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domenica 1 febbraio 2015

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO B

“Parlerò affinché la spada della Parola di Dio anche per mezzo di me arrivi a trafiggere il cuore del prossimo. Parlerò affinché la Parola di Dio risuoni anche contro di me per mezzo di me”. (Gregorio Magno, da Omelie su Ezechiele 1, 11) 


Libro del Deuteronomio 18,15-20.
Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me; a lui darete ascolto.
Avrai così quanto hai chiesto al Signore tuo Dio, sull'Oreb, il giorno dell'assemblea, dicendo: Che io non oda più la voce del Signore mio Dio e non veda più questo grande fuoco, perché non muoia.
Il Signore mi rispose: Quello che hanno detto, va bene;
io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò.
Se qualcuno non ascolterà le parole, che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto.
Ma il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome una cosa che io non gli ho comandato di dire, o che parlerà in nome di altri dei, quel profeta dovrà morire. 

Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinti 7,32-35.
Fratelli, vorrei che voi foste senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore;
chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie,
e si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito.
Questo poi lo dico per il vostro bene, non per gettarvi un laccio, ma per indirizzarvi a ciò che è degno e vi tiene uniti al Signore senza distrazioni. 

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 1,21-28.
Andarono a Cafarnao e, entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù si mise ad insegnare.
Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi.
Allora un uomo che era nella sinagoga, posseduto da uno spirito immondo, si mise a gridare:
«Che c'entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio».
E Gesù lo sgridò: «Taci! Esci da quell'uomo».
E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.
Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!». 



Deuteronomio è il quinto libro del Pentateuco dopo: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri. Raccoglie, per gran parte delle sue pagine, i discorsi di Mosè pronunciati soprattutto nella pianura di Moab, di fronte a Gerico, il “catino di Dio”, come recita un salmo.
Il profeta pronuncia i suoi sermoni, esortando il popolo a osservare i Comandamenti e a insegnarli diligentemente ai figli. Il grande appello del Deuteronomio è di amare Dio, che tanta bontà mostra al suo popolo. In questo brano,
Deuteronomio parla della presenza necessaria della Parola di Dio in mezzo al popolo e dell’importanza capitale del profeta, di colui il quale porta il messaggio divino agli uomini del suo tempo.

Profeta non è colui il quale predice il futuro, come si è portati a credere, ma è chi presta la sua bocca a Dio, il portavoce della Parola attraverso la predicazione. 
La presenza del profeta è anche scomoda! Spesso svela il male dei cuori, denuncia, accusa. Qualche altra volta, l’oracolo del Signore in realtà approfitta del suo ruolo e della sua autorità, mettendosi al servizio degli altri e di se stesso, abbandonando la vera “Voce”, quella di Dio.
È comunque un segno privilegiato della presenza del Signore che prende l’iniziativa, che vuole rimanere in dialogo con il suo popolo e fa sorgere in seno alla comunità per Sua azione diretta, uomini ispirati:
 “Il Signore tuo Dio susciterà in mezzo a te un profeta”. (v.15). “Io gli porrò in bocca le mie parole” (v.18).

E adesso attualizziamo la Parola per noi! In un mondo assuefatto al vento delle opinioni e al corto respiro della quotidianità, Dio sembra fuori gioco.
Come può il profeta annunciare la salvezza? E chi è il profeta? È un volto qualunque, uno dalla storia banale, un cuore grande, un partigiano del Creatore, appassionato della sorte dell’uomo. È un individuo capace di indicare i sentieri della vita, di suscitare speranza, di dare un supplemento d’anima a tutto ciò che esiste, che porta con se una lucida coscienza della verità, che gli dona il coraggio di denunciare le ingiustizie e smascherare le ipocrisie.
IL PROFETA PER ECCELLENZA, OGGI, E' PAPA FRANCESCO CHE CI PARLA PER BOCCA DI DIO.  

