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi sempre. Il Signore è vicino”. (Fil 4,4-5).

Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo ai Tessalonicesi, ma anche a noi, suggerisce come attendere la venuta del Signore.
Gli atteggiamenti che dovrebbero essere abituali, ora sono indispensabili: gioia, preghiera e rendimento di grazia per i tanti doni e benefici ricevuti nella vita. In frasi semplici ma di grande profondità, l’uomo di Dio ricorda come deve essere la vita quotidiana del discepolo. È necessario vivere nella luce di chi attende il Redentore, cercando la volontà di Dio, non spegnendo lo Spirito, con grande impegno incessante, combattendo la “buona battaglia” con la preghiera perseverante che ci fa entrare in profonda relazione con il Signore. Viviamo quindi la Parola di questa domenica ripetendoci spesso le parole di Isaia 61,10: “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio”.

Nel Regno del Signore non può mancare la gioia perché un cristiano triste perennemente non è tale. La vita cristiana è beatitudine che non si smentisce mai.
Frequentiamo quindi con assiduità il Vangelo, la buona novella che ci viene donata e preghiamo lo Spirito di venire in noi e farci diventare gioia, preghiera, ringraziamento e carità.

Per la contemplazione personale:
Quasi tutti gli uomini vivono di apparenza. Vorremmo sembrare quello che non siamo, migliori degli altri, più bravi, più belli, più intelligenti, più … più … In verità vorremmo sempre essere al di sopra degli altri, punto di riferimento per tutti e questo ci dona tutt'altro che la pace desiderata. L’esempio del Battista è fulgido: “Io non sono”, dice a chi gli chiede di affermare la sua personalità. Anzi … “non sono degno di slacciare i lacci dei calzari …”.
Utilizziamo il seme dell’umiltà e diciamo anche noi: “Non sono”!
Riempiamo la nostra vita di atti di umiltà, evitiamo di voler apparire, mettendoci nelle retrovie della vita. Fai che impariamo dal Battista a vincere l’orgoglio perché solo così possiamo preparare la via alla Tua venuta. Amiamo davvero i nostri fratelli, doniamo noi stessi agli altri anche solo con un sorriso, con un gesto. Avremo in cambio pace del cuore, beatitudine dell’anima in eterno.

giovedì 4 dicembre 2014

II DOMENICA DI AVVENTO CICLO B: L'ATTESA

Isaia 40,1-5.9-11; 2 Pietro 3,8-14; Marco 1,1-8 

Dal libro del profeta Isaia 
«Consolate, consolate il mio popolo, dice il Signore. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù, è stata scontata la sua iniquità, perché ha ricevuto dalla mano del Signore doppio castigo per tutti i suoi peccati». Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, appianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia colmata, ogni monte e colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in pianura. Allora si rivelerà la gloria del Signore e ogni uomo la vedrà, poiché la bocca del Signore ha parlato». 

Dalla seconda lettera di san Pietro apostolo 
Una cosa non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo. Il Signore non ritarda nell'adempiere la sua promessa, come certuni credono; ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi. Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli con fragore passeranno, gli elementi consumati dal calore si dissolveranno e la terra con quanto c'è in essa sarà distrutta. Poiché dunque tutte queste cose devono dissolversi così, quali non dovete essere voi, nella santità della condotta e nella pietà, attendendo e affrettando la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli si dissolveranno e gli elementi incendiati si fonderanno! E poi, secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia. Perciò, carissimi, nell'attesa di questi eventi, cercate d'essere senza macchia e irreprensibili davanti a Dio, in pace. 

Dal vangelo secondo Marco 
Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio. Come è scritto nel profeta Isaia: "Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te, egli ti preparerà la strada. Voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri", si presentò Giovanni a battezzare nel deserto, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorreva a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, si cibava di locuste e miele selvatico e predicava: «Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo».

L’inizio del Vangelo di Marco è anche il suo finale.
L’Evangelista svela che Gesù è il Cristo, il Messia promesso.
Lo fa, quasi a scongiurare equivoci o per zittire i falsi profeti. Gesù è il Cristo, Figlio di Dio e per render chiaro questo messaggio di evidenza, mette insieme tre citazioni dell’A.T. dimostrando, seppur ce ne fosse bisogno che l’opera del più grande dei Profeti, il Battista, era abbondantemente già stata prevista nelle scritture profetiche.

Ce lo dicono questi tre testi densi di speranza, gioia e consolazione:
Esodo 23,20; Malachia 3,1; Isaia, 40,3.

Esodo: “Ecco io mando un angelo davanti a te per custodirti sul cammino e farti entrare nel luogo che ho preparato”.
Malachia: “Sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia e voi uscirete saltellanti come vitelli dalle stalle”.
Isaia, infine, 40 di cui meditiamo uno stralcio nella prima lettura di questa domenica di Avvento e dove si parla al popolo in esilio a Babilonia, annunciando la prossima fine della schiavitù.

È necessario, dice Isaia, preparare una strada nel deserto per il ritorno degli esiliati.

