"Frate Francesco servo e suddito di tutti, Vostro servo nel Signore Dio ... piccolo e spregevole!"
(FF 179-180, 210)
È noto a chi ha cercato di conoscere la vita di San Francesco, quale rapporto di amicizia e amore c’era fra il serafico Padre e Frate Leone.
Chi non ha approfondito questo legame forte può capire tutto, meditando la stupenda benedizione che l’uomo santo di Assisi dedicò al suo seguace più affezionato:
“Il Signore ti benedica e ti custodisca. Mostri a te la Sua faccia e abbia di te Misericordia. Volga a te il Suo sguardo e ti dia Pace”.
A Spoleto, all'interno della bellissima basilica cattedrale, è custodito uno dei cimeli più importanti di San Francesco che testimonia quale grado d’intimità spirituale e di affetto legava i due frati: la celebre lettera autografa scritta di suo pugno dal santo nel 1224.
Si tratta di un prezioso "biglietto" che contiene semplicemente un consiglio su come piacere a Dio, nell'assoluta libertà di spirito.
Non si poteva scegliere un luogo migliore per custodire questo scritto.
Francesco era molto legato alla valle Spoletina.
Se vi recaste a Monteluco, sei chilometri dalla città, all'interno del famoso bosco sacro, luogo storico di eremitaggio sin dall'antichità, dove hanno pregato in cellette oggi rimaste come allora, anche San Bernardino e Sant'Antonio da Padova, c’è un bellissimo belvedere.
Qui un cippo riporta le parole di Francesco che, osservando il mosaico di campi coltivati della valle, esclamò:
“Nil iucundius vidi valle mea Spoletana”, cioè: “Non ho visto niente di più giocondo della mia valle Spoletana”. Francesco aveva avuto il suo grande sogno proprio in queste contrade, dove la voce di Dio gli disse, riguardo al fatto che il giovane voleva recarsi nelle Puglie per combattere:
“Chi può esserti più utile, il servo o il padrone?”.
Francesco capì e si piegò docilmente al progetto di Dio per lui, rinnegando la sua volontà.
È indubbio che, dopo le sacre spoglie custodite e venerate nella cripta della basilica di Assisi, le reliquie più preziose siano i due documenti autografi che Francesco ha lasciato ai posteri.
Una è la cosiddetta “Chartula”, presente sempre nella basilica di Assisi, scritta dopo il grande fenomeno delle dolorose stimmate ricevute dal Poverello nel convento de La Verna, in mezzo alla grande foresta casentinese in Arezzo.
È famosa, oltre per la Benedizione di Frate Leone, per la grande preghiera delle “Lodi di Dio Altissimo”, uno dei momenti più grandi di meditazione contemplativa del santo, che vuole trasmettere al mondo lo stupore e le forti emozioni provate nell'estasi dell'impressione delle Sacre Stimmate.
L’altra autografa è proprio quella di Spoleto che un tempo era custodita nella chiesa minoritica di San Simone, salvata dall'incuria e oggi protetta in una teca nella cattedrale spoletina, all'interno della bella cappella delle reliquie.
È un piccolo foglio di pergamena che pare sia stata ricavata dalla pelle delle capre, che contiene poco più di una quindicina di righe ben conservate.
Dall'attenta lettura dello scritto si evince che si tratti proprio di pensieri francescani.
Il serafico Padre rinnova tutta la sua fraterna tenerezza nei confronti di Leone che attraversava un periodo di grande confusione e di crisi.
Non stupisce tutto ciò.
La fraternità francescana era ormai luogo di numerose vocazioni.
Non si trattava più di uno sparuto gruppetto di fratini.
Il numero dei consacrati cresceva sempre più e non tutti gradivano la radicalità del progetto evangelico di Francesco.
L’Ordine non poteva più esimersi dalla pluralità delle idee, dalle diverse interpretazioni della fede, da discussioni e contrasti anche forti. Lo stesso Francesco era stato più volte messo in discussione, nonostante fosse stato il fondatore del movimento e l’indiscusso leader.
Leone, si capisce dallo scritto aveva avuto un colloquio privato e stretto con il suo amico Francesco, mentre camminavano insieme.
Ora il frate sentiva il bisogno di un nuovo consulto che chiarisse le idee sul tipo di sequela cui Cristo lo chiamava, il vero significato della povertà evangelica su cui Francesco insisteva continuamente e su ciò che l’Ordine stesse diventando con tutte queste nuove adesioni da ogni parte d’Italia.
Forse Leone si faceva interprete del desiderio di molti altri compagni di poter avere certezze dal santo di Assisi.
Nella lettera, appare chiaro come Francesco vivesse in una dimensione estremamente più alta di tutti gli altri. Guarda ai problemi terreni con il distacco di chi sa che non è qui la vera vita cui tendere.
Francesco termina dicendo a Leone che sia lui che gli altri, hanno carta bianca per comportarsi in qualunque modo sembrasse meglio per la loro vita.
La conclusione è meravigliosa e rende idea dell'intenso percorso di condivisione di ideali vissuto dei due:
"Se credi necessario per il bene della tua anima venire da me, e lo vuoi, vieni Leone caro"!
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mercoledì 21 gennaio 2015
martedì 20 gennaio 2015
I piedi di Francesco d'Assisi
Le pareti affrescate mirabilmente nella basilica intitolata a San Francesco in Assisi, raccontano storie straordinarie di un uomo santo che, camminando fino a riempire di vesciche i suoi piedi, ha portato ovunque la “buona notizia” del Vangelo.
Raramente, i pellegrini soffermano la loro attenzione, su queste mura artistiche, rimanendo ben pochi istanti davanti a questi dipinti eccezionali. Si visita questo luogo sacro, come accade anche in molti altri siti di grande spessore spirituale, con quella fretta che induce a dedicare sguardi fugaci ai particolari, concentrandosi sulle parti che si pensa siano pregnanti per la devozione al santo.
(nella foto: Rinuncia ai beni di Giotto)
Ecco che la tomba di Francesco o il presbiterio della Chiesa superiore, ricevono molta attenzione anche perché ci si sofferma a lungo in preghiera, per la confessione, oppure per partecipare alla Santa Eucarestia.
L’itinerario del devoto è stabilito in un percorso creato per favorire un regolare flusso dei visitatori, che sono costretti o quasi ad avanzare spediti, sfiorando con lo sguardo, quanto di immortale contengono le sacre mura.
Siamo un tantino tutti così: collezionisti di luoghi.
Non viviamo l’eccezionalità del momento e siamo protesi al prossimo posto da visitare quando ancora non finiamo di godere l’attuale.
Diventa importante dire che nel nostro carnet di visite si può annoverare un consistente numero di monumenti, pur non avendoli vissuti completamente.
Accade allora che, in questa assurda mania di collezione, perdiamo l’occasione di ammirare un ambulacro e un presbiterio del ‘400, un indimenticabile crocifisso ligneo, una bella balaustra della Cappella dedicata alla Riconciliazione e anche degli episodi della vita di Francesco, magistralmente raccontati dai dipinti di grandi artisti.
Qualcuno, anzi, dirà che questo sarebbe superfluo, visto che più o meno tutti conosciamo gli avvenimenti principali della santa esistenza del Poverello di Assisi. (Nella foto Morte del Cavaliere)
Conosco gente che si reca quasi ogni anno ad Assisi ma non si è mai fermata nella basilica superiore a vivere le storie di Francesco attraverso gli occhi, la mente e le braccia del grande Giotto.
In questi capolavori, il pittore narra a modo suo, di un uomo legato alla natura, alla povertà e alla predicazione del Vangelo. Francesco, è noto, nacque ad Assisi nel 1181. Era un giovane colto, raffinato e ambizioso che scelse subito la vita militare per mania di carrierismo e per salire le gerarchie della società del tempo.
Si arruolò nell'esercito che Gualtiero di Brienne stava attrezzando per l’ennesima Crociata.
Il Signore aveva ben altro destino per il giovane e presto ci fu una conversione che io azzarderei, uguale a quella del grande San Paolo.
In breve Francesco e la sua "pianticella" Chiara, divennero quello che tutti conosciamo: i pazzi innamorati del Cristo!
Oggi, tutto in Assisi parla di lui.
Anche nei dintorni, da Spello a Gubbio, Bevagna, Narni e, fin sulle pendici del monte Subasio, dove era sua abitudine ritirarsi con i frati, tutto racconta di uno straordinario uomo alla sequela di Gesù.
Se ci si reca nella cattedrale assisiana di S.Rufino, si guarda il fonte battesimale dove il giovane ebbe il suo primo Sacramento;
nel borgo antico di Bevagna c’è la pietra sulla quale sedeva, mentre parlava, secondo una simpatica tradizione, agli uccellini volteggianti nel cielo.
Se raggiungiamo la bella Spoleto, all'interno della Cattedrale del XII secolo posta nel centro di una scenografica piazza, c’è la lettera autografa originale, che il santo scrisse di suo pugno per l’amato Frate Leone;
a Bovara, alle fonti del Clitunno, si ammira un crocifisso davanti al quale Francesco riusciva ad
ascoltare la voce di Dio.
Ben altra importanza, poi, per la croce custodita ad Assisi, nel monastero di Santa Chiara, quella da cui il Cristo gli parlò, chiedendo di salvare la Chiesa con il suo mirabile esempio.
Come dimenticare, poi, i luoghi dei “Fioretti”, come Gubbio dove si consumò il miracolo del Lupo? Nel piccolo convento della Vittorina, presso Spadalonga, pochi chilometri dalla cittadina eugubina, avvenne questo che è uno degli episodi più conosciuti, mentre Francesco era lì, rifugiato, dopo l’addio alla casa e agli averi del padre.
Ditemi, come non lasciare il proprio cuore, come è accaduto a me, nelle anguste cellette dove il serafico Padre e i suoi primi frati dimorarono nel delizioso e piccolo convento di Monteluco? Infine, Santa Maria degli Angeli, la grande chiesa del XV secolo che, al suo interno, custodisce la mitica Porziuncola, antico e primo convento francescano dove il serafico Padre terminò la sua esistenza terrena il 3 ottobre del 1226, esalando, nel sorriso, l’ultimo respiro, lì dove c’era la piccola infermeria.
Avevano davvero fatto un’infinità di chilometri i piedi di Francesco e questo, in un’epoca in cui i monaci erano prevalentemente stabili.
Pare sia venuto anche in Abruzzo, fondando vari conventi fra cui l’attuale S. Antonio, nel centro di Teramo.
La predicazione del Vangelo, sua unica ragione di vita, lo portò a girare da un borgo all'altro, raggiungendo mete quasi impossibili per l’epoca: Dalmazia, Spagna, Medio Oriente.
Il sogno di chi scrive è mettersi in cammino, partendo da nord, provincia di Arezzo, santuario de La Verna, luogo simbolo dove Francesco ricevette le stimmate, arrivando ad Assisi, per poi continuare verso Greccio e la valle santa del Reatino, alla ricerca della Regola a Fonte Colombo.
(Nella foto sopra un dipinto di Giotto Il risanamento di Giovanni di Ylerda)
Una serie di tappe indimenticabili: Chiusi, Pieve Santo Stefano, Sansepolcro, Città di Castello, Pietralunga, Gubbio e Assisi con le sue sette chiese dedicate alla memoria del santo.
Poi, la valle di Rieti con il santuario de La Foresta e l’emozione di vedere la cavità della roccia dove il santo pregava ore e ore.
Tappa a Poggio Bustone dove si ricorda il saluto che l’uomo santo rivolgeva agli abitanti: “Buon giorno, buona gente!”, con il faggio, l’albero maestoso dalla forma straordinaria, sotto cui Francesco leggeva.
