Le pareti affrescate mirabilmente nella basilica intitolata a San Francesco in Assisi, raccontano storie straordinarie di un uomo santo che, camminando fino a riempire di vesciche i suoi piedi, ha portato ovunque la “buona notizia” del Vangelo.
Raramente, i pellegrini soffermano la loro attenzione, su queste mura artistiche, rimanendo ben pochi istanti davanti a questi dipinti eccezionali. Si visita questo luogo sacro, come accade anche in molti altri siti di grande spessore spirituale, con quella fretta che induce a dedicare sguardi fugaci ai particolari, concentrandosi sulle parti che si pensa siano pregnanti per la devozione al santo.
(nella foto: Rinuncia ai beni di Giotto)
Ecco che la tomba di Francesco o il presbiterio della Chiesa superiore, ricevono molta attenzione anche perché ci si sofferma a lungo in preghiera, per la confessione, oppure per partecipare alla Santa Eucarestia.
L’itinerario del devoto è stabilito in un percorso creato per favorire un regolare flusso dei visitatori, che sono costretti o quasi ad avanzare spediti, sfiorando con lo sguardo, quanto di immortale contengono le sacre mura.
Siamo un tantino tutti così: collezionisti di luoghi.
Non viviamo l’eccezionalità del momento e siamo protesi al prossimo posto da visitare quando ancora non finiamo di godere l’attuale.
Diventa importante dire che nel nostro carnet di visite si può annoverare un consistente numero di monumenti, pur non avendoli vissuti completamente.
Accade allora che, in questa assurda mania di collezione, perdiamo l’occasione di ammirare un ambulacro e un presbiterio del ‘400, un indimenticabile crocifisso ligneo, una bella balaustra della Cappella dedicata alla Riconciliazione e anche degli episodi della vita di Francesco, magistralmente raccontati dai dipinti di grandi artisti.
Qualcuno, anzi, dirà che questo sarebbe superfluo, visto che più o meno tutti conosciamo gli avvenimenti principali della santa esistenza del Poverello di Assisi. (Nella foto Morte del Cavaliere)
Conosco gente che si reca quasi ogni anno ad Assisi ma non si è mai fermata nella basilica superiore a vivere le storie di Francesco attraverso gli occhi, la mente e le braccia del grande Giotto.
In questi capolavori, il pittore narra a modo suo, di un uomo legato alla natura, alla povertà e alla predicazione del Vangelo.
Francesco, è noto, nacque ad Assisi nel 1181.
Era un giovane colto, raffinato e ambizioso che scelse subito la vita militare per mania di carrierismo e per salire le gerarchie della società del tempo.
Si arruolò nell'esercito che Gualtiero di Brienne stava attrezzando per l’ennesima Crociata.
Il Signore aveva ben altro destino per il giovane e presto ci fu una conversione che io azzarderei, uguale a quella del grande San Paolo.
In breve Francesco e la sua "pianticella" Chiara, divennero quello che tutti conosciamo: i pazzi innamorati del Cristo!
Oggi, tutto in Assisi parla di lui.
Anche nei dintorni, da Spello a Gubbio, Bevagna, Narni e, fin sulle pendici del monte Subasio, dove era sua abitudine ritirarsi con i frati, tutto racconta di uno straordinario uomo alla sequela di Gesù.
Se ci si reca nella cattedrale assisiana di S.Rufino, si guarda il fonte battesimale dove il giovane ebbe il suo primo Sacramento;
nel borgo antico di Bevagna c’è la pietra sulla quale sedeva, mentre parlava, secondo una simpatica tradizione, agli uccellini volteggianti nel cielo.
Se raggiungiamo la bella Spoleto, all'interno della Cattedrale del XII secolo posta nel centro di una scenografica piazza, c’è la lettera autografa originale, che il santo scrisse di suo pugno per l’amato Frate Leone;
a Bovara, alle fonti del Clitunno, si ammira un crocifisso davanti al quale Francesco riusciva ad
ascoltare la voce di Dio.
Ben altra importanza, poi, per la croce custodita ad Assisi, nel monastero di Santa Chiara, quella da cui il Cristo gli parlò, chiedendo di salvare la Chiesa con il suo mirabile esempio.
Come dimenticare, poi, i luoghi dei “Fioretti”, come Gubbio dove si consumò il miracolo del Lupo?
Nel piccolo convento della Vittorina, presso Spadalonga, pochi chilometri dalla cittadina eugubina, avvenne questo che è uno degli episodi più conosciuti, mentre Francesco era lì, rifugiato, dopo l’addio alla casa e agli averi del padre.