E se fossimo anche noi i chiamati a essere profeti e a portare la Parola agli altri?
Suscitato dal Signore nei frangenti più tumultuosi della storia, con la venuta di Cristo, è profeta ogni battezzato chiamato a essere sale e luce della terra! Sappiamo ascoltare Dio che ci parla? Lottiamo con la preghiera quotidiana e l’assiduità nella Parola, per avere una fede salda e annunciare la buona notizia?
 La profezia ha il suo nemico nell'anonimato. Siamo noi quelli che rinunciamo al ruolo di portavoce divino per vivere nel nostro rassicurante guscio, lontano dagli altri fratelli, il cui destino non ci interpella. Siamo di quelli che non abbiamo tempo e attenzione da dedicare ai fratelli? Seguiamo, si o no, l’invito di Cristo a:
 “Gridare dai tetti quanto è ascoltato all'orecchio” (Lc 12, 3) e a “rendere ragione della speranza” (1Pt3,15)?

Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo ai Corinzi. inizia col dire che desidererebbe per tutti una vita serena così da poter aderire con fede al Signore. Chiaro che la scelta del celibato è un modo più semplice per consacrarsi a Dio. Ciò non significa che Paolo disprezzi la vita matrimoniale né che ci siano ideali di santità diversi tra sposati e celibi. Non è che soltanto nella vita del celibe si intrecci l’appartenenza al Signore. La vita matrimoniale è causa inevitabile di qualche tensione, spiega l’apostolo, che rende più difficile rapportarsi con Dio.
È indubbio, al contrario, che qualche volta, l’asprezza della vita in comune con coniuge e figli, può aiutare di più ad affidarsi alle mani premurose del Padre Celeste. Paolo non intende “gettare un laccio” (v.35), solo illuminare le coscienze su cosa è conveniente per restare uniti al Signore senza distrazioni. Sia che la vita si indirizzi verso il celibato che nella famiglia, la preoccupazione principale deve essere “piacere al Signore”.
 Questo vale per tutti. Lo sposato/a piace al Signore, solo se adempie al dovere di attenzione verso i cari. Con loro condivide il cammino di vita perché sono dono di Dio che si accoglie nella gioia.

Nel Vangelo di Marco iniziano gli insegnamenti di Gesù nelle sinagoghe della Galilea, dove insegna e desta stupore per l’autorevolezza della sua dottrina. (Marco usa la parola insegnare per 15 volte e insegnamento per 5).
Gesù non interpreta la legge ma è Lui la legge, quella nuova che chiede “amore”. La sinagoga era una grande stanza rettangolare con un armadio per i codici della Bibbia e il pulpito dal quale leggerli e commentarli. Proprio in una di queste sinagoghe, quella di Cafarnao, accade il primo miracolo, un esorcismo e la conseguente reazione incredula della gente: “Che è mai questo? Una dottrina nuova! Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono”. (vv21- 28). Le parole di Gesù hanno del sorprendente, niente a che vedere con i sermoni ammuffiti degli scribi. Lui spiega le Scritture come “maestro di vita”.
Le sue sono profezie e non insegnamenti sapienziali, frutto di studi. È un’irresistibile autorità! Cafarnao viene scelta in quanto città di un certo prestigio politico e religioso. Il segno avviene di sabato, giorno sacro per gli Ebrei, come festa della lode e del ringraziamento per la liberazione della schiavitù d’Egitto. Al centro dell’episodio è la guarigione del malato. Il racconto dell’esorcismo colpisce. Gesù rimane quasi in silenzio. Pronuncia il suo “Taci, esci” al demone per far capire che ha il potere su tutto e tutti. Il diavolo riconosce in Lui un personaggio straordinario e unico con: “Io so chi tu sei: il santo di Dio!”.
La guarigione dell’indemoniato non è tanto importante per rimarcare le virtù taumaturgiche del Cristo, ma è lo è soprattutto per il messaggio che porta: la vittoria di Gesù, nostro unico bene, sul male. Il male cerca di intimidire anche noi come accade per Gesù. Ogni cristiano deve saper reagire al demonio che cerca di spiazzare chiunque annullando la dignità delle persone e la loro libertà. Marco esorta a non prendere sottogamba il male. Affrontiamolo, rivestendoci dell’autorità che ci viene da Dio.
Abbiamo la certezza di avere la sua presenza accanto a noi e di essere stati creati “poco meno inferiori a Dio”. Essere certi di questa grandezza non è superbia, essere alteri. È, invece, l’essere consci di un amore divino grande anche se immeritato.