E per ultima, la mitica Greccio, luogo francescano per eccellenza dove il santo ebbe l’intuizione del presepe. Sono tutti luoghi da me visitati ma in comodità, arrivandoci in macchina o in bus.
Francesco, però, si vive rigorosamente a piedi!
Raramente, i pellegrini soffermano la loro attenzione, su queste mura artistiche, rimanendo ben pochi istanti davanti a questi dipinti eccezionali. Si visita questo luogo sacro, come accade anche in molti altri siti di grande spessore spirituale, con quella fretta che induce a dedicare sguardi fugaci ai particolari, concentrandosi sulle parti che si pensa siano pregnanti per la devozione al santo.
(nella foto: Rinuncia ai beni di Giotto)
Ecco che la tomba di Francesco o il presbiterio della Chiesa superiore, ricevono molta attenzione anche perché ci si sofferma a lungo in preghiera, per la confessione, oppure per partecipare alla Santa Eucarestia.
L’itinerario del devoto è stabilito in un percorso creato per favorire un regolare flusso dei visitatori, che sono costretti o quasi ad avanzare spediti, sfiorando con lo sguardo, quanto di immortale contengono le sacre mura.
Siamo un tantino tutti così: collezionisti di luoghi.
Non viviamo l’eccezionalità del momento e siamo protesi al prossimo posto da visitare quando ancora non finiamo di godere l’attuale.
Diventa importante dire che nel nostro carnet di visite si può annoverare un consistente numero di monumenti, pur non avendoli vissuti completamente.
Accade allora che, in questa assurda mania di collezione, perdiamo l’occasione di ammirare un ambulacro e un presbiterio del ‘400, un indimenticabile crocifisso ligneo, una bella balaustra della Cappella dedicata alla Riconciliazione e anche degli episodi della vita di Francesco, magistralmente raccontati dai dipinti di grandi artisti.
Qualcuno, anzi, dirà che questo sarebbe superfluo, visto che più o meno tutti conosciamo gli avvenimenti principali della santa esistenza del Poverello di Assisi. (Nella foto Morte del Cavaliere)
Conosco gente che si reca quasi ogni anno ad Assisi ma non si è mai fermata nella basilica superiore a vivere le storie di Francesco attraverso gli occhi, la mente e le braccia del grande Giotto.
In questi capolavori, il pittore narra a modo suo, di un uomo legato alla natura, alla povertà e alla predicazione del Vangelo. Francesco, è noto, nacque ad Assisi nel 1181. Era un giovane colto, raffinato e ambizioso che scelse subito la vita militare per mania di carrierismo e per salire le gerarchie della società del tempo.
Si arruolò nell'esercito che Gualtiero di Brienne stava attrezzando per l’ennesima Crociata.
Il Signore aveva ben altro destino per il giovane e presto ci fu una conversione che io azzarderei, uguale a quella del grande San Paolo.
In breve Francesco e la sua "pianticella" Chiara, divennero quello che tutti conosciamo: i pazzi innamorati del Cristo!
Oggi, tutto in Assisi parla di lui.
Anche nei dintorni, da Spello a Gubbio, Bevagna, Narni e, fin sulle pendici del monte Subasio, dove era sua abitudine ritirarsi con i frati, tutto racconta di uno straordinario uomo alla sequela di Gesù.
Se ci si reca nella cattedrale assisiana di S.Rufino, si guarda il fonte battesimale dove il giovane ebbe il suo primo Sacramento;
nel borgo antico di Bevagna c’è la pietra sulla quale sedeva, mentre parlava, secondo una simpatica tradizione, agli uccellini volteggianti nel cielo.
Se raggiungiamo la bella Spoleto, all'interno della Cattedrale del XII secolo posta nel centro di una scenografica piazza, c’è la lettera autografa originale, che il santo scrisse di suo pugno per l’amato Frate Leone;
a Bovara, alle fonti del Clitunno, si ammira un crocifisso davanti al quale Francesco riusciva ad
ascoltare la voce di Dio.
Ben altra importanza, poi, per la croce custodita ad Assisi, nel monastero di Santa Chiara, quella da cui il Cristo gli parlò, chiedendo di salvare la Chiesa con il suo mirabile esempio.
Come dimenticare, poi, i luoghi dei “Fioretti”, come Gubbio dove si consumò il miracolo del Lupo? Nel piccolo convento della Vittorina, presso Spadalonga, pochi chilometri dalla cittadina eugubina, avvenne questo che è uno degli episodi più conosciuti, mentre Francesco era lì, rifugiato, dopo l’addio alla casa e agli averi del padre.
Ditemi, come non lasciare il proprio cuore, come è accaduto a me, nelle anguste cellette dove il serafico Padre e i suoi primi frati dimorarono nel delizioso e piccolo convento di Monteluco? Infine, Santa Maria degli Angeli, la grande chiesa del XV secolo che, al suo interno, custodisce la mitica Porziuncola, antico e primo convento francescano dove il serafico Padre terminò la sua esistenza terrena il 3 ottobre del 1226, esalando, nel sorriso, l’ultimo respiro, lì dove c’era la piccola infermeria.
Avevano davvero fatto un’infinità di chilometri i piedi di Francesco e questo, in un’epoca in cui i monaci erano prevalentemente stabili.
Pare sia venuto anche in Abruzzo, fondando vari conventi fra cui l’attuale S. Antonio, nel centro di Teramo.
La predicazione del Vangelo, sua unica ragione di vita, lo portò a girare da un borgo all'altro, raggiungendo mete quasi impossibili per l’epoca: Dalmazia, Spagna, Medio Oriente.
Il sogno di chi scrive è mettersi in cammino, partendo da nord, provincia di Arezzo, santuario de La Verna, luogo simbolo dove Francesco ricevette le stimmate, arrivando ad Assisi, per poi continuare verso Greccio e la valle santa del Reatino, alla ricerca della Regola a Fonte Colombo.
(Nella foto sopra un dipinto di Giotto Il risanamento di Giovanni di Ylerda)
Una serie di tappe indimenticabili: Chiusi, Pieve Santo Stefano, Sansepolcro, Città di Castello, Pietralunga, Gubbio e Assisi con le sue sette chiese dedicate alla memoria del santo.
Poi, la valle di Rieti con il santuario de La Foresta e l’emozione di vedere la cavità della roccia dove il santo pregava ore e ore.
Tappa a Poggio Bustone dove si ricorda il saluto che l’uomo santo rivolgeva agli abitanti: “Buon giorno, buona gente!”, con il faggio, l’albero maestoso dalla forma straordinaria, sotto cui Francesco leggeva.
E per ultima, la mitica Greccio, luogo francescano per eccellenza dove il santo ebbe l’intuizione del presepe. Sono tutti luoghi da me visitati ma in comodità, arrivandoci in macchina o in bus.
Francesco, però, si vive rigorosamente a piedi!
mercoledì 17 dicembre 2014
Il valore ecumenico del presepe
Da alcuni anni, in gran parte delle scuole di Teramo e provincia si usa preparare un grande albero natalizio nell'atrio dell’edificio, ignorando il presepe e non valutando che l'abete agghindato a festa non rappresenta la nostra cultura, essendo tradizione proveniente dal nord Europa.
Ricordo con tenerezza che nella mia infanzia, la preparazione della rappresentazione della nascita di Gesù nelle scuole iniziava nel mese di novembre.
Ognuno degli studenti, con le proprie famiglie, dava il suo contributo affinché il presepe realizzato nell'Istituto risultasse il più bello o il più grande della città.
La rappresentazione della nascita di Gesù, costituiva, insomma, la festa nella festa.
Oggi molti presidi e insegnanti giustificano l’abolizione di questa grande intuizione di San Francesco a Greccio, affermando che i giovani sono ormai smaliziati e poco si interessano a queste “forme arcaiche di devozione”.
Un presepe a scuola potrebbe, secondo alcuni educatori moderni, urtare la suscettibilità degli studenti musulmani o di coloro i quali sono nel pieno diritto di non credere alla Buona Novella dell’Avvento del Salvatore.
Per rispettare e dimostrare sollecitudine verso le minoranze, insomma, per favorire un equilibrio culturale, tutelare la laicità, la neutralità religiosa e proteggere le differenze da integrare, dovremmo buttare secoli di tradizione di canti natalizi, stella cometa, divino Neonato, pecorelle e pastori.
E se, invece, con uno sforzo unitario, ribaltassimo il concetto e affermassimo che il Natale, grazie al presepe, ha buone possibilità di creare una festa condivisa sia dai cristiani che dai musulmani?
Se cominciassimo dalle nostre piccole realtà a formare le menti all'ecumenismo?
Potremmo tener conto anche dei momenti importanti per questi nostri fratelli e condividere anche le loro feste religiose.
E allora sarebbe barbino affermare che tutto potrebbe iniziare proprio dalle scuole? In questo caso il Natale diventerebbe un momento straordinario di condivisione spirituale, di partecipazione religiosa e di intesa umana fra diverse religioni.
Gli insegnanti potrebbero organizzare dei convegni dove tutti insieme, musulmani, non credenti, cristiani e fratelli con altro Dio in testa, potremmo discutere di come raggiungere il traguardo di una comune civiltà dell’uomo e del rispetto dovuto in quanto tale.
E quale sede istituzionale ideale potrebbe risultare migliore della scuola, deputata come nessun altra, a forgiare le menti e l’animo di coloro i quali un giorno rischiano di cadere preda di intolleranza nei confronti di altri uomini?
Ricordo con tenerezza che nella mia infanzia, la preparazione della rappresentazione della nascita di Gesù nelle scuole iniziava nel mese di novembre.
Ognuno degli studenti, con le proprie famiglie, dava il suo contributo affinché il presepe realizzato nell'Istituto risultasse il più bello o il più grande della città.
La rappresentazione della nascita di Gesù, costituiva, insomma, la festa nella festa.
Oggi molti presidi e insegnanti giustificano l’abolizione di questa grande intuizione di San Francesco a Greccio, affermando che i giovani sono ormai smaliziati e poco si interessano a queste “forme arcaiche di devozione”.
Un presepe a scuola potrebbe, secondo alcuni educatori moderni, urtare la suscettibilità degli studenti musulmani o di coloro i quali sono nel pieno diritto di non credere alla Buona Novella dell’Avvento del Salvatore.
Per rispettare e dimostrare sollecitudine verso le minoranze, insomma, per favorire un equilibrio culturale, tutelare la laicità, la neutralità religiosa e proteggere le differenze da integrare, dovremmo buttare secoli di tradizione di canti natalizi, stella cometa, divino Neonato, pecorelle e pastori.
E se, invece, con uno sforzo unitario, ribaltassimo il concetto e affermassimo che il Natale, grazie al presepe, ha buone possibilità di creare una festa condivisa sia dai cristiani che dai musulmani?
Se cominciassimo dalle nostre piccole realtà a formare le menti all'ecumenismo?
Potremmo tener conto anche dei momenti importanti per questi nostri fratelli e condividere anche le loro feste religiose.
E allora sarebbe barbino affermare che tutto potrebbe iniziare proprio dalle scuole? In questo caso il Natale diventerebbe un momento straordinario di condivisione spirituale, di partecipazione religiosa e di intesa umana fra diverse religioni.
Gli insegnanti potrebbero organizzare dei convegni dove tutti insieme, musulmani, non credenti, cristiani e fratelli con altro Dio in testa, potremmo discutere di come raggiungere il traguardo di una comune civiltà dell’uomo e del rispetto dovuto in quanto tale.
