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sabato 13 dicembre 2014

III DOMENICA AVVENTO: CICLO B

Isaia 61,1-2°.10-11; 1 Tessalonicesi 5,16-24; Giovanni 1,6-8.19-28 
 “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio”.

Dal libro del profeta Isaia 
Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; 
mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai poveri, 
a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, 
la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di misericordia del Signore. 
Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio ... 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi 
Fratelli, state sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. 
Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male. 
Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione ...

Dal Vangelo secondo Giovanni 
Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. 
Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. 
Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce. 
E questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: “Chi sei tu?”. Egli confessò e non negò, e confessò: “Io non sono il Cristo”. Allora gli chiesero: “Che cosa dunque? Sei Elia?”. Rispose: “Non lo sono”. “Sei tu il profeta?”. Rispose: “No”. Gli dissero dunque: “Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?” Rispose: “Io sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia”. Essi erano stati mandati da parte dei farisei. Lo interrogarono e gli dissero: “Perché dunque battezzi se tu non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?”. Giovanni rispose loro: “Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, uno che viene dopo di me, al quale io non son degno di sciogliere il legaccio del sandalo”. 

La domanda da porsi preliminarmente è: Diamo la giusta importanza alla venuta del Cristo nel mondo?.
Se lo facessimo davvero, allontanando da noi tutta il terribile sfruttamento mediatico e commerciale del Natale, potremmo dire di essere davvero nella gioia.
È, infatti, la domenica della gioia!
Il Signore è vicino e la Chiesa ci invita a pregustare la gioia del Natale.
Tutta la liturgia è tesa alla comunicazione della felicità per l’incontro ormai prossimo con il Salvatore.
Se dovessimo condensare in tre atteggiamenti la nostra preparazione all'evento della nascita di Gesù dovremmo guardare attentamente alla seconda lettura di Paolo che suggerisce le parole: gioia, preghiera e gratitudine.

Cercheremo di comprendere il significato profondo dell’invito alla gioia che non è soltanto personale ma che deve essere esteso a tutti attraverso di noi, testimoni di luce tra le tenebre e la tristezza che non mancano in questo mondo.
Ecco, subito, l’annuncio vitale del Vangelo di Giovanni, primo capitolo: il Battista non è soltanto una figura ascetica, concetto sul quale si soffermano molto i Sinottici, ma è un testimone e lo sarà fino al martirio. Giovanni dopo il prologo, narra di sette giorni di Gesù, in cui nell'ultimo, il settimo, si racconta della testimonianza del Battista.
L’allegoria appare chiara: sette sono i giorni della creazione e della sua luce, raccontata da Genesi,(1,3), sette i giorni narrati e nell'ultimo si testimonia della Luce che invade i cuori degli uomini come in una nuova creazione!
Il più “grande dei profeti in terra”, ai sacerdoti e i leviti, inviati dai farisei di Gerusalemme per indagare, attesta che non è lui il Cristo che salva, non è neanche Elia redivivo.
È soltanto “voce di uno che grida nel deserto”, ricordando le parole di Isaia.
La missione del profeta provocava perplessità, qualcuno lo credeva il Messia, altri un facinoroso, anche un tantino pericoloso.
Ecco il senso della commissione di esperti, inviati per capire il senso della vita austera di quest’uomo. Anche noi, dando forte testimonianza ad un mondo distratto e peccaminoso, corriamo il rischio di non essere capiti, di essere visti come persone assurde.
 La sua testimonianza va fino all'estremo quando proclama le famose parole:
“Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere, io diminuire”.

Gioia e testimonianza, gioia che viene dalla testimonianza! il grande significato di questa domenica? Siamo invitati ad esultare perché ci è stato affidato il grande onore e onere di testimoniare la Luce che viene nel mondo.
Dobbiamo testimoniare ma senza inorgoglirci, nell'umiltà di chi sa di essere servo inutile e di essere destinato a diminuire.
Prendiamo esempio da Giovanni Battista. La sua è abnegazione totale. Negare se stesso è condizione irrinunciabile per fare posto al Signore.
In questo Natale cerchiamo di fare vuoto in noi stessi per perché ci sia spazio per il nostro Creatore. Giovanni Battista sembra dirci che il nostro istinto e bisogno di salvezza, cioè pienezza di vita, di pace e di gioia, è possibile solo in comunione con Dio.
Ecco il senso dell’invito a “preparare la via del Signore”, ad aprire le porte dei nostri cuori.

La prima lettura tratta dal Libro di Isaia, capitolo 61, è famosa anche perché i primi versetti di questo oracolo, in cui il profeta parla in prima persona come se ricordasse la sua personale vocazione, verranno poi proclamati da Gesù agli allibiti farisei della sinagoga di Nazaret.
Le parole fanno intendere chiaramente, da parte di chi le pronuncia, che è colmo di Spirito Santo.
Lo capiamo bene grazie a due verbi: “Mi ha consacrato” e “mi ha inviato”.
Cinque secoli dopo, Gesù dirà che la salvezza annunciata da Isaia ora diventa possibile grazie alla Sua venuta. Niente è impossibile a Dio. La missione del Salvatore ha lo scopo di “fasciare le piaghe dei cuori spezzati, proclamare la libertà degli schiavi e la scarcerazione dei prigionieri …”. La gioia del profeta prorompe contagiosa nella domenica del “gaudere”! “Io gioisco pienamente nel Signore”. E l’antifona dì’ingresso fa l’eco: “Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi sempre. Il Signore è vicino”. (Fil 4,4-5).

Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo ai Tessalonicesi, ma anche a noi, suggerisce come attendere la venuta del Signore.
Gli atteggiamenti che dovrebbero essere abituali, ora sono indispensabili: gioia, preghiera e rendimento di grazia per i tanti doni e benefici ricevuti nella vita. In frasi semplici ma di grande profondità, l’uomo di Dio ricorda come deve essere la vita quotidiana del discepolo. È necessario vivere nella luce di chi attende il Redentore, cercando la volontà di Dio, non spegnendo lo Spirito, con grande impegno incessante, combattendo la “buona battaglia” con la preghiera perseverante che ci fa entrare in profonda relazione con il Signore. Viviamo quindi la Parola di questa domenica ripetendoci spesso le parole di Isaia 61,10: “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio”.

Nel Regno del Signore non può mancare la gioia perché un cristiano triste perennemente non è tale. La vita cristiana è beatitudine che non si smentisce mai.
Frequentiamo quindi con assiduità il Vangelo, la buona novella che ci viene donata e preghiamo lo Spirito di venire in noi e farci diventare gioia, preghiera, ringraziamento e carità.

Per la contemplazione personale:
Quasi tutti gli uomini vivono di apparenza. Vorremmo sembrare quello che non siamo, migliori degli altri, più bravi, più belli, più intelligenti, più … più … In verità vorremmo sempre essere al di sopra degli altri, punto di riferimento per tutti e questo ci dona tutt'altro che la pace desiderata. L’esempio del Battista è fulgido: “Io non sono”, dice a chi gli chiede di affermare la sua personalità. Anzi … “non sono degno di slacciare i lacci dei calzari …”.
Utilizziamo il seme dell’umiltà e diciamo anche noi: “Non sono”!
Riempiamo la nostra vita di atti di umiltà, evitiamo di voler apparire, mettendoci nelle retrovie della vita. Fai che impariamo dal Battista a vincere l’orgoglio perché solo così possiamo preparare la via alla Tua venuta. Amiamo davvero i nostri fratelli, doniamo noi stessi agli altri anche solo con un sorriso, con un gesto. Avremo in cambio pace del cuore, beatitudine dell’anima in eterno.

giovedì 4 dicembre 2014

II DOMENICA DI AVVENTO CICLO B: L'ATTESA

Isaia 40,1-5.9-11; 2 Pietro 3,8-14; Marco 1,1-8 

Dal libro del profeta Isaia 
«Consolate, consolate il mio popolo, dice il Signore. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù, è stata scontata la sua iniquità, perché ha ricevuto dalla mano del Signore doppio castigo per tutti i suoi peccati». Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, appianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia colmata, ogni monte e colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in pianura. Allora si rivelerà la gloria del Signore e ogni uomo la vedrà, poiché la bocca del Signore ha parlato». 

Dalla seconda lettera di san Pietro apostolo 
Una cosa non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo. Il Signore non ritarda nell'adempiere la sua promessa, come certuni credono; ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi. Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli con fragore passeranno, gli elementi consumati dal calore si dissolveranno e la terra con quanto c'è in essa sarà distrutta. Poiché dunque tutte queste cose devono dissolversi così, quali non dovete essere voi, nella santità della condotta e nella pietà, attendendo e affrettando la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli si dissolveranno e gli elementi incendiati si fonderanno! E poi, secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia. Perciò, carissimi, nell'attesa di questi eventi, cercate d'essere senza macchia e irreprensibili davanti a Dio, in pace. 

Dal vangelo secondo Marco 
Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio. Come è scritto nel profeta Isaia: "Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te, egli ti preparerà la strada. Voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri", si presentò Giovanni a battezzare nel deserto, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorreva a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, si cibava di locuste e miele selvatico e predicava: «Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo».

L’inizio del Vangelo di Marco è anche il suo finale.
L’Evangelista svela che Gesù è il Cristo, il Messia promesso.
Lo fa, quasi a scongiurare equivoci o per zittire i falsi profeti. Gesù è il Cristo, Figlio di Dio e per render chiaro questo messaggio di evidenza, mette insieme tre citazioni dell’A.T. dimostrando, seppur ce ne fosse bisogno che l’opera del più grande dei Profeti, il Battista, era abbondantemente già stata prevista nelle scritture profetiche.

Ce lo dicono questi tre testi densi di speranza, gioia e consolazione:
Esodo 23,20; Malachia 3,1; Isaia, 40,3.

Esodo: “Ecco io mando un angelo davanti a te per custodirti sul cammino e farti entrare nel luogo che ho preparato”.
Malachia: “Sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia e voi uscirete saltellanti come vitelli dalle stalle”.
Isaia, infine, 40 di cui meditiamo uno stralcio nella prima lettura di questa domenica di Avvento e dove si parla al popolo in esilio a Babilonia, annunciando la prossima fine della schiavitù.

È necessario, dice Isaia, preparare una strada nel deserto per il ritorno degli esiliati.

Il deserto da attraversare ricorre anche nel Vangelo di Marco. Giovanni Battista opera in una landa squallida, in un deserto senza fine.
Il deserto è un luogo denso di significati nella Bibbia, rappresenta alleanze, liberazioni, prodigiosi annunci che in greco si chiamavano KERUSSEIN.
Per noi è semplicemente il luogo dell’annuncio di salvezza!
Il Battista l’annuncia da uomo ultimo, sporco, vestito di pelli animali e cibato di insetti e miele di roccia, beduino tra i beduini.
Eppure, in questa condizione precaria, porta a noi un nuovo Battesimo di conversione per accogliere, a cuore aperto, Colui che battezzerà in Spirito Santo.