Il deserto da attraversare ricorre anche nel Vangelo di Marco. Giovanni Battista opera in una landa squallida, in un deserto senza fine.
Il deserto è un luogo denso di significati nella Bibbia, rappresenta alleanze, liberazioni, prodigiosi annunci che in greco si chiamavano KERUSSEIN.
Per noi è semplicemente il luogo dell’annuncio di salvezza!
Il Battista l’annuncia da uomo ultimo, sporco, vestito di pelli animali e cibato di insetti e miele di roccia, beduino tra i beduini.
Eppure, in questa condizione precaria, porta a noi un nuovo Battesimo di conversione per accogliere, a cuore aperto, Colui che battezzerà in Spirito Santo.

La metafora di questa seconda di Avvento è la “strada”, la “via”. Siamo un popolo in cammino verso un luogo dove risuona la Parola di Dio.

Il cammino di Avvento, però, è quello della speranza.
Come i deportati di Babilonia che percorrono nelle lacrime il loro cammino duro da prigionieri in una strada che diventerà dritta e senza inciampi, nella gioia della liberazione, così anche per noi questo cammino di conversione porterà felicità e perdono del Signore.
L’editto del Re Ciro permise agli Ebrei di tornare in patria. A noi non serve un editto, è la venuta del Signore che di fatto ci libera dai legacci del passato.
Verrà il Signore, come pastore che guida il suo gregge adattandosi al cammino di ciascuno, portando “in braccio gli agnellini e conducendo pian piano le pecore madri”.

Noi dobbiamo fare la nostra parte! Abbassiamo quindi le colline della nostra superbia, del nostro credere di poter fare a meno del Signore.
Presentiamoci a Lui con cuore nuovo e riconciliato.
Arriverà presto Gesù, l’”Archè” greco, cioè il fondamento su cui costruire e ricominciare una vita più giusta e piena di Dio.

La Seconda Lettera di San Pietro pare ricordarci che questo tempo è carico della presenza del Signore. La promessa dei “cieli nuovi e terra nuova” dovrebbe generare in noi il desiderio di una vita nuova, di autentica santità. Pietro ci dona certezze.
Le cose possono cambiare in meglio. Più giustizia, più pace, più serenità. Dipende da noi e dalle nostre azioni non instaurare la legge del più forte, del prepotente, “rendendo dritta la strada storta”.

E comunque, Dio distruggerà la malvagità di questo mondo.
A noi non scoraggiarci di questa presunta lentezza del Signore.
Noi affrettiamo il suo intervento con la testimonianza, con il coraggio di cambiare le nostre abitudini grette. E come accade nelle prime comunità cristiane in cui qualcuno dubita dell’intervento divino, anche nella nostra epoca si moltiplicano i non credenti.
L’attesa del ritorno di Gesù non è questione di tempo ma di qualità dei giorni che ci sono concessi. A noi questo tempo è dato per utilizzarlo al fine di una conversione per “essere senza macchia al suo cospetto”.


Attualizziamo tutto ciò che abbiamo detto:
Chi non nutre speranza per il futuro e non lo attende con fiducia non riesce a vivere creativamente il suo presente. Nell'attesa paziente, fedele e fiduciosa dell’amato, capiamo quanto di bene Lui abbia colmato la nostra vita. Nell'attesa sappiamo trovare la via maestra verso la meta desiderata. Attraverso i profeti Dio ci parla, ci indica la sua presenza costante, ci invita a non tener conto di abitudini, pregiudizi, luoghi comuni del mondo di oggi.

Prendiamoci del tempo per riflettere sulle attese della nostra vita, per convertirci pienamente nel Signore.

sabato 29 novembre 2014

L'ATTESA: Prima domenica di Avvento ANNO B

Isaia 63, 16 b-17.19 64, 1-7; 1 Corinti 1,3-9; Marco 13,33-37 

Dal Libro di Isaia: 
Tu, Signore, tu sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità. Siamo diventati come coloro su cui tu non hai mai dominato, sui quali il tuo nome non č stato mai invocato. Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti. 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi: 
Fratelli, grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo. Ringrazio continuamente il mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della scienza. 

Dal Vangelo secondo Marco: 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso. E` come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare. Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perché non giunga all'improvviso, trovandovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!". 