E quale sede istituzionale ideale potrebbe risultare migliore della scuola, deputata come nessun altra, a forgiare le menti e l’animo di coloro i quali un giorno rischiano di cadere preda di intolleranza nei confronti di altri uomini?
martedì 21 ottobre 2014
Rimaniamo connessi tra noi nell'amore
Tra i miei nuovi contatti di Facebook sono arrivate, poco più di un anno fa, due simpatiche amiche che vivono nell'altra parte del mondo, a San Paolo in Brasile.
Dopo le inevitabili richieste di amicizia, sono arrivati i “mi piace” sulle foto, i saluti via mail, gli scambi di opinioni.
La scorsa settimana, erano in quattro, sono venute a Teramo, ultima tappa di un bel viaggio in Italia che ha toccato Taormina in Sicilia e poi su fino a Roma.
È stata la splendida occasione per conoscerci e trascorrere insieme qualche bella ora in giro per la provincia teramana, tra Civitella del Tronto e Campli.
Adesso il virtuale è superato.
L’amicizia vera è sancita!
Perché vi racconto questo?
Ho provato un senso di gioia quando un amico caro che ha tutta la mia stima, mi ha detto che uso internet e Facebook in particolare, in maniera incredibile e che tutti dovrebbero prendere esempio dai miei post. Si diceva contento di leggere la mia frase del giorno tratta dalle Scritture, lui che non apre quasi mai la Bibbia.
Si meravigliava di come la città fotografata dalla mia Nikon, risultasse spesso inedita e sorprendente. Si diceva anche sollevato dalle ansie nel guardare un tramonto o un’alba nel mio profilo del social network.
Ho avuto un senso di soddisfazione non per vanità o compiacimento personale, ma semplicemente perché forse, mi sono detto, qualche volta riesco a creare una cultura seppur minima, circolare e non piramidale.
Spesso in questa società malata ci s’incontra ma non ci si parla più.
Siamo magari presenti ma la connessione ci allontana, ci impedisce un rapporto diretto con interlocutori reali.
E allora si fatica a dialogare con le persone.
Si perde l’uso della parola e si acquista la massima manualità nelle dita per usare tastiere di pc o di cellulari.
Eppure, credetemi, io sono sempre stato convinto che la rete, usata bene, è circolarità, incontro con il prossimo e i fratelli.
A volte in rete è possibile incontrarsi anche con Dio!
Internet è un’estensione della vita quotidiana, una bella integrazione per arrivare dove non è possibile per ovvi motivi di tempo e di spazio.
Ho immaginato cosa potesse dire il mio modello, Francesco d’Assisi, se avesse avuto a disposizione un social network!
Come avrebbe portato il messaggio del Signore nelle case di tutti, lui che è riuscito a fare tutto ciò senza mezzi tecnologici, solo con l’esempio di vita!
L’avrebbe forse definita sorella Rete?
Certo nella società di oggi soffriamo di esagerazioni e per alcuni la Rete è l’unico mondo e, badate bene, non parlo solo di ragazzini!
Invece i social network debbono essere semplicemente cassa di risonanza per messaggi positivi, continuazione della realtà di tutti i giorni e non l’unica vita!
Internet non deve spegnere il contatto umano ma, al contrario, valorizzarlo e chi ne fruisce deve essere maturo da discernere il bene dal male anche via web.
E allora mi sono detto che Francesco, poverello di Assisi ha passato gran parte della sua vita a pensare a nuovi modi di stare insieme, uno accanto all'altro, a prendere contatti in maniera inedita, a chiedere e a offrire, a essere connessi. E, se usati bene gli strumenti tecnologici non servono proprio a questo?
Nella mia mail arrivano saluti di persone che sono lontani e non potrei raggiungere, richieste di preghiere da parte di amici che sperimentano la malattia, commenti sulla vita di tutti i giorni da parte di conoscenti come fossimo in piazza, seppur virtuale, proposte di amicizie di individui di cui, precedentemente, non immaginavo neanche l’esistenza e con cui trovo di avere molte affinità .
Importante è non dimenticare che dopo il primo passo nel web, nulla potrà sostituire il guardarsi successivamente negli occhi, niente potrà surrogare il bisogno di gesti reali e concreti, non potremo le mani tese per poter stringere quello del fratello davanti.
Necessario rimanere connessi tra di noi realmente nel segno dell’amore. Un saluto caro a queste quattro nuove amiche brasiliane. Da oggi siete anche voi nel mio cuore!
Dopo le inevitabili richieste di amicizia, sono arrivati i “mi piace” sulle foto, i saluti via mail, gli scambi di opinioni.
La scorsa settimana, erano in quattro, sono venute a Teramo, ultima tappa di un bel viaggio in Italia che ha toccato Taormina in Sicilia e poi su fino a Roma.
È stata la splendida occasione per conoscerci e trascorrere insieme qualche bella ora in giro per la provincia teramana, tra Civitella del Tronto e Campli.
Adesso il virtuale è superato.
L’amicizia vera è sancita!
Perché vi racconto questo?
Ho provato un senso di gioia quando un amico caro che ha tutta la mia stima, mi ha detto che uso internet e Facebook in particolare, in maniera incredibile e che tutti dovrebbero prendere esempio dai miei post. Si diceva contento di leggere la mia frase del giorno tratta dalle Scritture, lui che non apre quasi mai la Bibbia.
Si meravigliava di come la città fotografata dalla mia Nikon, risultasse spesso inedita e sorprendente. Si diceva anche sollevato dalle ansie nel guardare un tramonto o un’alba nel mio profilo del social network.
Ho avuto un senso di soddisfazione non per vanità o compiacimento personale, ma semplicemente perché forse, mi sono detto, qualche volta riesco a creare una cultura seppur minima, circolare e non piramidale.
Spesso in questa società malata ci s’incontra ma non ci si parla più.
Siamo magari presenti ma la connessione ci allontana, ci impedisce un rapporto diretto con interlocutori reali.
E allora si fatica a dialogare con le persone.
Si perde l’uso della parola e si acquista la massima manualità nelle dita per usare tastiere di pc o di cellulari.
Eppure, credetemi, io sono sempre stato convinto che la rete, usata bene, è circolarità, incontro con il prossimo e i fratelli.
A volte in rete è possibile incontrarsi anche con Dio!
Internet è un’estensione della vita quotidiana, una bella integrazione per arrivare dove non è possibile per ovvi motivi di tempo e di spazio.
Ho immaginato cosa potesse dire il mio modello, Francesco d’Assisi, se avesse avuto a disposizione un social network!
Come avrebbe portato il messaggio del Signore nelle case di tutti, lui che è riuscito a fare tutto ciò senza mezzi tecnologici, solo con l’esempio di vita!
L’avrebbe forse definita sorella Rete?
Certo nella società di oggi soffriamo di esagerazioni e per alcuni la Rete è l’unico mondo e, badate bene, non parlo solo di ragazzini!
Invece i social network debbono essere semplicemente cassa di risonanza per messaggi positivi, continuazione della realtà di tutti i giorni e non l’unica vita!
Internet non deve spegnere il contatto umano ma, al contrario, valorizzarlo e chi ne fruisce deve essere maturo da discernere il bene dal male anche via web.
E allora mi sono detto che Francesco, poverello di Assisi ha passato gran parte della sua vita a pensare a nuovi modi di stare insieme, uno accanto all'altro, a prendere contatti in maniera inedita, a chiedere e a offrire, a essere connessi. E, se usati bene gli strumenti tecnologici non servono proprio a questo?
Nella mia mail arrivano saluti di persone che sono lontani e non potrei raggiungere, richieste di preghiere da parte di amici che sperimentano la malattia, commenti sulla vita di tutti i giorni da parte di conoscenti come fossimo in piazza, seppur virtuale, proposte di amicizie di individui di cui, precedentemente, non immaginavo neanche l’esistenza e con cui trovo di avere molte affinità .
Importante è non dimenticare che dopo il primo passo nel web, nulla potrà sostituire il guardarsi successivamente negli occhi, niente potrà surrogare il bisogno di gesti reali e concreti, non potremo le mani tese per poter stringere quello del fratello davanti.
Necessario rimanere connessi tra di noi realmente nel segno dell’amore. Un saluto caro a queste quattro nuove amiche brasiliane. Da oggi siete anche voi nel mio cuore!
sabato 4 ottobre 2014
Padre Pio Scocchia: lo sguardo di un bambino, il rigore di un adulto.
Quando una persona cara se ne va per sempre da questo mondo, è come se tu stesso andassi via.
Se ti lascia dopo aver trascorso con lui giorni belli di unione fraterna sotto l’esempio fulgido di San Francesco, comune modello di aspirazione verso Dio, tutto appare ancora più incomprensibile.
Pio Scocchia, frate innamorato del poverello di Assisi, per noi del terz’Ordine teramano, era più di un padre spirituale.
Ciò che lui pensava, ciò che lui amava, ciò che lui era, oggi non è più e questo lascia tutti noi sgomenti e consci che una parte della nostra esistenza, quella spirituale, non sarà più uguale.
Questi sentimenti mi agitavano, fra nostalgia e memoria, nel ricordo della sua fanciullesca felicità visitando il santuario de La Verna, cuore del Tabor francescano e la sua prorompente vitalità nei nostri incontri di fraternità.
Un’avvicendarsi continuo di ricordi, immagini, riflessioni.
Commozione e rimpianto si alternavano mentre lo salutavo per l’ultima volta nella chiesa della Madonna delle Grazie gremita da una moltitudine di amici venuti da vicino e da lontano, dai fedeli e, soprattutto, di sacerdoti uniti a S.E. il vescovo Michele Seccia per commemorare un piccolo e umile frate.
Ricordavo i suoi numerosi scritti che mi aveva donato perché li leggessi attentamente, le sue parole che mi incitavano a tornare a frequentare con assiduità la fraternità quando, accecato dal risentimento, me n’ero allontanato immerso nella superbia.
Mentre due lacrime solcavano il mio viso, ecco che si accese la liturgia della Parola e poi quella dell’Eucarestia.
Pensai a quanto gli erano cari i testi sacri, a quanto teneva alla liturgia, ai canti nella celebrazione, espressione di fede e speranza e, d’improvviso, sentii che lui era in mezzo a noi.
Magari era proprio lì sulla panca accanto alla sacrestia mentre tutti recitavamo il Rosario a Maria Vergine.
Credetti quasi che stesse rimproverandoci per l’ennesima volta delle stonature, delle voci fuori le riga, di chi stava proclamando la Parola, magari senza la dovuta espressione.
La sua presenza era una verità che ognuno di noi, con la sua sensibilità avrebbe portato con sé, fuori
dal santuario a fine celebrazione.
Chi è stato per tutti Padre Pio? Chi era Padre Pio per me e per tutta la comunità del santuario?
E poi, chi era questo frate minore per la Chiesa che gli stava tributando l’ultimo saluto con l’acqua battesimale e l’incenso riservato ai corpi gloriosi che vanno al cospetto di Dio Padre?
Credo di poter rispondere a nome di tutti, a mente fredda, dopo un’estate trascorsa in meditazione di questo evento sì terribile ma anche di enorme importanza spirituale, che Pio era un frate ma anche un prete innamorato del Vangelo.
Può sembrare banale a chi lo sapeva già in questa duplice veste sacerdotale ma non lo è.
Occorre ribadire che Pio amava intensamente il Vangelo attraverso il “pazzo di Cristo”, quel Francesco che lui agognava farci conoscere in profondità e fuori dai luoghi comuni di chi lo vuole semplice ecologista da corteo e pacifista, poeta e innamorato della natura.
Molti dimenticano che il santo di Assisi amava ripetere la parola “Vangelo sine glossa”, senza compromessi o aggiustamenti.