La metafora di questa seconda di Avvento è la “strada”, la “via”. Siamo un popolo in cammino verso un luogo dove risuona la Parola di Dio.

Il cammino di Avvento, però, è quello della speranza.
Come i deportati di Babilonia che percorrono nelle lacrime il loro cammino duro da prigionieri in una strada che diventerà dritta e senza inciampi, nella gioia della liberazione, così anche per noi questo cammino di conversione porterà felicità e perdono del Signore.
L’editto del Re Ciro permise agli Ebrei di tornare in patria. A noi non serve un editto, è la venuta del Signore che di fatto ci libera dai legacci del passato.
Verrà il Signore, come pastore che guida il suo gregge adattandosi al cammino di ciascuno, portando “in braccio gli agnellini e conducendo pian piano le pecore madri”.

Noi dobbiamo fare la nostra parte! Abbassiamo quindi le colline della nostra superbia, del nostro credere di poter fare a meno del Signore.
Presentiamoci a Lui con cuore nuovo e riconciliato.
Arriverà presto Gesù, l’”Archè” greco, cioè il fondamento su cui costruire e ricominciare una vita più giusta e piena di Dio.

La Seconda Lettera di San Pietro pare ricordarci che questo tempo è carico della presenza del Signore. La promessa dei “cieli nuovi e terra nuova” dovrebbe generare in noi il desiderio di una vita nuova, di autentica santità. Pietro ci dona certezze.
Le cose possono cambiare in meglio. Più giustizia, più pace, più serenità. Dipende da noi e dalle nostre azioni non instaurare la legge del più forte, del prepotente, “rendendo dritta la strada storta”.

E comunque, Dio distruggerà la malvagità di questo mondo.
A noi non scoraggiarci di questa presunta lentezza del Signore.
Noi affrettiamo il suo intervento con la testimonianza, con il coraggio di cambiare le nostre abitudini grette. E come accade nelle prime comunità cristiane in cui qualcuno dubita dell’intervento divino, anche nella nostra epoca si moltiplicano i non credenti.
L’attesa del ritorno di Gesù non è questione di tempo ma di qualità dei giorni che ci sono concessi. A noi questo tempo è dato per utilizzarlo al fine di una conversione per “essere senza macchia al suo cospetto”.


Attualizziamo tutto ciò che abbiamo detto:
Chi non nutre speranza per il futuro e non lo attende con fiducia non riesce a vivere creativamente il suo presente. Nell'attesa paziente, fedele e fiduciosa dell’amato, capiamo quanto di bene Lui abbia colmato la nostra vita. Nell'attesa sappiamo trovare la via maestra verso la meta desiderata. Attraverso i profeti Dio ci parla, ci indica la sua presenza costante, ci invita a non tener conto di abitudini, pregiudizi, luoghi comuni del mondo di oggi.

Prendiamoci del tempo per riflettere sulle attese della nostra vita, per convertirci pienamente nel Signore.

sabato 29 novembre 2014

L'ATTESA: Prima domenica di Avvento ANNO B

Isaia 63, 16 b-17.19 64, 1-7; 1 Corinti 1,3-9; Marco 13,33-37 

Dal Libro di Isaia: 
Tu, Signore, tu sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità. Siamo diventati come coloro su cui tu non hai mai dominato, sui quali il tuo nome non č stato mai invocato. Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti. 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi: 
Fratelli, grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo. Ringrazio continuamente il mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della scienza. 

Dal Vangelo secondo Marco: 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso. E` come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare. Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perché non giunga all'improvviso, trovandovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!". 


L’anno liturgico ciclo A si è appena concluso con l’invito pressante alla vigilanza e alla preghiera perché non è dato sapere quando il Signore ci chiamerà.
 Anche all'inizio dell’anno B e nella prima domenica di Avvento siamo invitati, attraverso le parole dell’evangelista Marco, a “vegliare”, vigilanti nell'attesa.
Questo è il tempo di attesa della nascita di Gesù e dobbiamo prepararci ad accogliere degnamente il Verbo che si incarna in mezzo a noi, tenendo fermo il pensiero sul Signore che viene. Possiamo farlo ritrovando il gusto della preghiera e nell'ascolto della Parola di Dio. Solo così possiamo instaurare un tempo di colloquio intenso con il nostro Creatore.
Attraverso la preghiera e la meditazione possiamo vivere costantemente la tensione buona dell’attesa, tenendo accesa in noi la lampada del desiderio del Signore. L’attesa operosa è foriera di cose nuove e sante.
Nella nostra vita ci prepariamo sempre ad un evento nuovo per poter poi godere di quella situazione quando arriva.
È stato così per l’attesa di un figlio, per il nostro matrimonio, o quando abbiamo programmato una vacanza tanto agognata.
Mesi di pensieri, sogni, desideri, anticipando gioie, gesti, parole e situazioni. È così anche per l’incontro con la persona amata, Gesù Salvatore.
Viviamo nella fiducia che esso sarà realtà.

Ecco l’invito dell’Avvento e del brano evangelico di Marco.
L’attesa ci impegna a orientare le nostre scelte funzione dell’incontro per dare senso e compimento al nostro agire. Qualcuno potrà vedere nelle parole evangeliche:
 “Vigilate perché non sapete quando sarà il momento preciso”, qualcosa di minaccioso e oscuro. Tutt'altro!
Il giorno e l’ora non ci viene detta semplicemente perché ogni momento della nostra esistenza è quello buono per aprirsi al Vangelo e impegnarvi la vita.
Non dobbiamo essere condizionati o, peggio, ossessionati dalle scadenze. Gesù ci vuole viventi e profondamente impegnati nell'ascolto e nel lavorio incessante per edificare il suo Regno sin dalla nostra vita terrena.
L’attesa dell’appuntamento con la salita al Cielo, nel Regno dei Beati, non deve darci ansia, trepidazione, ma gioia immensa e fiducia in Dio.