domenica 25 gennaio 2015

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO: CICLO B

Giona 3,1-5.10; Salmo 24; 1Cor7, 29-31; Marco 1, 14-20 

Libro di Giona 3,1-5.10. 
Fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore: "Alzati, và a Ninive la grande città e annunzia loro quanto ti dirò". Giona si alzò e andò a Ninive secondo la parola del Signore. Ninive era una città molto grande, di tre giornate di cammino. Giona cominciò a percorrere la città, per un giorno di cammino e predicava: "Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta". I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo. Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si impietosì riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece. 

Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinti 7,29-31. 
Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d'ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l'avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo! 

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 1,14-20. 
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo». Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito, lasciate le reti, lo seguirono. 


Continua il tempo ordinario della Chiesa nell’Anno B, ma queste domeniche di ordinario non hanno un bel niente.
La settimana scorsa la liturgia ci ha proposto una straordinaria riflessione sul senso della vita, sulla capacità di rispondere alla chiamata del Signore per essere davvero suoi discepoli e non solo con la bocca.

Anche oggi la Parola ci offre tante sollecitazioni per vivere nel nome del Signore.

Mentre la scorsa settimana la parola chiave era : Chiamata, in questa terza settimana è: Conversione! 

Infatti, la domenica oltre a coincidere con la fine della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ricorda anche la grande festa della Conversione di San Paolo. In queste domeniche, si proclama il Vangelo di Marco. È il più sintetico dei quattro evangelisti ma, certamente, il più vicino alla vicenda terrena del Cristo, essendo il suo scritto, frutto della testimonianza del primo degli Apostoli, Simon Pietro. Gesù, qui, parla pochissimo.
Proclama il Vangelo (il Kerussein) senza fronzoli perché si tratta di credere o non credere in Lui prima ancora che nel suo insegnamento, prorpio come fanno i quattro discepoli del brano di questa domenica. Accogliamo in maniera profonda l’appello di Gesù che ci chiede di invertire la rotta e credere profondamente al Vangelo. Cristo ci chiede non una conversione di penitenza e digiuno, ma di consacrare davvero la nostra esistenza a Lui.

Nella prima lettura, il profeta Giona anticipa, nella sua predicazione e nella risposta dei Niniviti al messaggio di Dio, questa esigenza di conversione.
 La condotta di Ninive ci offre un primo insegnamento: è necessario imparare a rispondere con fede docile al Signore non soltanto con la bocca, ma soprattutto con il cuore. Dobbiamo essere capaci di passare attraverso un mutamento radicale della condotta, per ricevere, come accade agli abitanti di Ninive, il perdono e trovare la via della vita.

La conversione è una dialettica tra parola e silenzio: Dio, da una parte, parla come ha fatto con il giovane Samuele, di notte nel silenzio; dall’altra l’esperienza di Lui porta al silenzio tutto il resto. Occorre però nella conversione un cuore di carne come ricorda il salmo 95,8:
“Oggi se udite la sua voce non indurite il cuore”.
Il libro di Giona è da leggere tutto d’un fiato. È una novella deliziosa, un romanzo didattico del Vecchio Testamento di soli quattro capitoli, scritto probabilmente tra il 500 e il 400 a.C. Fa parte dei dodici piccoli libri dei profeti cosiddetti “minori”, scritti tra l’VIII e il IV secolo.
Sono minori perché si tratta di libri molto più brevi dei quattro profeti maggiori, Isaia, Geremia Ezechiele e Daniele. Parliamo di Osea, Gioele, Amos, Malachia, Zaccaria, Sofonia, Abacuc e altri. Giona è un personaggio fra i più malintesi, anche favolistico.
Pretende di piegare Dio alle sue vedute: non vuol seguire la chiamata a partire secondo le indicazioni del Signore, per ad andare verso la grande città a portare il suo messaggio.
Piuttosto si dirige decisamente verso la direzione opposta. Il profeta ha prima bisogno di convertire se stesso, poi può adempiere alla missione di portare conversione gli altri. Non è forse quello che viene chiesto a noi? Come possiamo condurre i fratelli a Dio, se non abbiamo un cuore di carne dentro di noi? Tutto il racconto non parla tanto della conversione di Ninive, ma di quella a cui Dio intende condurre Giona.
Il nostro Signore si prende cura dei vicini e dei lontani – ci dice questo libro - non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva così come accade per il religioso e fondamentalista Giona che incontrerà la novità del suo Dio che tanto lo ama.
Il soggiorno nel ventre del pesce e il suo rigenerarsi dai peccati per donarsi all'ascolto di Dio, ci fa capire come il Signore ci insegue per farci tornare pienamente a Lui. Ne inventa di ogni colore per darci salvezza.
Il racconto della conversione di Ninive ha anche un’allegorie: tre giorni per girare la città per intero, un numero che richiama il tempo di Giona nel ventre della balena, ma anche i tre giorni della morte nel sepolcro di Cristo!