Pio, memore di ciò, grazie alla sua vasta cultura e alla sua spiccata spiritualità, predicava la Parola con vigore profetico, con gesti burberi, a volte trasmettendo di se l’idea di una persona scomoda, qualche volta fastidiosa e difficile.
Al contrario lui era conscio che la chiave di un uomo si trova negli altri e che il contatto con i fratelli illumina e fa scaturire la luce su noi stessi.
Quante volte ripeteva che prossimamente ci avrebbe fatto scoprire un altro Francesco attraverso i suoi scritti in cui era “homo homini frater” e non “homo homini lupus”.
Padre Pio altri non era che uomo di passione evangelica, integro nel rigore e profondo nella testimonianza, un uomo che soffriva di questi tempi in cui ci si allontana facilmente dalle chiese, perdendosi in individualismi esasperati non graditi a Dio.
Era uomo di squisita sensibilità, di ricchezza esplosiva nell’anima che ha amato la “regola di vita” del poverello di Assisi in un mondo scosso da progetti di vita senza regole, valori e ideali. L’anima esigente di padre Pio soffriva le contraddizioni e le inerzie di una Chiesa a volte figlia dell’attuale società, ma non ha mai derogato, neanche in un minimo passo, alla missione e al carisma destinatogli da Dio.
Era, insomma, un figlio inquieto del Vangelo che non è mai venuto meno al suo impegno critico anche verso la stessa fraternità che tanto amava e che abbracciava nelle sue preghiere.
Un frate uomo di pace, certamente, ma che non ha mai alzato bandiera bianca contro le azioni sbagliate di questo mondo scristianizzato.
Ha lavorato per il terz’Ordine senza risparmiarsi, conscio che a San Francesco non piacevano i “frati mosca”, quelli che fanno dell’ozio la ragione di vita, nascondendosi dietro false contemplazioni.
Un figlio di Francesco che non tutti hanno capito, col cuore di un bambino, che è stato in grado di conquistare comunque la “perfetta letizia” mettendo in pratica, alla lettera, il messaggio d’amore del Vangelo. Pensando a lui scorrono nella mente le parole bellissime di Arrigo Levi che ricordava:
“Dio lo si incontra là dove è testimoniato”.
Se vuoi iniziare un cammino nel cuore della spiritualità francescana, il Terz' Ordine dei laici di Teramo ti aspetta alla Madonna delle Grazie alle 21,00 di ogni lunedì. Informati al santuario
mariano!
Per i ragazzi c'è un bel cammino di fede nella GIFRA, giovani francescani!
Se ti lascia dopo aver trascorso con lui giorni belli di unione fraterna sotto l’esempio fulgido di San Francesco, comune modello di aspirazione verso Dio, tutto appare ancora più incomprensibile.
Pio Scocchia, frate innamorato del poverello di Assisi, per noi del terz’Ordine teramano, era più di un padre spirituale.
Ciò che lui pensava, ciò che lui amava, ciò che lui era, oggi non è più e questo lascia tutti noi sgomenti e consci che una parte della nostra esistenza, quella spirituale, non sarà più uguale.
Questi sentimenti mi agitavano, fra nostalgia e memoria, nel ricordo della sua fanciullesca felicità visitando il santuario de La Verna, cuore del Tabor francescano e la sua prorompente vitalità nei nostri incontri di fraternità.
Un’avvicendarsi continuo di ricordi, immagini, riflessioni.
Commozione e rimpianto si alternavano mentre lo salutavo per l’ultima volta nella chiesa della Madonna delle Grazie gremita da una moltitudine di amici venuti da vicino e da lontano, dai fedeli e, soprattutto, di sacerdoti uniti a S.E. il vescovo Michele Seccia per commemorare un piccolo e umile frate.
Ricordavo i suoi numerosi scritti che mi aveva donato perché li leggessi attentamente, le sue parole che mi incitavano a tornare a frequentare con assiduità la fraternità quando, accecato dal risentimento, me n’ero allontanato immerso nella superbia.
Mentre due lacrime solcavano il mio viso, ecco che si accese la liturgia della Parola e poi quella dell’Eucarestia.
Pensai a quanto gli erano cari i testi sacri, a quanto teneva alla liturgia, ai canti nella celebrazione, espressione di fede e speranza e, d’improvviso, sentii che lui era in mezzo a noi.
Magari era proprio lì sulla panca accanto alla sacrestia mentre tutti recitavamo il Rosario a Maria Vergine.
Credetti quasi che stesse rimproverandoci per l’ennesima volta delle stonature, delle voci fuori le riga, di chi stava proclamando la Parola, magari senza la dovuta espressione.
La sua presenza era una verità che ognuno di noi, con la sua sensibilità avrebbe portato con sé, fuori
dal santuario a fine celebrazione.
Chi è stato per tutti Padre Pio? Chi era Padre Pio per me e per tutta la comunità del santuario?
E poi, chi era questo frate minore per la Chiesa che gli stava tributando l’ultimo saluto con l’acqua battesimale e l’incenso riservato ai corpi gloriosi che vanno al cospetto di Dio Padre?
Credo di poter rispondere a nome di tutti, a mente fredda, dopo un’estate trascorsa in meditazione di questo evento sì terribile ma anche di enorme importanza spirituale, che Pio era un frate ma anche un prete innamorato del Vangelo.
Può sembrare banale a chi lo sapeva già in questa duplice veste sacerdotale ma non lo è.
Occorre ribadire che Pio amava intensamente il Vangelo attraverso il “pazzo di Cristo”, quel Francesco che lui agognava farci conoscere in profondità e fuori dai luoghi comuni di chi lo vuole semplice ecologista da corteo e pacifista, poeta e innamorato della natura.
Molti dimenticano che il santo di Assisi amava ripetere la parola “Vangelo sine glossa”, senza compromessi o aggiustamenti.
Pio, memore di ciò, grazie alla sua vasta cultura e alla sua spiccata spiritualità, predicava la Parola con vigore profetico, con gesti burberi, a volte trasmettendo di se l’idea di una persona scomoda, qualche volta fastidiosa e difficile.
Al contrario lui era conscio che la chiave di un uomo si trova negli altri e che il contatto con i fratelli illumina e fa scaturire la luce su noi stessi.
Quante volte ripeteva che prossimamente ci avrebbe fatto scoprire un altro Francesco attraverso i suoi scritti in cui era “homo homini frater” e non “homo homini lupus”.
Padre Pio altri non era che uomo di passione evangelica, integro nel rigore e profondo nella testimonianza, un uomo che soffriva di questi tempi in cui ci si allontana facilmente dalle chiese, perdendosi in individualismi esasperati non graditi a Dio.
Era uomo di squisita sensibilità, di ricchezza esplosiva nell’anima che ha amato la “regola di vita” del poverello di Assisi in un mondo scosso da progetti di vita senza regole, valori e ideali. L’anima esigente di padre Pio soffriva le contraddizioni e le inerzie di una Chiesa a volte figlia dell’attuale società, ma non ha mai derogato, neanche in un minimo passo, alla missione e al carisma destinatogli da Dio.
Era, insomma, un figlio inquieto del Vangelo che non è mai venuto meno al suo impegno critico anche verso la stessa fraternità che tanto amava e che abbracciava nelle sue preghiere.
Un frate uomo di pace, certamente, ma che non ha mai alzato bandiera bianca contro le azioni sbagliate di questo mondo scristianizzato.
Ha lavorato per il terz’Ordine senza risparmiarsi, conscio che a San Francesco non piacevano i “frati mosca”, quelli che fanno dell’ozio la ragione di vita, nascondendosi dietro false contemplazioni.
Un figlio di Francesco che non tutti hanno capito, col cuore di un bambino, che è stato in grado di conquistare comunque la “perfetta letizia” mettendo in pratica, alla lettera, il messaggio d’amore del Vangelo. Pensando a lui scorrono nella mente le parole bellissime di Arrigo Levi che ricordava:
“Dio lo si incontra là dove è testimoniato”.
Se vuoi iniziare un cammino nel cuore della spiritualità francescana, il Terz' Ordine dei laici di Teramo ti aspetta alla Madonna delle Grazie alle 21,00 di ogni lunedì. Informati al santuario
mariano!
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mercoledì 1 ottobre 2014
Francesco d'Assisi: progetto di vita!
Assisi è come un mantello di pietra scura disteso sulle pendici del monte Subasio, fatto di case, campanili, muraglie medievali e giardini.
È sicuramente una città unica al mondo ed è certamente l’unico luogo, dove poteva nascere Francesco, uno dei santi più grandi del mondo cristiano, l’innamorato di Gesù e del suo Vangelo.
Per me, che spesso dirigo la mia auto verso questo bellissimo luogo dell’animo, Assisi rappresenta il mondo ideale della contemplazione e meditazione.
Tutto intorno al borgo, caratterizzato da vicoli antichi, scalinate, piazzette, si possono scorgere distintamente gli elementi essenziali che hanno seguito, come mirabile bussola del cammino, San Francesco, “giullare di Dio”: acqua, grotte e boschi.
Più di una volta ho potuto respirare la stessa aria che inalava il serafico Padre, sin dal 1182, quando vi nacque da un ricco mercante di stoffe, Pietro da Bernardone e da Giovanna, detta Madama Pica.
Due genitori completamente diversi, lui uomo altero, iroso, preso solo dai suoi affari, lei, timorata di Dio, tutta presa a inculcare nobili sentimenti al giovanetto figlio.
Tutte le volte che mi sono trovato davanti alla tomba di questo santo che porto nel cuore e che cerco di imitare senza successo, ho sempre pensato a quale rivoluzione pacifica e silenziosa abbia realizzato in così brevi anni di vita, poco meno di quaranta.
Francesco è stato sin da bambino, come racconta il primo biografo, Tommaso da Celano:
“dolce d’animo, amabile nel tratto, ilare nel volto, affabile nel parlare, indulgente verso gli altri, severo con se stesso, grazioso in tutto”.
Che ribaltamento di valori e di idee ha portato quest’umile uomo, apparentemente insignificante, nel suo mondo!
E come appare inspiegabile per chi non ha il dono di credere nello Spirito Santo, come abbia potuto trascinare fino a noi, per secoli, il suo messaggio dettato dall'amore senza fine per il Vangelo.
Un agiografo definì il Poverello,
“un ragazzo morto in età da uomo, ma col cuore pulsante di bambino”.
È sempre, meravigliosamente, un viaggio dell’animo sostare davanti alle pietre sepolcrali nella cripta della sua basilica in Assisi.
Sono quelle pietre che testimoniano quale scoglio in tempesta sia stata la vita del santo, perché abbia scelto deliberatamente di dormire in giacigli di roccia a testimoniare, meglio di mille parole, la forza di Dio insita in ognuno di noi.
Francesco è infinitamente più di un ecologista, di un santo celeberrimo nel mondo, più di un diacono che ha fondato ben tre Ordini religiosi.
Francesco è “semplicemente” copia perfetta di Gesù Cristo.
È colui che, per conto di Dio, ha voluto trasmetterci definitivamente, un messaggio semplice ma terribilmente difficile da porre in atto:
è Perfetta Letizia solo amare Dio e il prossimo come se stessi, senza se e senza ma. Amare gli uomini e tutto il creato di un amore talmente perfetto da travalicare secoli di storia, da rimanere in circolazione per sempre.
Francesco è l’uomo dell’amore, di quell'amore che schiaccia con la sua generosità, il suo illimitato altruismo, la sua generosità verso chi soffre, la sua immane capacità di perdono.
E se Francesco entra davvero nella tua vita, sei fregato!
Non puoi più esimerti dal sacrificio per gli altri, dall'adorazione per tutto il creato di Dio.
Francesco, amici miei, è un progetto di vita!