C’è un secondo insegnamento nel vangelo di Marco. Ci ripete di stare attenti.
Noi prestiamo attenzione a mille cose nella vita, al denaro, alla salute, al divertimento, alla guida in auto, a curare i nostri interessi.
Forse non rimane molta di questa attenzione per il nostro prossimo e per il Signore! Lui passa accanto a noi, nelle sembianze di un povero, di un sofferente e noi, presi dagli affanni e dalle attenzioni di cui sopra, non ce ne curiamo.
Anzi, siamo preda di un pessimismo profondo e non apprezziamo davvero la vita come dono. Riscopriamo quindi la virtù per eccellenza dell’Avvento: la speranza, il guardare con fiducia il futuro e con realismo il presente.
Dio è legato a noi a doppio filo, non può rimanere lontano dal suo servo

La prima bellissima lettura, tratta dagli scritti di Isaia, capitolo 63, ci porta a scoprire l’attesa desiderosa del popolo di Israele per le venuta del Messia, promesso e annunciato come prossimo dai profeti.
C’è un momento di grande intensità che è l’invocazione accorata del versetto 19: “Se tu squarciassi i cieli e discendessi”.
Ancora profonde le parole cariche di desiderio:
“Ritorna per amore dei tuoi servi … mai si udì parlare di un Dio che abbia fatto tanto per chi confida in lui …”. I
l popolo è consapevole del suo peccato!
Chiede perdono con fiducia e dice:
 “Tu sei nostro Padre, noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani”.
 Queste bellissime parole, tutte da rileggere e meditare, ci offrono un suggerimento per la nostra preghiera e contemplazione:
 “Tu, Signore sei nostro Padre”. Tu hai voluto la nostra vita, ci hai affidato i fratelli.
Fa che chiunque venga a noi se ne vada sentendosi meglio perché ha visto la Tua bontà nei nostri occhi.
Non lasciarci cadere in balia del peccato, del sonno spirituale.
Fai che siamo capaci di essere autentici nel servizio, di saper ascoltare l’altro con pazienza, lasciandogli la possibilità di parlare.
Solo nell'atteggiamento dell’umiltà di ascolto potremo scendere dal nostro piedistallo per saper bussare con discrezione nella vita degli altri.
Tu che ci chiami servi, donaci di riconoscerci in Te che ti sei fatto servo per noi. La seconda lettura, tratta dalla prima lettera ai Corinzi di San Paolo, trova l’Apostolo che si rallegra con i cristiani di Corinto, comunità toccata dalla grazia di Dio in abbondanza di doni, perché vivono bene e intensamente l’attesa della venuta del Signore, il quale, quando verrà, li renderà irreprensibili, santi e immacolati.

Possa veramente Gesù, nel venire, fare questo per tutti noi! Purtroppo per noi l’attesa non piace molto al mondo di oggi. Nessuno pensa all'attesa come a una gioia. L’attesa si identifica come perdita di tempo, noia infinita, qualcosa da fuggire. È la cultura del nostro tempo fatta di velocità, di azione. Il verbo predominante è “agire”. Riscopriamo in questo tempo forte, la gioia di lasciare agire in noi quel Dio che non ci abbandona mai. Lasciamo agire la provvidenza, abbandoniamo il controllo esasperato del nostro futuro e viviamo l’attimo presente, l’unico che ci appartiene veramente, donandoci con la preghiera a Dio e con le opere ai fratelli.

Allora si che il nostro Avvento ci porterà cose nuove che andranno oltre le previsioni o l’immaginazione di ognuno di noi.

Ecco che San Paolo sembra dirci, attraverso le parole immortali dedicate ai fratelli Corinzi, che di Dio possiamo fidarci senza paura alcuna. Anche a noi sarà data la grazia che hanno ricevuto i Corinti e ci sarà donata la piena comunione con Lui.
Ma dobbiamo vivere intensamente e profondamente l’attesa.

D'altronde, l’Avvento ci ricorda in primo luogo che il nostro non è un Dio chiuso in se stesso ma è un Dio che viene verso di noi. Ci raggiunge con i Sacramenti, anche negli eventi della nostra vita, nelle prove e nelle sofferenze.
Come potrebbe essere altrimenti? Egli ci ha creato e ha cura di noi, siamo suoi, gli apparteniamo e ci ama profondamente.
 Cogliamo l’occasione per meditare, in questa prima di Avvento, che il Salvatore viene sotto le sembianze dei fratelli più piccoli.