Ditemi, come non lasciare il proprio cuore, come è accaduto a me, nelle anguste cellette dove il serafico Padre e i suoi primi frati dimorarono nel delizioso e piccolo convento di Monteluco?
Infine, Santa Maria degli Angeli, la grande chiesa del XV secolo che, al suo interno, custodisce la mitica Porziuncola, antico e primo convento francescano dove il serafico Padre terminò la sua esistenza terrena il 3 ottobre del 1226, esalando, nel sorriso, l’ultimo respiro, lì dove c’era la piccola infermeria.
Avevano davvero fatto un’infinità di chilometri i piedi di Francesco e questo, in un’epoca in cui i monaci erano prevalentemente stabili.
Pare sia venuto anche in Abruzzo, fondando vari conventi fra cui l’attuale S. Antonio, nel centro di Teramo.
La predicazione del Vangelo, sua unica ragione di vita, lo portò a girare da un borgo all'altro, raggiungendo mete quasi impossibili per l’epoca: Dalmazia, Spagna, Medio Oriente.
Il sogno di chi scrive è mettersi in cammino, partendo da nord, provincia di Arezzo, santuario de La Verna, luogo simbolo dove Francesco ricevette le stimmate, arrivando ad Assisi, per poi continuare verso Greccio e la valle santa del Reatino, alla ricerca della Regola a Fonte Colombo.
(Nella foto sopra un dipinto di Giotto Il risanamento di Giovanni di Ylerda)
Una serie di tappe indimenticabili:
Chiusi, Pieve Santo Stefano, Sansepolcro, Città di Castello, Pietralunga, Gubbio e Assisi con le sue sette chiese dedicate alla memoria del santo.
Poi, la valle di Rieti con il santuario de La Foresta e l’emozione di vedere la cavità della roccia dove il santo pregava ore e ore.
Tappa a Poggio Bustone dove si ricorda il saluto che l’uomo santo rivolgeva agli abitanti: “Buon giorno, buona gente!”, con il faggio, l’albero maestoso dalla forma straordinaria, sotto cui Francesco leggeva.
E per ultima, la mitica Greccio, luogo francescano per eccellenza dove il santo ebbe l’intuizione del presepe.
Sono tutti luoghi da me visitati ma in comodità, arrivandoci in macchina o in bus.
Francesco, però, si vive rigorosamente a piedi!
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martedì 20 gennaio 2015
domenica 16 novembre 2014
Santa Elisabetta d'Ungheria e San Ludovico campioni di Dio!
Santa Elisabetta d’Ungheria (1207-1231), principessa, giovane e santa
Qual è la cosa più importante della nostra vita?
È tutto l’amore che non avremo dato alla fine; alla natura, agli uomini e a noi stessi.
È il bene che non abbiamo mai voluto fare, presi come siamo dal nostro egoismo, dal nostro operare per l’accumulo dei soldi e del potere su questa misera terra.
Il resto non ha granché di importanza.
Spesso non ci si rende conto di quanto magico sia il momento che viviamo e di che portata quell'attimo sarebbe se lo dedicassimo all'amore verso gli altri.
Ben lo sapeva Santa Elisabetta d’Ungheria, la patrona dell’Ordine Francescano Secolare, sovrana fuori dall'ordinario, che volle dedicare tutti i minuti della sua vita e i privilegi del suo regno alla cura amorevole degli ultimi.
Questa donna ha vissuto il Vangelo di Cristo nel suo stato di vita come principessa, sposa, madre di famiglia e poi giovane vedova.
Era nata in Ungheria nel 1207 dal re Andrea II e da Gertrude, morendo a soli 24 anni, nel 1231 in Germania. Nel 1221 sposò Ludovico, chiamato anche Luigi IV. Il marito di Elisabetta, però, qualche anno dopo partì per le Crociate con Federico II. Il sovrano morì a Otranto per una epidemia, lasciando Elisabetta con tre figli.
La mistica donna continuò una vita di solidarietà e povertà, offrendo tanti danari per la costruzione di un ospedale intitolato a San Francesco, il suo grande ideale di vita e, per questo, divenuta la patrona delle famiglie religiose scaturite dal carisma del Poverello.
Si fece lei stessa mendicante per i poveri, sperimentando su di lei l’indigenza, tanto che fu definita “Pauperum consolatrix”, consolatrice dei poveri e “Famelicorum reparatrix”, soccorritrice degli affamati.