Un progetto grandioso, folle, rivoluzionario, anacronistico, capace di creare l’impossibile. Un’esperienza unica di comunione di vita con Cristo che porta nel cuore “il sorriso di Dio” come quello di Francesco (cfr 1 Celano XXX, 84 – F. F.470.)
Se vuoi iniziare un cammino nel cuore della spiritualità francescana, il Terz' Ordine dei laici di Teramo ti aspetta alla Madonna delle Grazie alle 21,00 di ogni lunedì. Informati al santuario
mariano!
Per i ragazzi c'è un bel cammino di fede nella GIFRA, giovani francescani!
È sicuramente una città unica al mondo ed è certamente l’unico luogo, dove poteva nascere Francesco, uno dei santi più grandi del mondo cristiano, l’innamorato di Gesù e del suo Vangelo.
Per me, che spesso dirigo la mia auto verso questo bellissimo luogo dell’animo, Assisi rappresenta il mondo ideale della contemplazione e meditazione.
Tutto intorno al borgo, caratterizzato da vicoli antichi, scalinate, piazzette, si possono scorgere distintamente gli elementi essenziali che hanno seguito, come mirabile bussola del cammino, San Francesco, “giullare di Dio”: acqua, grotte e boschi.
Più di una volta ho potuto respirare la stessa aria che inalava il serafico Padre, sin dal 1182, quando vi nacque da un ricco mercante di stoffe, Pietro da Bernardone e da Giovanna, detta Madama Pica.
Due genitori completamente diversi, lui uomo altero, iroso, preso solo dai suoi affari, lei, timorata di Dio, tutta presa a inculcare nobili sentimenti al giovanetto figlio.
Tutte le volte che mi sono trovato davanti alla tomba di questo santo che porto nel cuore e che cerco di imitare senza successo, ho sempre pensato a quale rivoluzione pacifica e silenziosa abbia realizzato in così brevi anni di vita, poco meno di quaranta.
Francesco è stato sin da bambino, come racconta il primo biografo, Tommaso da Celano:
“dolce d’animo, amabile nel tratto, ilare nel volto, affabile nel parlare, indulgente verso gli altri, severo con se stesso, grazioso in tutto”.
Che ribaltamento di valori e di idee ha portato quest’umile uomo, apparentemente insignificante, nel suo mondo!
E come appare inspiegabile per chi non ha il dono di credere nello Spirito Santo, come abbia potuto trascinare fino a noi, per secoli, il suo messaggio dettato dall'amore senza fine per il Vangelo.
Un agiografo definì il Poverello,
“un ragazzo morto in età da uomo, ma col cuore pulsante di bambino”.
È sempre, meravigliosamente, un viaggio dell’animo sostare davanti alle pietre sepolcrali nella cripta della sua basilica in Assisi.
Sono quelle pietre che testimoniano quale scoglio in tempesta sia stata la vita del santo, perché abbia scelto deliberatamente di dormire in giacigli di roccia a testimoniare, meglio di mille parole, la forza di Dio insita in ognuno di noi.
Francesco è infinitamente più di un ecologista, di un santo celeberrimo nel mondo, più di un diacono che ha fondato ben tre Ordini religiosi.
Francesco è “semplicemente” copia perfetta di Gesù Cristo.
È colui che, per conto di Dio, ha voluto trasmetterci definitivamente, un messaggio semplice ma terribilmente difficile da porre in atto:
è Perfetta Letizia solo amare Dio e il prossimo come se stessi, senza se e senza ma. Amare gli uomini e tutto il creato di un amore talmente perfetto da travalicare secoli di storia, da rimanere in circolazione per sempre.
Francesco è l’uomo dell’amore, di quell'amore che schiaccia con la sua generosità, il suo illimitato altruismo, la sua generosità verso chi soffre, la sua immane capacità di perdono.
E se Francesco entra davvero nella tua vita, sei fregato!
Non puoi più esimerti dal sacrificio per gli altri, dall'adorazione per tutto il creato di Dio.
Francesco, amici miei, è un progetto di vita!
Un progetto grandioso, folle, rivoluzionario, anacronistico, capace di creare l’impossibile. Un’esperienza unica di comunione di vita con Cristo che porta nel cuore “il sorriso di Dio” come quello di Francesco (cfr 1 Celano XXX, 84 – F. F.470.)
Se vuoi iniziare un cammino nel cuore della spiritualità francescana, il Terz' Ordine dei laici di Teramo ti aspetta alla Madonna delle Grazie alle 21,00 di ogni lunedì. Informati al santuario
mariano!
Per i ragazzi c'è un bel cammino di fede nella GIFRA, giovani francescani!
martedì 30 settembre 2014
La libertà secondo San Francesco
Sono molti gli spunti di riflessione che si possono fare nel parlare di libertà e di come intendeva questa parola il serafico Padre Francesco.
Scriveva un filosofo dei primi del novecento che:
“Per essere veramente liberi non ci vogliono sforzi, né essere giovani o tanto meno dover ragionare molto. Quello che manca è solo la capacità di muoverci fuori dagli schemi mentali che ci opprimono … Colui che pensa come marxista, non pensa, colui che pensa come musulmano non pensa, colui che pensa come cattolico non pensa”.
In pratica siamo come schiavi delle ideologie, mentre un vero profeta che vuol portare il Regno di Dio ai fratelli deve elevarsi per aprire nuovi orizzonti.
In effetti a ben guardare, sembra proprio che l’uomo non possa fare a meno di essere in qualche misura schiavo di qualcosa o peggio di qualcuno.
Quasi sempre ci si lega volontariamente con pesanti catene, per poi lamentarsi della libertà perduta. Oggi si affida la propria vita a un’idea, a un obiettivo vitale e non si è quasi mai capaci di elevarci sopra gli schemi da noi stessi costruiti per essere liberi di volare, capaci di pensare qualcosa di nuovo. L’uomo abbina sempre la sua presunta libertà alla felicità, alla gioia.
La domanda da porci allora è:
Da cosa ci aspettiamo possa dipendere la felicità o meno nella nostra esistenza?
Quali strategie dobbiamo adottare per riempire il vuoto che avvertiamo di tanto in tanto nella nostra vita?
Per chi come me è francescano, diventa necessario rapportarsi a Francesco nel parlare di vera libertà e di autentica gioia.
Il poverello d’Assisi era un uomo davvero libero.
Perché? Facile, si era spogliato di tutto e non solo materialmente.
Era libero perché sapeva essere in ogni cosa e gioire di ogni cosa.
Il messaggio che lui ci manda, la strada che ci mostra per diventare veramente uomini e donne assolutamente liberi è quella di essere in grado di esistere nell'unica dimensione per cui vale la pena
esistere che è quella dell’amore.
La libertà vera esiste e passa attraverso quel piccolo libretto che si chiama Vangelo!
Padre Silvio, nostro assistente spirituale nella fraternità del Terz'Ordine di Teramo, ben rimarca in un suo scritto:
“Nella nostra vita è importante solo il Vangelo, non la persona che lo predica, né le sue forme, non l’interpretazione che ne danno. Importante è interpretare il messaggio personale che racchiude per ognuno di noi”.
Verissimo, possiamo sapere se la nostra vita di cristiani è giusta solo ascoltando Gesù.
San Francesco lo aveva ascoltato e sapeva bene quale fosse la cosa più importante nella sua ricerca della libertà e della gioia, quella che appassiona e deprime tutti noi, tormentandoci sempre, sin dall'inizio della nostra vita.
Il serafico Padre si aspettava che i suoi frati dessero esempi di santità, così da esaudire il suo desiderio, quello della conversione del mondo?
Certamente si, ma non era quello il suo più grande anelito che albergava nell'anima.
Francesco non cercava successo o riconoscimento.
Il suo scopo vitale era solo quello di riposare nel cuore di Dio.
Ecco la Perfetta Letizia!
Ecco la vera gioia, l’essere nel seno del Padre, sicuri di non essere mai abbandonato da Lui.
A ben guardare è l’unico desiderio che non genera paure, ansie, tensioni e delusioni. La base della sofferenza sono i desideri terreni.
Mettiamo tutte le energie nel raggiungere uno scopo, una cosa, una persona, ci attacchiamo come l’edera a questo smodato desiderio che invade l’anima e poniamo la nostra effimera felicità nel raggiungimento di un qualcosa, esaltandoci quando lo si ottiene e deprimendoci fino alla malattia quando non si possiede più.
In Francesco il respiro diventa così profondo e grande da accogliere ogni respiro del mondo, il nostro invece più che un respiro è un rantolo.
Qualcuno potrà obiettare:
“Ma chi ci dice che questa sia la vera libertà. Io come posso gioire e sentirmi libero se ho sofferenza”?
In effetti Padre Silvio dice qualcosa di forte e di strano:
“Il dolore e la sofferenza esistono solo quando non li accetti … la radice della sofferenza è l’attaccamento, il desiderio … “.
Desiderio insano è quello di volere essere osannato da tutti, quello di voler possedere l’altro, di avere enormi capacità economiche e via dicendo.
Tutti dipendiamo da qualcuno o qualcosa dice Padre Silvio.
Cosa vera! Eppure pensiamoci bene!
Francesco da più di 900 anni chiama a sé milioni di persone aiutandole a cambiare e nel suo tempo non c’erano radio, tv, internet, twitter, face book, non c’erano smartphone, tablet, non c’erano uffici stampa. Francesco non era un pazzo o un eccentrico o un superman. Non era un professore universitario, un politico o un re, non aveva poteri. È stata solo una persona che a un certo punto della sua vita, e badate bene che è stata solo di circa 40 anni, è riuscito a vedere la straordinaria luce che sostiene il mondo.
Ecco che la sua fama però si diffuse dappertutto come una sorta di benefico tsunami, perché con lui c’era lo Spirito Santo che attraverso di lui entrava beneficando nella anime inquiete.
Un pochino come accadde al primo grande giornalista del mondo che fu Paolo di Tarso, evangelizzatore di tutti. Anche per lui il messaggio corse ben più veloce delle navi che prendeva o dei piedi che usava.
Ecco perché possiamo essere certi, di là dalla nostra fede, che la vera libertà, la vera gioia, risiede davvero nel seno di Dio.
Francesco è l’esempio di come per sempre si possa essere fonte di energia per gli altri, di rinnovamento per milioni di persone, anche dopo essere scomparsi.
Il messaggio che oggi siamo chiamati noi francescani a portare agli altri è che,
“Dobbiamo uscire dalla programmazione del mondo e svegliarci.
Ci hanno programmato per essere felici o infelici secondo se si spinge il bottone della lode e della critica, creandoci confusione …”.
Basta con l’essere anestetizzati dalle cose, frutto di una società sbagliata che ci preferisce addormentati piuttosto che svegli.
Basta pensare che si possa essere felici perché si ha un naso bello oppure lo si opera per renderlo tale allo specchio.
La felicità non è essere magri o grassi o se la felpa che si indossa è firmata all'ultimissima moda. Tornare al Vangelo vuol dire liberarci dalla nefasta idea che il mondo sia dei furbi e dei forti.
Siamo noi francescani i primi a dover dare esempio di coerenza nella nostra vita con una diversa dimensione dell’esistere. Il male avanza fino a che lo facciamo avanzare, ma poi, davanti al bene, arretra e fugge via. Allora possiamo anche creare un impegno a partire da domani mattina:
Guardiamoci allo specchio, guardiamo i nostri occhi e cerchiamo di scorgere in essi la luce che spesso ovattiamo con la nostra tristezza immotivata.
Come diceva Susanna Tamaro in un suo scritto:
“La luce è dentro di noi. Ci aspetta da prima che noi nascessimo. Ci aspetta in fondo al cuore. Sta lì con pazienza e mitezza ad attendere che facciamo un passo per andarle incontro”.