Ecco il senso dell’”Evangeli Gaudium” di Francesco:
 “Usciamo con coraggio dalle nostre comodità, per raggiungere le periferie del mondo, lì dove i fratelli vivono nelle difficoltà”.
Solo così l’Avvento ci legherà profondamente a Gesù che viene. Solo così saremo servi fedeli. Il servo, secondo il Vangelo è uno che scrive sulla sabbia quello che dona e incide sulla pietra quello che riceve, è colui che appartiene alla razza di quanti, dopo aver fatto il loro turno dicono:
“Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”: (Luca 17,10)
Viviamo purtroppo in un lungo inverno di sentimenti inariditi e di narcisismo asfissiante, i cui miti sono l’auto realizzazione a ogni costo, l’auto gratificazione a qualsiasi prezzo. Noi camminiamo contro corrente.
Riscopriamo il Natale a cui ci prepariamo pensando che c’è più gioia nel sentirsi amati che nel venire compensati.

venerdì 10 ottobre 2014

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO A

"La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni"
Isaia 25,6-10°; Salmo 22/23; Filippesi 4,12-14 19-21, Matteo 22, 1-14 

L’arte di vivere, ma anche quella di morire, praticamente la stessa cosa, consiste nel darsi un fine che valga, più di ogni altro e nell'adeguare le azioni che si compiono in esso.
Per elementare coerenza non dovremmo perderci nelle miserie quotidiane che rischiano di soffocarci e ci impediscono di sollevare gli occhi.
Spesso, invece, passiamo il tempo così, tra affanni quotidiani e preghiere dette male.
Non ci rendiamo conto del mistero in cui siamo immersi.
È comunque una via scomoda quella di stare nel mondo senza cedere allo spirito del mondo, con la capacità di spogliarsi di una mondanità facile, per abbracciare il vero Regno dei Cieli.

Le parabole che ci introducono nel Regno di Dio, regalano nei Vangeli, momenti di gioia che aiutano a convertire i nostri cuori opulenti.
Ma, occorre ricordarlo, raggiungiamo questo Regno solo aderendo a Cristo spogliato e umiliato in tutto, crocifisso e risorto.

Nel vangelo di questa 28 domenica del T. O. 22esimo capitolo di Matteo, il Regno è come una festa che Dio Padre ha organizzato per invitare gli amici alle nozze di suo Figlio con tutta l’umanità. Gesù intende convolare a nozze per fecondarci della sua grazia.
Secondo gli usi orientali, le nozze si celebravano con un banchetto nuziale e se erano regali, i servi portavano a ciascuno un abito di circostanza, per accrescere splendore alla festa.
Il Signore aveva invitato gli Ebrei alle nozze eleggendoli come prima famiglia della sua Chiesa. Invece essi si erano concentrati in una vita materiale, deridendo e, a volte, uccidendo i profeti che,
man mano si erano presentati per conto di Dio.

Attualizzando la Parola:
Accettando l’invito, ognuno di noi partecipa al grande piano della salvezza universale, facendo parte della grande chiesa, del grande popolo di Dio, o meglio, come insegnava la parabola di domenica scorsa, della sua grande vigna che produce frutti buoni.
Ma qui dobbiamo essere ancor più onesti e chiederci:
“In quali personaggi ci riconosciamo nella parabola?”.
Siamo quelli che rifiutano l’invito come coloro che si ostinano a non credere al messaggio di salvezza, alla buona notizia che porta il Vangelo?
O addirittura siamo quelli che credono a intermittenza, a volte si e a volte no?
Noi con inevitabili alti e bassi, abbiamo la fede e non possiamo certo riconoscerci in queste figure, tanto meno in quella del commensale allontanato che non indossa vesti appropriate per la festa. L’invitato senza abbigliamento consono rappresenta tutti coloro i quali pretendono di far parte della festa senza mutare abito, cioè senza uniformarsi allo spirito nuovo chiesto da Dio, senza cambiare il cuore di pietra in uno di carne!
Viene cacciato nelle tenebre di una vita estranea alla grazia.
Noi dobbiamo ambire a essere i servi di Dio, quelli inviati dal padrone per invitare alle nozze gli amici, i buoni come i cattivi.

Dobbiamo portare tutti alla festa del Regno dei Cieli, attraverso le nostre opere buone, i nostri esempi. San Francesco ambiva proprio a questo: trasportare tutti, ma proprio tutti, al cospetto di Dio, nei cieli eterni!
Se avessimo la piena coscienza di questo grande compito, non perderemmo neanche un minuto per portare a compimento l’opera di Dio.

La parabola si conclude con Gesù che ammonisce che molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti.
Certo il Signore ha mille porte di misericordia per salvare tanti, ma gli eletti sono i santi, coloro che hanno vissuto veramente la Parola.
E questi sono veramente pochi. Il piano di Dio non prevede privilegiati al banchetto ma una teoria di personaggi che nel mondo ebreo non avrebbero trovato posto a tavola: poveri, sofferenti, emarginati. 

Anche la prima lettura tratta dal Libro di Isaia, capitolo 25, racconta di un banchetto.
Siamo davanti a uno dei capitoli del Secondo Isaia.
Sul monte Sion il Signore prepara un pranzo sontuoso, regale.
Siamo tutti invitati, tutti gli uomini di ogni epoca.
Prima di accedere al banchetto, dobbiamo solo liberarci della cecità che opprime i nostri occhi, quel velo di lacrime che appanna la vista, frutto della miseria umana, la paura della morte.
Il nostro Dio regalerà gioia eterna.
La sua mano si poserà sul monte della vita, regalando felicità.
 Allora si che abiteremo per sempre nella casa del Signore, come promette il Salmo 22. Il nostro Dio ci guiderà per il giusto cammino, il suo bastone e il suo vincastro ci daranno sicurezza e Lui preparerà
una mensa regale per tutti noi.

La seconda lettura propone la conclusione della lunga lettera ai Filippesi di Paolo che ci ha accompagnato in diverse domeniche.
L’apostolo si dice pronto a tutto, sa vivere nella povertà come nell'abbondanza.
Ha con sé il Cristo, “Colui che mi dà la forza”.
Benché sia nuovamente prigioniero, nulla può togliere a Paolo la gioia, perché nulla può togliergli Cristo.