L’anno liturgico ciclo A si è appena concluso con l’invito pressante alla vigilanza e alla preghiera perché non è dato sapere quando il Signore ci chiamerà.
 Anche all'inizio dell’anno B e nella prima domenica di Avvento siamo invitati, attraverso le parole dell’evangelista Marco, a “vegliare”, vigilanti nell'attesa.
Questo è il tempo di attesa della nascita di Gesù e dobbiamo prepararci ad accogliere degnamente il Verbo che si incarna in mezzo a noi, tenendo fermo il pensiero sul Signore che viene. Possiamo farlo ritrovando il gusto della preghiera e nell'ascolto della Parola di Dio. Solo così possiamo instaurare un tempo di colloquio intenso con il nostro Creatore.
Attraverso la preghiera e la meditazione possiamo vivere costantemente la tensione buona dell’attesa, tenendo accesa in noi la lampada del desiderio del Signore. L’attesa operosa è foriera di cose nuove e sante.
Nella nostra vita ci prepariamo sempre ad un evento nuovo per poter poi godere di quella situazione quando arriva.
È stato così per l’attesa di un figlio, per il nostro matrimonio, o quando abbiamo programmato una vacanza tanto agognata.
Mesi di pensieri, sogni, desideri, anticipando gioie, gesti, parole e situazioni. È così anche per l’incontro con la persona amata, Gesù Salvatore.
Viviamo nella fiducia che esso sarà realtà.

Ecco l’invito dell’Avvento e del brano evangelico di Marco.
L’attesa ci impegna a orientare le nostre scelte funzione dell’incontro per dare senso e compimento al nostro agire. Qualcuno potrà vedere nelle parole evangeliche:
 “Vigilate perché non sapete quando sarà il momento preciso”, qualcosa di minaccioso e oscuro. Tutt'altro!
Il giorno e l’ora non ci viene detta semplicemente perché ogni momento della nostra esistenza è quello buono per aprirsi al Vangelo e impegnarvi la vita.
Non dobbiamo essere condizionati o, peggio, ossessionati dalle scadenze. Gesù ci vuole viventi e profondamente impegnati nell'ascolto e nel lavorio incessante per edificare il suo Regno sin dalla nostra vita terrena.
L’attesa dell’appuntamento con la salita al Cielo, nel Regno dei Beati, non deve darci ansia, trepidazione, ma gioia immensa e fiducia in Dio.

C’è un secondo insegnamento nel vangelo di Marco. Ci ripete di stare attenti.
Noi prestiamo attenzione a mille cose nella vita, al denaro, alla salute, al divertimento, alla guida in auto, a curare i nostri interessi.
Forse non rimane molta di questa attenzione per il nostro prossimo e per il Signore! Lui passa accanto a noi, nelle sembianze di un povero, di un sofferente e noi, presi dagli affanni e dalle attenzioni di cui sopra, non ce ne curiamo.
Anzi, siamo preda di un pessimismo profondo e non apprezziamo davvero la vita come dono. Riscopriamo quindi la virtù per eccellenza dell’Avvento: la speranza, il guardare con fiducia il futuro e con realismo il presente.
Dio è legato a noi a doppio filo, non può rimanere lontano dal suo servo

La prima bellissima lettura, tratta dagli scritti di Isaia, capitolo 63, ci porta a scoprire l’attesa desiderosa del popolo di Israele per le venuta del Messia, promesso e annunciato come prossimo dai profeti.
C’è un momento di grande intensità che è l’invocazione accorata del versetto 19: “Se tu squarciassi i cieli e discendessi”.
Ancora profonde le parole cariche di desiderio:
“Ritorna per amore dei tuoi servi … mai si udì parlare di un Dio che abbia fatto tanto per chi confida in lui …”. I
l popolo è consapevole del suo peccato!
Chiede perdono con fiducia e dice:
 “Tu sei nostro Padre, noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani”.
 Queste bellissime parole, tutte da rileggere e meditare, ci offrono un suggerimento per la nostra preghiera e contemplazione:
 “Tu, Signore sei nostro Padre”. Tu hai voluto la nostra vita, ci hai affidato i fratelli.
Fa che chiunque venga a noi se ne vada sentendosi meglio perché ha visto la Tua bontà nei nostri occhi.
Non lasciarci cadere in balia del peccato, del sonno spirituale.
Fai che siamo capaci di essere autentici nel servizio, di saper ascoltare l’altro con pazienza, lasciandogli la possibilità di parlare.
Solo nell'atteggiamento dell’umiltà di ascolto potremo scendere dal nostro piedistallo per saper bussare con discrezione nella vita degli altri.
Tu che ci chiami servi, donaci di riconoscerci in Te che ti sei fatto servo per noi. La seconda lettura, tratta dalla prima lettera ai Corinzi di San Paolo, trova l’Apostolo che si rallegra con i cristiani di Corinto, comunità toccata dalla grazia di Dio in abbondanza di doni, perché vivono bene e intensamente l’attesa della venuta del Signore, il quale, quando verrà, li renderà irreprensibili, santi e immacolati.

Possa veramente Gesù, nel venire, fare questo per tutti noi! Purtroppo per noi l’attesa non piace molto al mondo di oggi. Nessuno pensa all'attesa come a una gioia. L’attesa si identifica come perdita di tempo, noia infinita, qualcosa da fuggire. È la cultura del nostro tempo fatta di velocità, di azione. Il verbo predominante è “agire”. Riscopriamo in questo tempo forte, la gioia di lasciare agire in noi quel Dio che non ci abbandona mai. Lasciamo agire la provvidenza, abbandoniamo il controllo esasperato del nostro futuro e viviamo l’attimo presente, l’unico che ci appartiene veramente, donandoci con la preghiera a Dio e con le opere ai fratelli.