Scriveva un filosofo dei primi del novecento che:
“Per essere veramente liberi non ci vogliono sforzi, né essere giovani o tanto meno dover ragionare molto. Quello che manca è solo la capacità di muoverci fuori dagli schemi mentali che ci opprimono … Colui che pensa come marxista, non pensa, colui che pensa come musulmano non pensa, colui che pensa come cattolico non pensa”.
In pratica siamo come schiavi delle ideologie, mentre un vero profeta che vuol portare il Regno di Dio ai fratelli deve elevarsi per aprire nuovi orizzonti.
In effetti a ben guardare, sembra proprio che l’uomo non possa fare a meno di essere in qualche misura schiavo di qualcosa o peggio di qualcuno.
Quasi sempre ci si lega volontariamente con pesanti catene, per poi lamentarsi della libertà perduta. Oggi si affida la propria vita a un’idea, a un obiettivo vitale e non si è quasi mai capaci di elevarci sopra gli schemi da noi stessi costruiti per essere liberi di volare, capaci di pensare qualcosa di nuovo. L’uomo abbina sempre la sua presunta libertà alla felicità, alla gioia.
La domanda da porci allora è:
Da cosa ci aspettiamo possa dipendere la felicità o meno nella nostra esistenza?
Quali strategie dobbiamo adottare per riempire il vuoto che avvertiamo di tanto in tanto nella nostra vita?
Per chi come me è francescano, diventa necessario rapportarsi a Francesco nel parlare di vera libertà e di autentica gioia.
Il poverello d’Assisi era un uomo davvero libero.
Perché? Facile, si era spogliato di tutto e non solo materialmente.
Era libero perché sapeva essere in ogni cosa e gioire di ogni cosa.
Il messaggio che lui ci manda, la strada che ci mostra per diventare veramente uomini e donne assolutamente liberi è quella di essere in grado di esistere nell'unica dimensione per cui vale la pena
esistere che è quella dell’amore.
La libertà vera esiste e passa attraverso quel piccolo libretto che si chiama Vangelo!
Padre Silvio, nostro assistente spirituale nella fraternità del Terz'Ordine di Teramo, ben rimarca in un suo scritto:
“Nella nostra vita è importante solo il Vangelo, non la persona che lo predica, né le sue forme, non l’interpretazione che ne danno. Importante è interpretare il messaggio personale che racchiude per ognuno di noi”.
Verissimo, possiamo sapere se la nostra vita di cristiani è giusta solo ascoltando Gesù.
San Francesco lo aveva ascoltato e sapeva bene quale fosse la cosa più importante nella sua ricerca della libertà e della gioia, quella che appassiona e deprime tutti noi, tormentandoci sempre, sin dall'inizio della nostra vita.
Il serafico Padre si aspettava che i suoi frati dessero esempi di santità, così da esaudire il suo desiderio, quello della conversione del mondo?
Certamente si, ma non era quello il suo più grande anelito che albergava nell'anima.
Francesco non cercava successo o riconoscimento.
Il suo scopo vitale era solo quello di riposare nel cuore di Dio.
Ecco la Perfetta Letizia!
Ecco la vera gioia, l’essere nel seno del Padre, sicuri di non essere mai abbandonato da Lui.
A ben guardare è l’unico desiderio che non genera paure, ansie, tensioni e delusioni. La base della sofferenza sono i desideri terreni.
Mettiamo tutte le energie nel raggiungere uno scopo, una cosa, una persona, ci attacchiamo come l’edera a questo smodato desiderio che invade l’anima e poniamo la nostra effimera felicità nel raggiungimento di un qualcosa, esaltandoci quando lo si ottiene e deprimendoci fino alla malattia quando non si possiede più.
In Francesco il respiro diventa così profondo e grande da accogliere ogni respiro del mondo, il nostro invece più che un respiro è un rantolo.
Qualcuno potrà obiettare:
“Ma chi ci dice che questa sia la vera libertà. Io come posso gioire e sentirmi libero se ho sofferenza”?
In effetti Padre Silvio dice qualcosa di forte e di strano:
“Il dolore e la sofferenza esistono solo quando non li accetti … la radice della sofferenza è l’attaccamento, il desiderio … “.
Desiderio insano è quello di volere essere osannato da tutti, quello di voler possedere l’altro, di avere enormi capacità economiche e via dicendo.
Tutti dipendiamo da qualcuno o qualcosa dice Padre Silvio.
Cosa vera! Eppure pensiamoci bene!
Francesco da più di 900 anni chiama a sé milioni di persone aiutandole a cambiare e nel suo tempo non c’erano radio, tv, internet, twitter, face book, non c’erano smartphone, tablet, non c’erano uffici stampa. Francesco non era un pazzo o un eccentrico o un superman. Non era un professore universitario, un politico o un re, non aveva poteri. È stata solo una persona che a un certo punto della sua vita, e badate bene che è stata solo di circa 40 anni, è riuscito a vedere la straordinaria luce che sostiene il mondo.
Ecco che la sua fama però si diffuse dappertutto come una sorta di benefico tsunami, perché con lui c’era lo Spirito Santo che attraverso di lui entrava beneficando nella anime inquiete.
Un pochino come accadde al primo grande giornalista del mondo che fu Paolo di Tarso, evangelizzatore di tutti. Anche per lui il messaggio corse ben più veloce delle navi che prendeva o dei piedi che usava.
Ecco perché possiamo essere certi, di là dalla nostra fede, che la vera libertà, la vera gioia, risiede davvero nel seno di Dio.
Francesco è l’esempio di come per sempre si possa essere fonte di energia per gli altri, di rinnovamento per milioni di persone, anche dopo essere scomparsi.
Il messaggio che oggi siamo chiamati noi francescani a portare agli altri è che,
“Dobbiamo uscire dalla programmazione del mondo e svegliarci.
Ci hanno programmato per essere felici o infelici secondo se si spinge il bottone della lode e della critica, creandoci confusione …”.
Basta con l’essere anestetizzati dalle cose, frutto di una società sbagliata che ci preferisce addormentati piuttosto che svegli.
Basta pensare che si possa essere felici perché si ha un naso bello oppure lo si opera per renderlo tale allo specchio.
La felicità non è essere magri o grassi o se la felpa che si indossa è firmata all'ultimissima moda. Tornare al Vangelo vuol dire liberarci dalla nefasta idea che il mondo sia dei furbi e dei forti.
Siamo noi francescani i primi a dover dare esempio di coerenza nella nostra vita con una diversa dimensione dell’esistere. Il male avanza fino a che lo facciamo avanzare, ma poi, davanti al bene, arretra e fugge via. Allora possiamo anche creare un impegno a partire da domani mattina:
Guardiamoci allo specchio, guardiamo i nostri occhi e cerchiamo di scorgere in essi la luce che spesso ovattiamo con la nostra tristezza immotivata.
Come diceva Susanna Tamaro in un suo scritto:
“La luce è dentro di noi. Ci aspetta da prima che noi nascessimo. Ci aspetta in fondo al cuore. Sta lì con pazienza e mitezza ad attendere che facciamo un passo per andarle incontro”.
martedì 22 luglio 2014
La gioia del discepolo
“Vi do la mia gioia. Voglio che la mia gioia dimori in voi e che la vostra gioia sia piena”. (Giovanni 15,11)
Un articolo che parli di gioia può sembrare un’idea bislacca per qualcuno, fuori luogo in un momento dove i problemi soprattutto economici, impediscono anche un semplice sorriso.
Come cambiare la tristezza in gioia per tutti quelli che soffrono?
Come rendere reali e non utopiche le parole del Vangelo giovanneo che al capitolo sedici, versetto venti promette: “La vostra tristezza si muterà in gioia …”.
Come riuscire a concepire un brutto avvenimento della vita, come inequivocabile segno di grazia, di bontà e tenerezza del nostro Dio?
Come sentirsi riempiti della felicità che viene dall'essere consci che Dio è nostro Padre e noi i suoi figli diletti?
Il Vangelo è la buona novella che dovrebbe portare gioia, ma noi, che pretendiamo la figliolanza con il Creatore, spesso abbiamo l’aspetto funebre, lugubre di chi non ha speranza nel futuro.
Diceva il grande filosofo tedesco Nietsche, ateo convinto:
“Se la buona novella che porta tutta la Bibbia, fosse anche scritta nei volti dei cristiani non avreste bisogno di insistere perché i non credenti cedano all'autorità della Parola”.
La gioia, amici miei, la comanda Cristo che un bel giorno disse con chiarezza:
“Se mi amaste, vi rallegrereste …” eleggendoci tutti depositari della sua gioia.
Eppure la maggior parte di noi cristiani si affligge col Cristo, si sente inchiodata alla croce, sventurati e sfortunati, addirittura non amati. In Quaresima, tutti pronti come siamo ai segni esteriori, recitiamo la “Via Crucis”, nessuno che pensi di organizzare, nelle nostre parrocchie o comunità, una bella “Via della Gioia”. Siamo anche capaci, professionisti come siamo delle disgrazie altrui, a essere vicini al fratello piegato da un dolore o da una situazione pesante con parole, preghiere, consigli.
Ci riesce, invece, difficile associarci a una gioia, forse per una sottile invidia o perché crediamo che la gioia stessa sia sempre degli altri e non la nostra.
Condividere la felicità del fratello, rallegrarci della sua gioia presuppone un grande altruismo, un disinteresse e un distacco da se stessi, un’apertura massima agli altri.
Diceva un Padre della Chiesa: “Non c’è che un solo mezzo per guarire dalla tristezza, non amarla!”. Fateci caso. Se qualcuno di noi prega in casa, ha sul comodino l’immagine del Cristo inchiodato in croce o, sopra la testata del letto, un crocefisso con Gesù che patisce. Sono pochi coloro che si mettono in preghiera davanti all'immagine del Salvatore che risorge.
Basta ripiegarsi su se stessi, basta affliggersi per quello che poteva essere la nostra vita e non è stata, per qualcuno che ci manca per essere volato in cielo, del quale ci desoliamo della perdita, ma non ci curiamo della sorte.
Basta anche piangere sugli acciacchi della salute, sui figli che non danno soddisfazioni. Così il nostro cristianesimo diventa inutile.
Diventano superflue anche le famose Beatitudini che non riescono, quando c’è tristezza tra i discepoli, a capovolgere i criteri mondani della nostra convulsa realtà, a dare compimento alla scala dei valori di Dio. Al contrario, a studiarle bene le Beatitudini, scopriamo il rovesciamento dei valori umani, perché i poveri, i perduti, quelli che dovrebbero immergersi nella tristezza, hanno invece validi motivi di gioia perché il Signore li rende fortunati e benedetti nonostante le sofferenze.
La gioia non è mai sola degli altri, è anche la nostra.
La possediamo già sin d’ora e non solo quando andremo nell'aldilà. La felicità di Gesù non c’è donata in un futuro che vorremmo lontano.
Se cominciamo a guardare e a vivere a partire da Dio, dice Benedetto XVI, papa emerito nel suo “Gesù di Nazareth”, se camminiamo in compagnia di Gesù, la gioia, quella vera, l’avremo anche in terra. Incominciamo da questa santa Pasqua 2014 a fare della nostra vita un inno di gioia, riuscendo a sorprenderci sempre della bellezza del creato così come accadeva per il nostro serafico Francesco.
Per ogni disgrazia che si abbatte su questa terra, ci sono migliaia di eventi che compensano il dolore con la gioia.
Sentiamo profondamente nostre le parole dell’Apostolo delle genti, il grande missionario Paolo di Tarso, pronunciate nella Seconda Lettera ai Corinti (4,8-10):
“Siamo tribolati da ogni parte ma non schiacciati, sconvolti ma non disperati, perseguitati ma non abbandonati, colpiti, ma non uccisi …”.