Come lui, dovremmo imparare ad essere contenti, qualunque siano le circostanze: successo o difficoltà, salute o malattia, bello o cattivo tempo, se siamo “contenti del Signore”.

Per concludere: Raccogliamo l’invito alle nozze di Dio. Viviamo con pace e amore i nostri giorni con un vestito adeguato che è la buona vita, con un cuore aperto a Dio, senza allarmarci ad ogni cambio di stagione, abituandoci, come dice Paolo sia alla fame che alla sazietà.
 Rivestiamoci di Cristo e rechiamoci con gioia alla festa del Regno.

giovedì 2 ottobre 2014

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Isaia 5, 1-7; Filippesi 4, 6-9; Matteo 21, 33-43; salmo 79/80 

La liturgia della Parola della XXVII domenica del T. O., nella sua seconda lettura, riporta le ultime esortazioni di Paolo alla comunità di Filippi.
 Una di queste ammonizioni, in particolare, colpisce tutti noi che corriamo e ci affanniamo ogni giorno: 
“Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste”. 

 Colpisce soprattutto la grande fede dell’Apostolo.
Lui non ha dubbio alcuno sulla Provvidenza, sull'intervento del Signore nella vita di ognuno di noi. Paolo è un germe vivo di speranza, un uomo che ha saputo porre in atto la Parola di Dio, portandola a tutti come messaggio di vita.
 Beati noi se riuscissimo a porre in atto ciò che ci viene consigliato.
 La Parola di Dio, in molte situazioni, soprattutto nei salmi, ricorda che non bisogna porre la propria speranza sugli uomini.
Siamo polvere che il vento disperde, cosa crediamo di poter fare?
Anche in più passi dei Vangeli, Gesù non manca spesso di istruirci all'affido dei nostri affanni a quella Provvidenza che si chiama Spirito Santo.
Dice che a Dio si affidano anche le piccole esistenze degli uccelli del cielo che non ammassano cibo per il futuro o sostanze, o ancora dei gigli del campo che, senza far niente, diventano belli nei colori e nelle forme, grazie all'intervento del Creatore.

“Di tutte queste cose- ammonisce il Signore- vanno in cerca i pagani … non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, di quello che indosserete … (Mt6, 25-34).

Come è vera questa Parola in un mondo d’oggi dove ovunque si trasmette sfiducia, timori per il futuro, pessimismo e rassegnazione.
La nostra vitalità deve tendere ad una vita maggiore, più grande che è ben sopra le nostre teste.
Noi siamo come fiori di campo il cui corpo sfiorisce ma che lasciano profumo intenso, nota viva di gioia nel mondo.
 Una cosa fantastica, credetemi, della quale non ci rendiamo conto quasi mai, presi dalle vicissitudini dell’esistenza terrena dove forze del male vorrebbero atterrirci con la paura dell’economia che va a rotoli, del futuro che è nebuloso, della possibilità di ammalarsi e soffrire o di dover fare a meno di una persona cara. Fateci caso.
 I giornalisti su carta stampata o sui Tg televisivi ci spaventano con profezie catastrofiche che deprimono gli animi, buttando ombre inquiete sui prossimi anni della nostra vita. In tutto il loro vocabolario e nello stile forbito che indubbiamente hanno nello scrivere articoli, non esiste una parola che si chiama Provvidenza.
Neanche un sinonimo che ci si avvicini. Si azzerano quasi le aspettative verso l’intervento di Dio.
Il proverbio che diceva “aiutati che Dio ti aiuta”, oggi è cambiato in “aiutati che Dio non c’è”. Eppure ogni paura di cui soffriamo è contro la volontà di Dio e la Parola lo ribadisce molte volte.

 Il messaggio quindi è forte e chiaro: nel nostro cuore e nella nostra mente ci deve essere la certezza dell’intervento di Dio.
Sarebbe consolante fare tutto come se dipendesse da noi stessi, ma sapendo bene che tutto dipende da Dio che opera per il nostro meglio. A volte il nostro meglio non è quello che crediamo, ricordiamoci le parole di Dio di due settimane fa: “Le mie vie non sono le vostre vie …”. Continua Paolo nelle esortazioni e nei consigli ricordando che la preghiera genera serenità e gioia anche in mezzo alle angustie.
Non è il mondo a darci pace, dato che non è in grado di offricela ma è la grazia di Dio che si spande in chi prega.
C’è comunque bisogno del nostro impegno quotidiano e l’Apostolo dice che “quello che avete imparato da me mettetele in pratica e avrete pace …”.

Occorre una mente libera dalle angustie del mondo per ricevere le sollecitazioni del Signore e dare spazio a pensieri edificanti.
E il pensiero che può liberarci dalle angustie è questo: Nessuno è ordinario. Ogni essere umano è straordinario perché Dio non ha creato persone inutili. Siamo tutti speciali per merito di Dio. E il nostro Creatore mai ci abbandonerebbe.
Non abbiamo bisogno di essere un grande pittore, un leader, non abbiamo bisogno di essere grandi, lo siamo già!