Allora si che il nostro Avvento ci porterà cose nuove che andranno oltre le previsioni o l’immaginazione di ognuno di noi.

Ecco che San Paolo sembra dirci, attraverso le parole immortali dedicate ai fratelli Corinzi, che di Dio possiamo fidarci senza paura alcuna. Anche a noi sarà data la grazia che hanno ricevuto i Corinti e ci sarà donata la piena comunione con Lui.
Ma dobbiamo vivere intensamente e profondamente l’attesa.

D'altronde, l’Avvento ci ricorda in primo luogo che il nostro non è un Dio chiuso in se stesso ma è un Dio che viene verso di noi. Ci raggiunge con i Sacramenti, anche negli eventi della nostra vita, nelle prove e nelle sofferenze.
Come potrebbe essere altrimenti? Egli ci ha creato e ha cura di noi, siamo suoi, gli apparteniamo e ci ama profondamente.
 Cogliamo l’occasione per meditare, in questa prima di Avvento, che il Salvatore viene sotto le sembianze dei fratelli più piccoli.

Ecco il senso dell’”Evangeli Gaudium” di Francesco:
 “Usciamo con coraggio dalle nostre comodità, per raggiungere le periferie del mondo, lì dove i fratelli vivono nelle difficoltà”.
Solo così l’Avvento ci legherà profondamente a Gesù che viene. Solo così saremo servi fedeli. Il servo, secondo il Vangelo è uno che scrive sulla sabbia quello che dona e incide sulla pietra quello che riceve, è colui che appartiene alla razza di quanti, dopo aver fatto il loro turno dicono:
“Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”: (Luca 17,10)
Viviamo purtroppo in un lungo inverno di sentimenti inariditi e di narcisismo asfissiante, i cui miti sono l’auto realizzazione a ogni costo, l’auto gratificazione a qualsiasi prezzo. Noi camminiamo contro corrente.
Riscopriamo il Natale a cui ci prepariamo pensando che c’è più gioia nel sentirsi amati che nel venire compensati.

domenica 23 novembre 2014

Cristo Re dell'Universo: ultima domenica del T.O. Anno A

Prima Lettura – Ez 34, 11-12.15-17 Salmo Responsoriale – Sal 22 Seconda Lettura - 1Cor 15,20-26.28 Vangelo – Mt 25,31-46

Uno dei problemi che assillano l’umanità è che tutti sognano di essere grandi, di poter essere dei vincenti.
Il simbolo di questa potenza, della forza così agognata può essere un leone. Non di certo una pecora! Un giorno, un caro amico non credente, mi chiese se non fosse offensivo per un cristiano essere apostrofato col nome di pecora.
 Il salmo 22, in questa domenica del Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’universo, parla proprio di noi che siamo pecore e che ci affidiamo al buon Pastore che non ci fa mancare nulla e che ci porta su pascoli erbosi e tranquilli.
La pecora, animale pavido, senza nerbo, che ha bisogno di assistenza e guida, non può nella mentalità del mondo, essere simbolo di vincente.
La società con i suoi idoli non ammette debolezze.
Eppure questo salmo è attribuito a un re! Davide è un sovrano che avverte il desiderio di essere guidato e consigliato da Dio.
Chiede al Signore di essere aiutato per vincere i suoi nemici.
Il mio amico, certamente non illuminato dallo Spirito Santo, non riusciva a capire che nel profondo di ognuno di noi giace supina una piccola pecorella e che tutti a volte sentiamo l’esigenza di essere guidati per poter poi, a sua volta, guidare gli altri.

Abbiamo un senso di appartenenza, così com'era insito nel re Davide quando compose il salmo bellissimo.
Gesù è il Re dell’universo ma si appoggia completamente a Dio.
Noi confidiamo in lui come la pecora confida nel pastore. L’animale non si pone il problema di dove recarsi a pascolare. Pensa a tutto il pastore.
Le paure per il futuro sono in chi non ha il senso dell’appartenenza.
Dobbiamo solo scegliere il pezzetto di terra su cui brucare in tranquillità, nella gioia, in sicurezza. Noi pecorelle di Dio, apparteniamo al pastore ma siamo libere di pascolare.

Sul grande fondale dell’anno liturgico A, che oggi salutiamo per iniziare il tempo di Avvento, si stende una solenne rappresentazione del Cristo Re dell’universo che spesso abbiamo ammirato in molte absidi di grandi basiliche, assiso nel trono dei Cieli che abbraccia l’intero cosmo, ammantato di splendore. In una bella meditazione del cardinale Ravasi, si legge che “… il simbolo regale si sposa idealmente con quello pastorale tanto è vero che già Omero chiamava i sovrani, pastori delle nazioni”.