Lui, Paolo, uomo e non supereroe si sente sì all'ultimo posto, senza patria, insultato, calunniato e nonostante tutto, fa esperienza di gioia infinita e riconosce quanta misera sia la soddisfazione e la felicità effimera che dona il mondo.
La croce per lui diventa il luogo della gloria, della misteriosa gioia del discepolo che si dona interamente e senza condizioni al suo Signore, con l’allegrezza nel cuore.
Riscopriamo, nella Risurrezione del Signore, la “perfetta letizia” del nostro serafico Padre Francesco, l’”Alter Christus”, il santo che veramente ha tradotto le Beatitudini nella sua esistenza umana in modo più intenso. Francesco era nella gioia perché aveva estrema fiducia nel suo Dio che non provvede solo ai fiori dei campi, al mangiare degli uccelli del cielo, ma si prende cura infinita dei suoi figli amati.
Un articolo che parli di gioia può sembrare un’idea bislacca per qualcuno, fuori luogo in un momento dove i problemi soprattutto economici, impediscono anche un semplice sorriso.
Come cambiare la tristezza in gioia per tutti quelli che soffrono?
Come rendere reali e non utopiche le parole del Vangelo giovanneo che al capitolo sedici, versetto venti promette: “La vostra tristezza si muterà in gioia …”.
Come riuscire a concepire un brutto avvenimento della vita, come inequivocabile segno di grazia, di bontà e tenerezza del nostro Dio?
Come sentirsi riempiti della felicità che viene dall'essere consci che Dio è nostro Padre e noi i suoi figli diletti?
Il Vangelo è la buona novella che dovrebbe portare gioia, ma noi, che pretendiamo la figliolanza con il Creatore, spesso abbiamo l’aspetto funebre, lugubre di chi non ha speranza nel futuro.
Diceva il grande filosofo tedesco Nietsche, ateo convinto:
“Se la buona novella che porta tutta la Bibbia, fosse anche scritta nei volti dei cristiani non avreste bisogno di insistere perché i non credenti cedano all'autorità della Parola”.
La gioia, amici miei, la comanda Cristo che un bel giorno disse con chiarezza:
“Se mi amaste, vi rallegrereste …” eleggendoci tutti depositari della sua gioia.
Eppure la maggior parte di noi cristiani si affligge col Cristo, si sente inchiodata alla croce, sventurati e sfortunati, addirittura non amati. In Quaresima, tutti pronti come siamo ai segni esteriori, recitiamo la “Via Crucis”, nessuno che pensi di organizzare, nelle nostre parrocchie o comunità, una bella “Via della Gioia”. Siamo anche capaci, professionisti come siamo delle disgrazie altrui, a essere vicini al fratello piegato da un dolore o da una situazione pesante con parole, preghiere, consigli.
Ci riesce, invece, difficile associarci a una gioia, forse per una sottile invidia o perché crediamo che la gioia stessa sia sempre degli altri e non la nostra.
Condividere la felicità del fratello, rallegrarci della sua gioia presuppone un grande altruismo, un disinteresse e un distacco da se stessi, un’apertura massima agli altri.
Diceva un Padre della Chiesa: “Non c’è che un solo mezzo per guarire dalla tristezza, non amarla!”. Fateci caso. Se qualcuno di noi prega in casa, ha sul comodino l’immagine del Cristo inchiodato in croce o, sopra la testata del letto, un crocefisso con Gesù che patisce. Sono pochi coloro che si mettono in preghiera davanti all'immagine del Salvatore che risorge.
Basta ripiegarsi su se stessi, basta affliggersi per quello che poteva essere la nostra vita e non è stata, per qualcuno che ci manca per essere volato in cielo, del quale ci desoliamo della perdita, ma non ci curiamo della sorte.
Basta anche piangere sugli acciacchi della salute, sui figli che non danno soddisfazioni. Così il nostro cristianesimo diventa inutile.
Diventano superflue anche le famose Beatitudini che non riescono, quando c’è tristezza tra i discepoli, a capovolgere i criteri mondani della nostra convulsa realtà, a dare compimento alla scala dei valori di Dio. Al contrario, a studiarle bene le Beatitudini, scopriamo il rovesciamento dei valori umani, perché i poveri, i perduti, quelli che dovrebbero immergersi nella tristezza, hanno invece validi motivi di gioia perché il Signore li rende fortunati e benedetti nonostante le sofferenze.
La gioia non è mai sola degli altri, è anche la nostra.
La possediamo già sin d’ora e non solo quando andremo nell'aldilà. La felicità di Gesù non c’è donata in un futuro che vorremmo lontano.
Se cominciamo a guardare e a vivere a partire da Dio, dice Benedetto XVI, papa emerito nel suo “Gesù di Nazareth”, se camminiamo in compagnia di Gesù, la gioia, quella vera, l’avremo anche in terra. Incominciamo da questa santa Pasqua 2014 a fare della nostra vita un inno di gioia, riuscendo a sorprenderci sempre della bellezza del creato così come accadeva per il nostro serafico Francesco.
Per ogni disgrazia che si abbatte su questa terra, ci sono migliaia di eventi che compensano il dolore con la gioia.
Sentiamo profondamente nostre le parole dell’Apostolo delle genti, il grande missionario Paolo di Tarso, pronunciate nella Seconda Lettera ai Corinti (4,8-10):
“Siamo tribolati da ogni parte ma non schiacciati, sconvolti ma non disperati, perseguitati ma non abbandonati, colpiti, ma non uccisi …”.
Lui, Paolo, uomo e non supereroe si sente sì all'ultimo posto, senza patria, insultato, calunniato e nonostante tutto, fa esperienza di gioia infinita e riconosce quanta misera sia la soddisfazione e la felicità effimera che dona il mondo.
La croce per lui diventa il luogo della gloria, della misteriosa gioia del discepolo che si dona interamente e senza condizioni al suo Signore, con l’allegrezza nel cuore.
Riscopriamo, nella Risurrezione del Signore, la “perfetta letizia” del nostro serafico Padre Francesco, l’”Alter Christus”, il santo che veramente ha tradotto le Beatitudini nella sua esistenza umana in modo più intenso. Francesco era nella gioia perché aveva estrema fiducia nel suo Dio che non provvede solo ai fiori dei campi, al mangiare degli uccelli del cielo, ma si prende cura infinita dei suoi figli amati.
giovedì 17 luglio 2014
La Verna, da oltre 800 anni un dono per tutti. “Altro Monte non ha più santo il mondo”
Beatitudine!
Ecco la sensazione che si prova appena messo piede nel convento della Verna, sul monte santo dove il Cristo stimmatizzò Padre Francesco, accogliendo la preghiera del santo: “O Signore mio Gesù … che io senta quel dolore che tu sostenesti nell'ora buia della tua Passione …”
Il poverello d’Assisi in quest’oasi di pace aretina è presente ovunque.
Così com'era presente ovunque in vita a portare il messaggio di un Dio innamorato degli uomini, fino in Dalmazia, Spagna, Medio Oriente. Lo è, in particolar modo, nella Cappella delle Sacre Stimmate, là dove raggiunse il suo personale Tabor, il Calvario della sua completa immedesimazione con l’”Amato”, quel Cristo che sconquassò il suo cuore troppo piccolo per contenere tutto l’amore di un Dio sorprendente.
Francesco è ovunque, affascinante come non mai.
A ogni passo che si percorre all'interno di questo luogo che è un viaggio nella spiritualità, lo vedi accanto come la propria ombra.
Tutto intorno, nient’altro che natura, meravigliosa essenza della bellezza munifica del Creatore. Non poteva essere altrimenti ripensando a un uomo che è stato cantore dei benefici del sole che scalda, dell’acqua che disseta, delle creature, dono del Signore. Francesco è accanto a chi visita con cuore puro questo luogo. Apre gli occhi di chi non è capace di ammirare compiutamente tanta meraviglia dentro e fuori il convento: abeti che svettano dritti, dritti verso il cielo, aceri, faggi, frassini, un mondo verde a formare una foresta incantevole.
La Verna è un luogo di Dio donato a Francesco più di ottocento anni fa, dal conte Orlando Cattani della Rocca di Chiusi.
Nel 1213, a San Leo, il nobile intuì, sicuramente sotto influsso divino, che quel luogo di rocce aguzze, perso nel bosco, sarebbe diventato in breve tempo casa di Dio per orazione, contemplazione e penitenza.
Da allora, tutti e non solo i francescani, che salgono sul monte, hanno diritto di sperare in un incontro dell’anima, trovando la piena autenticità del carisma nell'esempio fulgido della conformità al Cristo del santo
più amato nel mondo.
La Verna è un luogo dove, seppur schiacciato dalla folla di fedeli che incessantemente riempie i viottoli del convento, ognuno può cogliere il silenzio, ascoltare una piccola voce, dal canto di un uccello, al bramito di un cervo, al fruscio del vento leggero che attraversa il polmone verde delle foreste Casentinesi.
Sono le più autentiche armonie di un creato che fa salire al cielo l’offerta al Creatore di un palpito del cuore delle creature in perenne lode al Signore dell’universo.
Chi sale questo monte benedetto è stanco delle molte parole che, quotidianamente si riversano su di noi, anela alla chiarezza, alla pace, al silenzio, alla tacita quiete di Dio, origine da cui tutti noi proveniamo. Perché il silenzio c’è dato. È una condizione che percepiamo, di cui siamo circondati e che noi copriamo con i nostri rumori, senza però spegnerlo.
Io lo confesso in sincerità. La Verna mi è rimasta nel cuore.
Ho sentito come non mai la mia appartenenza alla famiglia francescana.
Ho percepito nei gangli della mia anima la presenza di Francesco e, sopra di lui, quella del Cristo.
E ho capito meglio anche il mio rapporto con il santo d’Assisi.
Io e lui, due realtà veramente diverse e, nello stesso tempo, uguali.
Lui un santo, e che santo! Io un peccatore a volte pentito, a volte ignaro, a volte indolente che segue il piccolo fraticello umbro nella grande utopia meravigliosa di raggiungere, almeno in piccola parte, la sua santità. Lui innamorato di Cristo nei fatti tanto da definirlo “il bene, tutto il bene, il sommo bene” (FF 161). Io, amante del nostro Dio nelle parole, distratto fatalmente dal mondo che mi circonda.
Lui, Francesco, in grado di vedere il Maestro in ogni piccola bellezza di Madre Natura nell'antica foresta. Io, innamorato del creato ma, spesso incapace di codificare compiutamente il messaggio che invia un fiore, un albero, una montagna erta, un fiume impetuoso.
Lui, il santo delle creature, festeggiato da nugoli di uccelli, da lupi, improvvisamente mansueti, dal più grande al più piccolo degli esseri nati da Dio. Io, perso tra le mie superbie a credermi il padrone dell’universo.
Lui, Francesco, in grado di rinunziare senza tentennamenti a tutte le ricchezze per vestire Madonna Povertà con un saio liso e stretto in vita da una corda logora ricca di nodi, un cappuccio, un largo mantello strappato in più punti e piedi scalzi anche con la neve, protetti solo da semplici sandali. Io sempre a lamentarmi dei soldi che non bastano mai.
Lui, campione di umiltà, “vilissimo vermine e disutile servo” (FF 1915). Io campione di orgoglio cieco e altezzoso.
Che emozione indicibile, guardare, nella chiesa madre del convento, la reliquia della veste del santo. Che sensazione d’impotenza sbirciare nell'anfratto di roccia dove poggiava sulla pietra la sua testa dopo aver a lungo ringraziato il Dio dell’universo e suscitato il desiderio di Lui ai tanti che incontrava, addormentandosi in “perfetta letizia”.