 Con la prima lettura di Isaia, siamo davanti a un capolavoro della poesia ebraica che inizia quasi come parabola piacevole, riposante, per terminare in un crescendo inquietante fatto di delusione e di attesa frustrata. Già secoli prima si insinua il giudizio severo del padrone che, con amore dissoda, sgombra di pietre la sua vigna, la colma di viti pregiate per far sì che produca frutti buoni. Incredibilmente la vigna dà acini acerbi. Naturalmente l’allegoria è chiara.
La vigna del Signore è il popolo infedele di Israele, colmato di doni che restituisce solo del male. Siamo noi la vigna che produce frutti acerbi.
Il Signore è lì che aspetta un buon raccolto dalla nostra vita. Lo ribadisce il salmo dove si alza la preghiera di chi si pente della sua condotta e urla:
 “Da te non ci allontaneremo mai più … fai splendere il tuo volto e saremo salvi … visita questa vigna e proteggi quello che la tua destra ha piantato “.

 Il Vangelo di Matteo continua con una nuova parabola sulla vigna che contiene solenni avvertimenti alle autorità religiose d’Israele, le cui macchinazioni contro Gesù sono denunciate apertamente dal Figlio di Dio.
Il brano del Vangelo proclamato in questa Ventisettesima Domenica del Tempo Ordinario corrisponde ai versetti 33-43 tratti dal capitolo 21 del Vangelo di Matteo
 Questa parabola si trova anche negli altri Vangeli sinottici ed in particolare nel Vangelo di Marco, 12, 1-12 e Luca 20,9-19.
Viene proclamata da Gesù nel contesto dei discorsi nel Tempio di Gerusalemme e quindi è rivolta alle persone nel Tempio compreso i sacerdoti, i capi del popolo e la gente comune. Da un punto di vista cronologico siamo nella settimana che precede la Passione. Nella vigna accade una vera e propria storia di violenza, un crescendo di comportamenti non giustificabili, un delirio che non trova motivazione.
Gli assassini, dopo aver bastonato a morte i contadini inviati dal padrone, decidono di fare violenza anche al figlio del padrone, proprio perché l’erede, e cosi: “lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero”.

I vignaioli omicidi sono i capi religiosi di Israele. Il loro atteggiamento vile non ostacolerà la salvezza. Essi rifiutano l’appello alla conversione e su di loro pende il giudizio inesorabile di Dio. Non potranno arrestare il cammino di salvezza perché il vero Israele è fatto di fedeli e poveri del Signore. Sono loro i veri appartenenti al popolo di Dio, diversi tra loro per razza, cultura e mentalità ma uniti nel nome di Cristo.
Per ottenere la salvezza, anche noi dovremo riconoscere che Cristo è la pietra angolare sulla quale poggiare la nostra vita!

Qui diventa palese l’ammonimento del Vangelo:
 ”Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?", 
chiede Gesù a chi lo ascoltava allora nel Tempio ed ora a noi attraverso la Parola. La risposta è ovvia: i contadini verranno puniti e sostituiti con chi darà onestamente la sua parte di frutti. E badate bene non può esserci altra risposta... anche gli interlocutori di allora non possono che affermare in questo senso la giustizia dei fatti.

La considerazione da fare per la nostra vita è: Noi, servitori della vigna, siamo fedeli oppure servitori “assassini”…
Siamo in grado di fare posto a Gesù, il figlio del padrone, nella nostra vita? Questo approccio attualizza il Vangelo proclamato in questa domenica alla nostra vita.

sabato 20 settembre 2014

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO A

Isaia 55, 6-9; salmo144; Lettera ai Filippesi 1,20c-24.27a; Matteo 20, 1-16 

Se dovessimo scegliere dalla liturgia di questa domenica del Tempo Ordinario una frase simbolo, potremmo trarla dal Libro di Isaia, prima lettura in cui si proclama che:
“I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie”.

Il profeta di cui non si conosce la vera identità e che porta all'umanità la parola di Dio, attraverso il secondo libro del grande Isaia, secoli prima del Vangelo di Matteo, esprimeva già in quel tempo lontano un concetto difficile da metabolizzare.
La società di oggi è basata sulla retribuzione dei lavoratori e regolata dal principio di meritocrazia. La frase precedente potrebbe fare il paio con quella finale del Vangelo dove si legge:
“Così gli ultimi saranno i primi e i primi, ultimi”.

La parabola degli operai chiamati a ore diverse a lavorare nella vigna, risulta a prima lettura abbastanza ostica.
Per noi la retribuzione deve avere una logica di stimolo per chi lavora di più in modo da assicurare l’efficienza dell’azienda, questo secondo normali criteri economici e sindacali.
Ma le vie del Signore sono diverse come recita ancora il primo bellissimo brano della liturgia della Parola:
“Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie …”.

A ben guardare ci sarebbe un altro importante criterio da rispettare oltre quello normale del maggior impegno profuso ed è quello di assicurare una vita dignitosa al collaboratore di un’azienda e alla sua famiglia. Ne erano ben convinti al tempo di Gesù in Palestina.
La retribuzione era di un denaro al giorno e il padrone della vigna offre questo compenso sia al primo che all'ultimo arrivato tra gli operai, affinché possano vivere dignitosamente.
Immaginiamo quindi la scena presa dal vivo di disoccupati assunti a lavoro.
Questo padrone è reputato ingiusto, mentre al contrario come spesso accade nella Parola, è piuttosto generoso. Il padrone è Dio. Noi siamo gli operai ingrati.
Ricevuto il salario pattuito, ad esempio, ci meravigliamo come quelli della parabola, che il padrone riservi lo stesso trattamento a chi si converte un minuto prima di morire. Anche noi pensavamo di meritare di più.
Piuttosto che gioire per la bontà del padrone ci lamentiamo per la presunta ingiustizia. È un retaggio di questa società e dal trionfo del capitalismo selvaggio e sfrenato.
Non leggiamo la parabola secondo parametri sociali odierni, altrimenti chi schiereremmo con i lavoratori che hanno faticato per più ore. Dio nel Vangelo ci dice una frase illuminante:
“Sei forse invidioso perché io sono buono?”.