Nel caso di Cristo, come al solito, si stravolge la visione prettamente umana:
I re, la storia insegna, riescono a regnare solo mandando a morte qualcuno.
Gesù è il Re che affida se stesso al martirio per il suo popolo. E nel suo regno, non si contorna di corrotti cortigiani, di subdoli consiglieri, di potenti e prepotenti, ma di uomini illuminati, in grado di vivere la Parola:
“Chi vuol essere grande si faccia servo, chi vuol essere il primo si faccia ultimo”: (Marco 10, 42-44).

La regalità trionfale che si aspettano gli uomini stolti, viene soppiantata dalla visione di una regalità strana, inconsueta, misera, non legata al potere ma all'amore.
Dovrebbe essere una regalità che fallisce, secondo i canoni della storia, è invece un regno che si prende gioco del tempo e che testimonia la Verità, eliminando ingiustizie e violenze. E allora la Chiesa, opportunamente, apre la liturgia della Parola con la luminosa pagina di Ezechiele, questo grande profeta e sacerdote vissuto durante il periodo della caduta di Gerusalemme e della prima deportazione.

Il Signore appare come il Pastore del suo popolo in esilio, capace di dare speranza perché la Parola di Dio non viene mai meno. Il pastore non è distaccato, assente, sfruttatore delle sue pecore. Un trionfo di verbi nella lettura, indica la premura del sovrano Dio verso il popolo:
“cercare, curare, seguire passo dopo passo in rassegna, far riposare, cercare la perduta, ricondurre la smarrita, fasciare la ferita, curare la malata, pascere …”.

È grande il progetto di salvezza che Dio ha disegnato per tutti noi!
Ne fanno parte coloro i quali hanno la forza di seguire le Beatitudini, dando cibo agli affamati, vesti agli ignudi, abbracci ai carcerati, amore per i fratelli scomodi, speranza per chi è malato, misericordia per chi sbaglia.
Al contrario, non ci può essere salvezza per chi ignora il grido della sofferenza nei fratelli, per chi vive per se stesso, sovrastato da gretto egoismo. La frase finale del brano di Ezechiele ci conduce dentro al Vangelo di Matteo dove, come in un dipinto di Caravaggio, gustiamo la grandiosa scena del Re Pastore che diventa giudice e dirà la frase che appare terribile per chi è in difetto di amore verso gli altri: “Ecco, io giudicherò tra pecora e pecora, tra montoni e capri”. Così come il grano verrà separato dalla zizzania destinata al fuoco, così le pecore saranno divise dai capri, simbolo dell’orgoglio che domina la mente degli uomini! Si svela ai nostri occhi lo scenario grandioso del Giudizio Universale.
L’ambiente che si immagina è maestoso: il trono, gli angeli in corte celeste e tutti noi convocati per il giudizio. Ecco che in noi la Parola di oggi, palesandoci una sentenza sulle nostre opere, ci invita alla scelta definitiva e decisiva per far parte del progetto di salvezza.
Dio ci attende, attende la nostra conversione.
Non è distante, relegato nei suoi palazzi celesti, al contrario è accanto a noi, ci sprona, fascia le nostre ferite, ci guida, ci riconduce sulla giusta via.

E allora, è necessario mettersi in gioco. Meditiamo sul fatto che siamo troppo convinti del nostro buon agire.
Ci adoperiamo davvero per realizzare, a seconda dei bisogni presenti nella realtà in cui viviamo, opere di misericordia concrete e continuate?
Sappiamo “sporcarci le mani” per servire davvero i bisognosi? O evitiamo di agire perché “non ci riguarda!”? Analizziamo i nostri atteggiamenti verso Dio. Sono di riconoscenza? Mettiamo nei nostri rapporti con gli altri, amore, fiducia, impegno quotidiano di coerenza?
Testimoniamo la maestà del Redentore, realizzandola sin d’ora come regno sulla terra?

Infine il senso della seconda lettura tratta dalla Prima lettera di San Paolo ai Corinzi, riconduce al Regno con le parole: ”Consegnerà il regno a Dio Padre, perché Dio sia tutto in tutti. L’apostolo Paolo contrappone le figure di Adamo e di Gesù, il primo peccatore, il secondo dispensatore di vita per chi aderisce al suo progetto e costituisce con Lui un solo corpo e un solo Spirito.
Ecco cosa ricerca Paolo nelle sue parole, la perfetta unità in Dio. Attraverso questo Re dell’universo, quelli che sono di Cristo potranno lottare da vincenti, questa volta si, contro chi attenta allo splendore del Regno. Perché dalla sottomissione a Dio troveremo un valore indistruttibile! Concludiamo l’anno liturgico presentando al nostro Re i frutti dell’anno che finisce, riconoscendo la sua Presenza, il suo Aiuto e la sua Amicizia.

Lasciamolo regnare nella nostra vita e facciamoci permeare dalla Sua presenza divina.

sabato 15 novembre 2014

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario: I talenti!