Le figure eccezionali di santi, Ludovico e Elisabetta, questa coppia di reali senza corona di superbia ha reso visibile ciò che tutti dovremmo vedere perfettamente: se è vero che ogni essere umano è creato da Dio a Sua immagine, non è possibile pretendere di amare Dio e, contemporaneamente trascurare i bisogni o, addirittura disprezzare la Sua immagine sulla terra.
Elisabetta ha saputo farsi prossima, avvicinarsi, impegnarsi per essere accanto a ogni creatura sofferente, in modo creativo, concreto, così come è implicito nel verbo fare.
È giusto parlare di utopia quando si hanno esempi fulgidi come quello di questi due sovrani? Non è utopistico niente se abbiamo con noi la forza del Signore.
È lui il fondamento, la possibilità concreta del nostro amore per gli altri. Elisabetta, insieme al consorte, è giunta ai vertici della carità, seguendo l’esempio di San Francesco d’Assisi che, quasi prendendo i due per mano, li ha condotti al Signore attraverso la carità più pura, quella che supera la
logica della reciprocità, amo solo chi mi ricambia.
La figura di Santa Elisabetta, soprattutto per noi francescani secolari, in realtà per tutti, deve aiutarci a capire che l’altro, in quanto persona, è sempre un mistero e che noi dovremmo sforzarci di vedere chi ci sta vicino con “occhi nuovi”, fatti di rispetto, stupore, umiltà e amore.
Qual è la cosa più importante della nostra vita?
È tutto l’amore che non avremo dato alla fine; alla natura, agli uomini e a noi stessi.
È il bene che non abbiamo mai voluto fare, presi come siamo dal nostro egoismo, dal nostro operare per l’accumulo dei soldi e del potere su questa misera terra.
Il resto non ha granché di importanza.
Spesso non ci si rende conto di quanto magico sia il momento che viviamo e di che portata quell'attimo sarebbe se lo dedicassimo all'amore verso gli altri.
Ben lo sapeva Santa Elisabetta d’Ungheria, la patrona dell’Ordine Francescano Secolare, sovrana fuori dall'ordinario, che volle dedicare tutti i minuti della sua vita e i privilegi del suo regno alla cura amorevole degli ultimi.
Questa donna ha vissuto il Vangelo di Cristo nel suo stato di vita come principessa, sposa, madre di famiglia e poi giovane vedova.
Era nata in Ungheria nel 1207 dal re Andrea II e da Gertrude, morendo a soli 24 anni, nel 1231 in Germania. Nel 1221 sposò Ludovico, chiamato anche Luigi IV. Il marito di Elisabetta, però, qualche anno dopo partì per le Crociate con Federico II. Il sovrano morì a Otranto per una epidemia, lasciando Elisabetta con tre figli.
La mistica donna continuò una vita di solidarietà e povertà, offrendo tanti danari per la costruzione di un ospedale intitolato a San Francesco, il suo grande ideale di vita e, per questo, divenuta la patrona delle famiglie religiose scaturite dal carisma del Poverello.
Si fece lei stessa mendicante per i poveri, sperimentando su di lei l’indigenza, tanto che fu definita “Pauperum consolatrix”, consolatrice dei poveri e “Famelicorum reparatrix”, soccorritrice degli affamati.
Le figure eccezionali di santi, Ludovico e Elisabetta, questa coppia di reali senza corona di superbia ha reso visibile ciò che tutti dovremmo vedere perfettamente: se è vero che ogni essere umano è creato da Dio a Sua immagine, non è possibile pretendere di amare Dio e, contemporaneamente trascurare i bisogni o, addirittura disprezzare la Sua immagine sulla terra.
Elisabetta ha saputo farsi prossima, avvicinarsi, impegnarsi per essere accanto a ogni creatura sofferente, in modo creativo, concreto, così come è implicito nel verbo fare.
È giusto parlare di utopia quando si hanno esempi fulgidi come quello di questi due sovrani? Non è utopistico niente se abbiamo con noi la forza del Signore.
È lui il fondamento, la possibilità concreta del nostro amore per gli altri. Elisabetta, insieme al consorte, è giunta ai vertici della carità, seguendo l’esempio di San Francesco d’Assisi che, quasi prendendo i due per mano, li ha condotti al Signore attraverso la carità più pura, quella che supera la
logica della reciprocità, amo solo chi mi ricambia.
La figura di Santa Elisabetta, soprattutto per noi francescani secolari, in realtà per tutti, deve aiutarci a capire che l’altro, in quanto persona, è sempre un mistero e che noi dovremmo sforzarci di vedere chi ci sta vicino con “occhi nuovi”, fatti di rispetto, stupore, umiltà e amore.
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