Il Signore, elegantemente, ci vuol dire che la religione non è quella del fariseo osservante e zelante, ma è quella di chi, pubblicano, prostituta e peccatore, si pente davvero e chiede misericordia. Pensiamo al riferimento del fratello adirato perché il figliol prodigo è tornato e il padre uccide un capretto per far festa.
Il nostro è un senso di giustizia opportunista. Gesù, distante mille anni luce dalla logica comune, ci dice che tutti hanno un salario intero perché tutti devono far parte a pieno diritto della medesima gioia del Regno.
 A noi che ci crediamo i privilegiati insegna che la sua azione è identica per tutti, giusti e peccatori. Nel pensiero del Signore non ci sono esclusi, emarginati, nessuno può rivendicare privilegi dati da anzianità e merito. La grazia è un dono e non c’è posto per gelosie e ripicche tra di noi figli di Dio. Il premio che il Signore dà a tutti gli operai del regno dei cieli è la salvezza. E la salvezza non è ricompensa contrattuale, è invece iniziativa divina fatta di amore in cui siamo tutti invitati! Non si può dare due salvezze a chi è arrivato prima! Neanche mezza a chi è in ritardo. La salvezza è una!

E noi, condividiamo nel profondo del cuore questa bontà del Signore?
Gioiamo anche noi per la salvezza degli ultimi arrivati o puntiamo il dito reclamando diritti per noi stessi?
In fondo, questo ci aspettiamo dal nostro Creatore, come recita il bellissimo salmo di oggi, n.144: “Misericordioso e pietoso, lento all'ira e grande nell'amore … Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature …”.
E adesso, occorre fare attenzione. Dio si serve di noi come collaboratori della sua opera di salvezza e ci chiama a servizio in varie ore, con tempi e modalità diverse.
Noi non dobbiamo impegnarci per un salario, per un premio futuro e non dobbiamo stare a guardare cosa viene dato in premio ad altri.
 Noi siamo solo gli “umili operai della vigna del Signore”, dobbiamo operare con gioia disinteressata a che la comunità, dove operiamo, sia aiutata dal nostro esempio, dalla nostra abnegazione. 

Confrontandoci con il Vangelo dobbiamo chiederci:
 “Facciamo tutto in funzione di un corrispettivo immediato?
Cosa cerchiamo realmente quando ci mettiamo a servizio dei fratelli. È un vanto per noi donare noi stessi nella vigna del Signore?
O, al contrario, cerchiamo il nostro interesse, vogliamo essere consacrati, affermare il nostro Io? Forse dobbiamo ancora imparare a gioire del bene che Dio realizza attraverso i nostri fratelli e a goderne come se fosse donato a noi, superando gelosie e opportunismi.
 Con questa Parola di oggi, il Signore ci chiede di uscire da una logica economica per entrare in una logica di generosità perché, in un altro passo di Matteo, capitolo 5, si dice:
“Che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e i buoni e fa piovere su giusti e ingiusti”.
La parabola è un canto di grazia e di infinito amore del nostro Creatore.

La seconda lettura è tratta dalle lettere di San Paolo Apostolo, il più grande evangelizzatore del mondo. Filippi era una regione della Macedonia abitata in prevalenza dai discendenti delle legioni di Cesare che aveva loro assegnato per il servizio armato prestatogli.
La comunità qui era molto cara all'Apostolo.
A quella comunità Paolo scriverà di aver accettato tutte le avversità durante i suoi viaggi apostolici: “So vivere nella povertà, come nell'abbondanza; sono allenato a tutto, alla sazietà come alla fame …”.
In questo diario dei suoi sentimenti, con tenerezza, Paolo insegna che morire è un guadagno così da entrare in perfetta comunione con Cristo. Ma, persuaso che la sua vita in quel momento era importante per i suoi fratelli, rimane combattuto perché deve amare la vita e annunciare il Vangelo, ma contemporaneamente sente vivo il desiderio di una morte prematura per unirsi totalmente, faccia a faccia col Cristo.
 “Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto non so davvero che cosa scegliere …”.
Paolo si affida quindi alla preghiera dei Filippesi e si augura che Cristo sia magnificato nel suo corpo, sia mediante la vita, sia mediante la morte:
“Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno …”.
L’Apostolo delle genti, il grande evangelizzatore, esorta tutti noi a specchiarci in Cristo e, come abbiamo proclamato nel giorno dell’Esaltazione della Croce, domenica scorsa, ci chiede di avere gli stessi sentimenti di Gesù, in forza dei quali Egli, pur essendo di natura divina non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo condizione di servo.
Meditiamo quanto sia diverso il comportamento degli operai offesi dal salario uguale agli altri. Paolo in un passo di una lettera al fidato Timoteo, nel 63 dopo Cristo, dirà che Cristo non fa discriminazioni alcuna tra uomo e donna, tra servo e padrone, tra schiavo e uomo libero, neppure, dirà tra Giudeo e Greco!

Per noi il messaggio è forte e chiaro.
Chi crede sul serio in Gesù non ha bisogno di fare rivoluzioni per assicurare a ogni persona umana giustizia e dignità.
Il guaio dei tempi nostri è che la fede non determina più il modo di pensare e agire nella vita quotidiana.