Proverbi 31,10-13.19-20.30-31; Salmo 127; Tessalonicesi 5,1-6; Matteo 25, 14-30 

Meditando il Vangelo di Matteo, capitolo 25, che racconta la storia del padrone e dei talenti, nella 33 esima domenica del T. O. anno A, viene da pensare a quanto il mondo sarebbe ancora più ingiusto se, alla fine, non si fosse giudicati secondo il principio di questa parabola.

Due sono i temi importanti:

1) I doni che ogni persona riceve da Dio. Nessuno è solamente alunno e nessuno è solamente professore. Impariamo gli uni dagli altri.
2) L’atteggiamento con cui le persone si pongono davanti a Dio, dispensatore di doni.

Tutti dobbiamo confrontarci nella nostra vita con la storia descritta nella parabola. In premessa bisogna tenere conto del valore di questi talenti.
Uno di essi corrisponde, più o meno, a 35 chili d’oro. Da questo capiamo quant'è grande la fiducia di questo padrone nei confronti dei suoi servi.
A tutti costoro il padrone consegna dei talenti, a seconda delle loro capacità.
Quindi tutti sono trattati egualmente. Qualcuno obietterà che il numero dei talenti è diverso per ognuno dei servi e questo può sembrare ingiusto. Al contrario non c’è niente che sia ingiusto.
Chi riceve più talenti ha più lavoro da svolgere e se meditiamo attentamente, chiedendo l’aiuto dello Spirito Santo, capiamo che i talenti che riceviamo non sono un dono personale ma devono essere investiti in opere per realizzare il progetto a cui si deve tendere e per cui siamo stati chiamati.
I primi due servi, ciascuno con le loro capacità, si sono messi in gioco e hanno raddoppiato il ricevuto.
L’ultimo servo, spaventato dalla possibilità di perdere il suo unico talento, lo sotterra ed evita di compromettersi.
Alla piena fiducia che i primi due dimostrano nei confronti del padrone e, soprattutto di se stessi, fa da contraltare il comportamento del terzo che vede nel padrone un despota pronto a punire e di cui non avere assolutamente fiducia.
La risposta del padrone è dura.
Apostrofa il servo infedele come malvagio e infingardo e gli toglie il talento, punendolo profondamente.

Il padrone ricchissimo è Gesù che ha fondato la Chiesa e si eclissa dando a ciascuno la forza, la grazia, i doni per poter operare il bene secondo le diverse possibilità. L’attività di tutti concorre al bene comune.
Chi tiene accantonate le ricchezze per avarizia o per ozio, o per timore di perderle, ne risponde al Signore come se le avesse sperperate.
Perché le ricchezze temporali devono fruttificare.
Un esempio, se lasciamo cento euro in tasca e non le facciamo circolare è semplice pezzo di carta, se circolano rappresentano un valore reale!

Qual è la chiave di lettura per noi? Qual è il messaggio bello e semplice, il buon annuncio per noi per viver meglio?
E poi, come meditare il versetto ermetico: “Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha verrà tolto anche quello che ha”?
E, ancora: Perché il padrone non ha dato il talento sottratto al servo fannullone, a quello che ne aveva ricevuto di meno, dandolo, al contrario a chi ne aveva di più?

I talenti rappresentano le nostre inclinazioni da mettere al servizio degli altri, il nostro saper fare qualcosa da dedicare non solo a noi stessi ma al bene della società. Il servizio ai fratelli, la condivisione con tutti, rivelano la presenza di Dio in noi.
Il nostro crescere deve essere la crescita di tutti.
Chi è preso solo da se stesso si perderà e seppellirà il suo talento, senza metterlo a disposizione del prossimo.
 Il talento sottratto all'infingardo che non lo ha fatto fruttare va a quello che ne ha di più perché lui non è stato inoperoso e da cinque ne ha racimolati dieci.
Aveva un compito impegnativo ma si è dimostrato perfettamente capace di donarsi completamente per il raggiungimento del suo scopo!

A noi cosa vuol dirci questa parabola? Anzitutto ci inchioda alle nostre responsabilità: Chi siamo dei tre servi? Facciamo fruttare i nostri talenti al servizio di noi stessi o per gli altri? Riusciamo a vincere la nostra innata insofferenza verso le responsabilità che quotidianamente si presentano, vincendo l’egoismo e divenendo sempre più capaci di saperci donare con umiltà e semplicità? Aiutiamo la crescita del Regno di Dio, condividendo i suoi doni e collaborando alla conversione dei fratelli? Oppure li utilizziamo per i nostri progetti personali e non per il Signore?

Il tema centrale rimane sempre quello dell’accoglienza operosa del Regno. Si dovrebbe accostare questa parabola a quella delle “Dieci Vergini” (Mt 25, 1-13) e ancora a quella del “Giudizio Finale” (Mt 25, 31-46), storie dedicate alla venuta del Regno. Tutto arriva nel momento meno atteso.