Che grande onore essere comunque in viaggio da anni, insieme a un uomo che a ragione si può definire “Alter Christus”, simbolo perenne di pace, riconciliazione e fraternità, meravigliosa icona di una città dell’uomo in cui regni sovrano l’amore vero!
Evviva Francesco!
Ecco la sensazione che si prova appena messo piede nel convento della Verna, sul monte santo dove il Cristo stimmatizzò Padre Francesco, accogliendo la preghiera del santo: “O Signore mio Gesù … che io senta quel dolore che tu sostenesti nell'ora buia della tua Passione …”
Il poverello d’Assisi in quest’oasi di pace aretina è presente ovunque.
Così com'era presente ovunque in vita a portare il messaggio di un Dio innamorato degli uomini, fino in Dalmazia, Spagna, Medio Oriente. Lo è, in particolar modo, nella Cappella delle Sacre Stimmate, là dove raggiunse il suo personale Tabor, il Calvario della sua completa immedesimazione con l’”Amato”, quel Cristo che sconquassò il suo cuore troppo piccolo per contenere tutto l’amore di un Dio sorprendente.
Francesco è ovunque, affascinante come non mai.
A ogni passo che si percorre all'interno di questo luogo che è un viaggio nella spiritualità, lo vedi accanto come la propria ombra.
Tutto intorno, nient’altro che natura, meravigliosa essenza della bellezza munifica del Creatore. Non poteva essere altrimenti ripensando a un uomo che è stato cantore dei benefici del sole che scalda, dell’acqua che disseta, delle creature, dono del Signore. Francesco è accanto a chi visita con cuore puro questo luogo. Apre gli occhi di chi non è capace di ammirare compiutamente tanta meraviglia dentro e fuori il convento: abeti che svettano dritti, dritti verso il cielo, aceri, faggi, frassini, un mondo verde a formare una foresta incantevole.
La Verna è un luogo di Dio donato a Francesco più di ottocento anni fa, dal conte Orlando Cattani della Rocca di Chiusi.
Nel 1213, a San Leo, il nobile intuì, sicuramente sotto influsso divino, che quel luogo di rocce aguzze, perso nel bosco, sarebbe diventato in breve tempo casa di Dio per orazione, contemplazione e penitenza.
Da allora, tutti e non solo i francescani, che salgono sul monte, hanno diritto di sperare in un incontro dell’anima, trovando la piena autenticità del carisma nell'esempio fulgido della conformità al Cristo del santo
più amato nel mondo.
La Verna è un luogo dove, seppur schiacciato dalla folla di fedeli che incessantemente riempie i viottoli del convento, ognuno può cogliere il silenzio, ascoltare una piccola voce, dal canto di un uccello, al bramito di un cervo, al fruscio del vento leggero che attraversa il polmone verde delle foreste Casentinesi.
Sono le più autentiche armonie di un creato che fa salire al cielo l’offerta al Creatore di un palpito del cuore delle creature in perenne lode al Signore dell’universo.
Chi sale questo monte benedetto è stanco delle molte parole che, quotidianamente si riversano su di noi, anela alla chiarezza, alla pace, al silenzio, alla tacita quiete di Dio, origine da cui tutti noi proveniamo. Perché il silenzio c’è dato. È una condizione che percepiamo, di cui siamo circondati e che noi copriamo con i nostri rumori, senza però spegnerlo.
Io lo confesso in sincerità. La Verna mi è rimasta nel cuore.
Ho sentito come non mai la mia appartenenza alla famiglia francescana.
Ho percepito nei gangli della mia anima la presenza di Francesco e, sopra di lui, quella del Cristo.
E ho capito meglio anche il mio rapporto con il santo d’Assisi.
Io e lui, due realtà veramente diverse e, nello stesso tempo, uguali.
Lui un santo, e che santo! Io un peccatore a volte pentito, a volte ignaro, a volte indolente che segue il piccolo fraticello umbro nella grande utopia meravigliosa di raggiungere, almeno in piccola parte, la sua santità. Lui innamorato di Cristo nei fatti tanto da definirlo “il bene, tutto il bene, il sommo bene” (FF 161). Io, amante del nostro Dio nelle parole, distratto fatalmente dal mondo che mi circonda.
Lui, Francesco, in grado di vedere il Maestro in ogni piccola bellezza di Madre Natura nell'antica foresta. Io, innamorato del creato ma, spesso incapace di codificare compiutamente il messaggio che invia un fiore, un albero, una montagna erta, un fiume impetuoso.
Lui, il santo delle creature, festeggiato da nugoli di uccelli, da lupi, improvvisamente mansueti, dal più grande al più piccolo degli esseri nati da Dio. Io, perso tra le mie superbie a credermi il padrone dell’universo.
Lui, Francesco, in grado di rinunziare senza tentennamenti a tutte le ricchezze per vestire Madonna Povertà con un saio liso e stretto in vita da una corda logora ricca di nodi, un cappuccio, un largo mantello strappato in più punti e piedi scalzi anche con la neve, protetti solo da semplici sandali. Io sempre a lamentarmi dei soldi che non bastano mai.
Lui, campione di umiltà, “vilissimo vermine e disutile servo” (FF 1915). Io campione di orgoglio cieco e altezzoso.
Che emozione indicibile, guardare, nella chiesa madre del convento, la reliquia della veste del santo. Che sensazione d’impotenza sbirciare nell'anfratto di roccia dove poggiava sulla pietra la sua testa dopo aver a lungo ringraziato il Dio dell’universo e suscitato il desiderio di Lui ai tanti che incontrava, addormentandosi in “perfetta letizia”.
Che grande onore essere comunque in viaggio da anni, insieme a un uomo che a ragione si può definire “Alter Christus”, simbolo perenne di pace, riconciliazione e fraternità, meravigliosa icona di una città dell’uomo in cui regni sovrano l’amore vero!
Evviva Francesco!
Senza l'Amore andiamo dritti verso l'estinzione!
Bergoglio, nel giorno in cui fu eletto papa e scelse il nome di Francesco in onore del santo più amato al mondo, chiese alle donne e agli uomini di buona volontà, di essere “custodi del creato”, difensori dell’ambiente e della creazione di Dio.
In una parola, di donare amore per tutto quello che Dio ci ha donato intorno.
Credo che da allora gli oltre un miliardo di cattolici del mondo debbano sentirsi coinvolti e chiamati “alle armi”, mobilitandosi in prima persona non solo nella difesa del suolo ma anche in quella degli uomini più deboli e indifesi e di tutte le specie che quotidianamente sono minacciate da un crescente e insopportabile attentato contro l’esistenza.
A parole siamo tutti contro le polveri sottili rilasciate dalle auto, tutti odiamo le guerre con le loro armi di distruzione, le eco mafie che sotterrano rifiuti tossici, coloro che spargono liquami e combustibili nei mari, quelli che vergognosamente inquinano fiumi e laghi con detersivi di ogni tipo.
La custodia del creato presuppone impegno costante, certo, ma soprattutto richiede un grande Amore. Noi dovremmo avere peso e misura nella nostra vita in tutto, tranne che nell'amore.
Amore significa, ad esempio, riconoscere che gli animali non sono strumenti dati da Dio per favorire l’espansione umana e che le forze della natura non sono state create per scardinare gli eco sistemi ma, semmai, per farli funzionare meglio.
E poi, se volessimo spendere qualche riga per spiegare il concetto di pace, quello che esprimeva più di 800 anni fa il Poverello di Assisi e che oggi, con i suoi modi semplici, ci chiede Bergoglio, dovremmo convenire che è ben più alto di quello che si crede comunemente, cioè l’ assenza di guerre!
La pace verso gli altri e verso tutte le creature viene dall'amore.
Dal nostro Dio, quello che professiamo di credere, ci viene chiesta armonia, essere cioè uomini di buona volontà, parte di un immenso contesto fraterno.
E l’armonia, quella vera, si realizza con i fatti e non le chiacchiere. È la mancanza di amore che ci sta portando dritti verso l’estinzione.
Il non amore verso il creato e il Creatore ci impedisce di amare i nostri fratelli, gli animali, le piante e tutto quello che c’è nella terra.
Gettiamo bombe su popolazioni indifese, bruciamo combustibili, deforestiamo il mondo, roviniamo irrimediabilmente le bio diversità, accentuiamo il solco tra ricchi (pochi) e poveri (molti). Se Francesco d’Assisi fosse ancora su questa terra sarebbe un leader in difesa della vita, dalla più piccola alla più grande creatura di questo mondo.
Da francescano mi illudo che Francesco sia ancora in mezzo a noi in missione per conto di Dio, nascosto dentro il nostro papa argentino.
Sono sicuro che ci direbbe: “Vivi d’amore e vincerai sempre”!
Perché tutto quello che si fa per Amore, scriveva il sacerdote Josèmaria Escrivà, acquista bellezza e grandezza.
In una parola, di donare amore per tutto quello che Dio ci ha donato intorno.
Credo che da allora gli oltre un miliardo di cattolici del mondo debbano sentirsi coinvolti e chiamati “alle armi”, mobilitandosi in prima persona non solo nella difesa del suolo ma anche in quella degli uomini più deboli e indifesi e di tutte le specie che quotidianamente sono minacciate da un crescente e insopportabile attentato contro l’esistenza.
A parole siamo tutti contro le polveri sottili rilasciate dalle auto, tutti odiamo le guerre con le loro armi di distruzione, le eco mafie che sotterrano rifiuti tossici, coloro che spargono liquami e combustibili nei mari, quelli che vergognosamente inquinano fiumi e laghi con detersivi di ogni tipo.
La custodia del creato presuppone impegno costante, certo, ma soprattutto richiede un grande Amore. Noi dovremmo avere peso e misura nella nostra vita in tutto, tranne che nell'amore.
Amore significa, ad esempio, riconoscere che gli animali non sono strumenti dati da Dio per favorire l’espansione umana e che le forze della natura non sono state create per scardinare gli eco sistemi ma, semmai, per farli funzionare meglio.
E poi, se volessimo spendere qualche riga per spiegare il concetto di pace, quello che esprimeva più di 800 anni fa il Poverello di Assisi e che oggi, con i suoi modi semplici, ci chiede Bergoglio, dovremmo convenire che è ben più alto di quello che si crede comunemente, cioè l’ assenza di guerre!
La pace verso gli altri e verso tutte le creature viene dall'amore.
Dal nostro Dio, quello che professiamo di credere, ci viene chiesta armonia, essere cioè uomini di buona volontà, parte di un immenso contesto fraterno.
E l’armonia, quella vera, si realizza con i fatti e non le chiacchiere. È la mancanza di amore che ci sta portando dritti verso l’estinzione.
Il non amore verso il creato e il Creatore ci impedisce di amare i nostri fratelli, gli animali, le piante e tutto quello che c’è nella terra.
Gettiamo bombe su popolazioni indifese, bruciamo combustibili, deforestiamo il mondo, roviniamo irrimediabilmente le bio diversità, accentuiamo il solco tra ricchi (pochi) e poveri (molti). Se Francesco d’Assisi fosse ancora su questa terra sarebbe un leader in difesa della vita, dalla più piccola alla più grande creatura di questo mondo.
Da francescano mi illudo che Francesco sia ancora in mezzo a noi in missione per conto di Dio, nascosto dentro il nostro papa argentino.
Sono sicuro che ci direbbe: “Vivi d’amore e vincerai sempre”!
Perché tutto quello che si fa per Amore, scriveva il sacerdote Josèmaria Escrivà, acquista bellezza e grandezza.
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