È anche il senso dell’esortazione paolina contenuta nella seconda lettura tratta dalla Lettera ai Tessalonicesi: “Non dormiamo, vigiliamo e siamo sobri”.
Vigilare non significa essere in oziosa e snervante attesa ma significa lavorare per la gloria di Dio e il bene delle anime. Perché la venuta del giorno del Signore, la sua irruzione nella storia, determinerà la differenza tra i figli della Luce, quelli che si impegnano a far fruttare i loro talenti, lavorando, conducendo una vita decorosa aperta agli altri, e i Figli delle tenebre, coloro vinti dall'egoismo di un’esistenza lontana dall'essere comunitaria e attiva.

Per loro Dio sarà giudice severo, mentre per i figli luminosi sarà il Padre buono che salva attraverso il Figlio Gesù Cristo. La Prima Lettura, tratta da Proverbi, è dedicata alla donna sapiente.

Quale può essere la sapienza riferita alle mogli e alle mamme di oggi?
Si celebra lo spessore del lavoro sia domestico che esterno, l’impegno sociale nei confronti dei miseri, ma è soprattutto la ricchezza interiore la “perla” in cui “confida il cuore del marito” che viene inondato da felicità per tutti i giorni della sua vita. Il senso religioso della vita in una donna “timorata di Dio”, riempie di senso l’esistenza sia del coniuge che dei figli, che di coloro che incontrano una donna così.
Tutti intonano un canto di lode in ringraziamento per il dono di una sposa e di una madre così completa. D'altronde è noto che Dio regala gioia a chi produce amore nella semplicità delle cose di ogni giorno che contengono tutto il mistero del vivere: soffrire, essere felici, illudersi, smarrirsi e continuare, nonostante tutto, a camminare verso il Regno.

Il salmo 127 ricorda che il dono della moglie come vite feconda e dei figli come virgulti d’ulivo è per chi è beato agli occhi del Signore è Lui che dispensa ai suoi fedeli ogni bene.

venerdì 7 novembre 2014

Dedicazione Basilica Lateranense: 32 esima T.O.

Ezechiele 47,1-2.8-9.12; Salmo 45; Corinzi 3,9 c 11.16-17; Giovanni 2,13-22 

La Dedicazione della Basilica Lateranense ci invita in questa domenica, a riflettere sugli edifici in pietra, costruiti dall'uomo per onorare il Salvatore.
Sono segni esteriori e sensibili della vittoria della fede cristiana sul paganesimo occidentale. Sono anche testimonianza viva dei tanti martiri dei primi secoli di cristianesimo.

La grande chiesa del Laterano, sede del vescovo di Roma, ricorda la conversione di Costantino, imperatore che nel 312 divenne cristiano e fece costruire questa grande basilica per ringraziare Dio del dono della fede.
Fu la prima chiesa consacrata pubblicamente e in seguito dedicata alle grandi figura del profeta San Giovanni Battista e dell’altro Giovanni l’Evangelista.
Si tennero al suo interno numerosi concili e oggi è il centro simbolico della comunione di tutte le chiese sparse nel mondo.

Pietre importanti quindi ma, come dice il profeta Ezechiele nella prima lettura, dovremmo meditare su un Dio che non è possibile imprigionare tra quattro mura seppur sacre!
Egli, infatti, è infinito e neppure la vastità dei cieli può contenerlo!
La città di Dio è incontenibile, come dice il salmo, rallegrata da corsi d’acqua pura e se noi saremo degni il nostro Signore non ci farà vacillare, ci soccorrerà a ogni difficoltà.
Rigenerato dalle acque del Battesimo, il popolo di Dio è in cammino verso la pienezza di una vita senza fine.
 Eppure, si medita tra le righe di questo brano profetico, che quando un popolo fedele si riunisce nel nome del Signore in una chiesa, anche la più piccola minuscola cappella, l’Onnipotente lascia di buon grado il suo luogo immenso, puro e sublime, calandosi nella realtà dell’umano, per incontrare e amare i suoi figli.

L’incontro con Dio ci fa diventare, così come si legge nella seconda lettura, di San Paolo ai Corinzi, noi stessi edifici di culto, tempio santo che contiene lo Spirito del Creatore.
Nessuno di noi, allora, può essere toccato perché nessuno può profanare la casa di Dio con atti vergognosi, neanche noi stessi con comportamenti deplorevoli. San Paolo, in altri scritti ricorda il nostro dovere di essere figli irreprensibili agli occhi di Dio.
Ma è tutto il Nuovo Testamento che ci invita, a più riprese, a compiere un passo ulteriore.
È all'interno della nostra vita e della nostra comunione con Cristo che troviamo lo spazio sacro più alto e santo per innalzare a Dio il nostro culto.
Paolo, tra le righe, dice che siamo noi stessi architetti e costruttori del tempio. Edifichiamo su di una pietra angolare che regge l’universo, il Cristo!
Noi siamo suoi manovali, a volte inesperti e goffi, che debbono comunque darsi da fare per difendere questo tempio in perenne costruzione, dai sabotatori, i maligni che vogliono abbatterlo e impedire l’edificazione di un giusto luogo di Dio.
Importante è che tutto il popolo di Dio sia unito e che non ci siano divisioni perché tutti insieme
formiamo questo tempio di Dio.

Il Vangelo di Giovanni è di fondamentale importanza.
Lo capiamo se ricordiamo che questo episodio, insieme a quelli della Morte e Risurrezione del Signore e la Moltiplicazione dei Pani, tutti e quattro gli Evangelisti lo ricomprendono nei loro scritti. Gesù ha iniziato la sua missione pubblica a Cana col primo miracolo, si ferma a Cafarnao e poi si dirige a Gerusalemme per la Pasqua.

Nella città santa avviene un episodio quasi sconcertante. Gesù, che abbiamo imparato a vedere mite uomo d’amore, appare così sdegnato da perdere quasi le staffe.
Al tono fermo della voce fa seguire subito dopo dei gesti forti: una frusta che schiocca, tavoli che vengono rovesciati, mercanti scacciati in malo modo dal tempio, insieme alle loro mercanzie, gettate fuori le mura sacre.
Gesù non sopporta che il tempio, segno della presenza stabile del Padre in mezzo al suo popolo, luogo sacro per eccellenza, venga profanato, trasformato in vile mercato, nella insana logica del profitto che infesta tutto il nostro misero mondo ancora oggi.
Il mercato ha il suo segno nel denaro, nel sopruso del ricco che può permettersi di spendere verso il povero. Certo, quel gesto furibondo acuisce lo scontro.
Il mercato assicurava a Caifa, sommo sacerdote ottimi introiti.
Il gesto di Gesù prelude al seguito del capitolo quando a Lui, che si professa Figlio di Dio, viene chiesto un segno che il Messia non vorrà dare.
I mercanti di allora sono oggi quelli che aprono le loro insegne domenicali, in centri commerciali in cui si riversano migliaia di famiglie che, anziché onorare il giorno dedicato al Signore, si votano al dio denaro, a un nuovo “vitello d’oro”. (Perché la reazione furibonda di Gesù è simile a quella di Mosè, quando scendendo dal Sinai con le Tavole del Decalogo, vede il popolo adorare dei inesistenti e respingere l’unico vero Signore del mondo!).
 “Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato”.
E l’evangelista Marco rafforzerà il concetto nel capitolo 11, 17
“La mia casa sarà chiamata casa di preghiera”.
Luca dirà invece: “… e voi ne avete fatto una spelonca di ladri”. (19, 45)

Comprendiamo il senso della parola “Casa del Padre”?
Se davvero capissimo avremmo in noi il desiderio bruciante di stare in chiesa e adorare il Signore nel suo tempio santo! Inoltre chiediamoci a quale livello dobbiamo collocarci per capire Gesù.

Il nostro cammino ha bisogno di catechesi se vogliamo penetrare il mistero del Cristo.
 Nella lettura del brano evangelico segue poi la grande, ennesima disputa del Salvatore con i Giudei circa la frase simbolo che annuncia il prodigio:
 “Distruggete questo tempio e in tre giorni io lo farò risorgere”.
Giovanni sente il bisogno di specificare che Egli parlava del tempio del suo corpo.
Non era possibile la comprensione per gli uditori che avevano nella mente e negli occhi i 46 anni occorsi per l’edificazione del grande tempio di Gerusalemme.
Le parole erano incomprensibili agli stessi Apostoli. Anch'essi brancolavano nel buio, senza rendersi conto che quello di Gesù, nel Vangelo giovanneo, era il primo annunzio della sua morte e resurrezione.
Nessuno capiva che il tempio di Gerusalemme o qualsiasi altro spazio sacro, può essere solo un segno, un simbolo che ci aiuta all'incontro con Dio, lo facilita ma non lo sostituisce.

Gesù lo incontriamo a prescindere dalle mura della chiesa, nei sacramenti, nei fratelli, particolarmente in quelli bisognosi.
Tutto questo è chiaro in noi? Noi capiamo il comportamento e le parole di Gesù? C’è in noi la passione insana del denaro? La ricchezza è il fine della nostra esistenza? O abbiamo qualche altro idolo nascosto? Sappiamo rinunciare al superfluo o a qualcosa che reputiamo importante per far posto unicamente a Gesù?

Il Vangelo di Giovanni si conclude con il verbo che più di ogni altro l’evangelista usa nei suoi scritti: videro e credettero!
A noi, cosa vuol dirci il Vangelo? Dal tempio in cui noi offriamo sacrifici spirituali, portiamo fuori coerenza di gesti, di scelte di vita?
Non è possibile pregare in chiesa e poi comportarci scorrettamente nei confronti dei fratelli. Inutili sono le elemosine, la carità spicciola, il falso perbenismo che operiamo credendo di avere coscienza a posto. Sono gesti che non ci salvano in caso di comportamenti squallidi.
 La nostra coerenza di vita è minacciata dalla fragilità e dobbiamo chiedere con fede di essere illuminati dallo spirito per discernere il bene dal male.