Nella Seconda lettera ai Corinzi due sono le frasi importanti che aiutano a chiarire il rapporto che noi cristiani dobbiamo avere con la realtà mondana:
 “Il tempo si è fatto breve” (v.29) e “Passa la scena di questo mondo”.
Paolo non intende il tempo in senso cronologico ma come momento favorevole (il Kairos), l’occasione per delle nuove opportunità. Paolo non è un menagramo, predicatore di apocalissi o di fine del mondo. Al contrario, manda un messaggio di speranza e consolazione. Noi siamo chiamati a vivere nella vigilanza, prendendo correttamente la distanza dalla realtà terrena, vivendo si nel mondo ma con lo stile di chi porta con se il Signore. Sono cinque le volte in cui si dice di vivere “come se non”… è l’invito pressante della conversione, del distacco per quanto possibile delle cose terrene, per riempire il tempo della presenza di Cristo.

Chiediamo allo Spirito di illuminarci sul senso dello scritto di Paolo. È chiaro il significato di quelli che piangono … gioiscono … ma quanto è sibillina la frase:
“Il tempo si è fatto breve; ora innanzi quelli che hanno moglie vivano come se non l’avessero”? Abbiamo bisogno di comprendere che noi coniugi siamo chiamati a realizzare il progetto di Dio attraverso l’unione ma senza perdere lo spirito del pellegrino e del forestiero perché la vera patria la incontreremo nell'eternità.
I nostri figli, il nostro partner non sono nostri, né apparteniamo a questo mondo dove tutto è labile. È così anche per chi è nello stato di figlio, lavoratore o missionario. Ognuno ha il suo ruolo, il suo compito assegnato. Viviamo con gioia questi attimi passeggeri, non disprezziamo la concretezza, insegna Paolo, ma non dimentichiamo l’Assoluto .

Il Vangelo di Marco narra, con la consueta veste asciutta, le altre chiamate lungo il mare di Galilea, dei discepoli.
All'inizio del brano, l’evangelista offre le coordinate, per vivere in profondità, la lieta notizia che Gesù è venuto a portare:
 “Il tempo è compiuto, il Regno di Dio si è fatto vicino. Convertitevi e credete al Vangelo” (v.15)

C’è da notare una particolarità.
Finora abbiamo visto tanta gente uscire di casa per recarsi sulle rive del Giordano a trovare il Battista e un battesimo. Ora è Gesù stesso che si reca dove la gente vive la sua esistenza. Ecco il venire di Dio in mezzo all'umanità, il farsi incontro del Signore agli uomini.
Questo può accadere solo se gli ascoltatori credono e si convertono.
Se l’uscio del nostro cuore rimane chiuso sarà impossibile per Gesù raggiungerci. Il Vangelo continua con il racconto della chiamata ai primi discepoli, con le due coppie di fratelli, Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni.
Ai primi due, Gesù dice: “Seguitemi e vi farò pescatori di uomini”. Simone riceve il nome di Cefa, cioè Pietro e avrà un dono grande e gravoso dal Signore:
“Pasci le mie pecore e i miei agnelli”.
Anche a noi, Gesù mostra il suo piano divino nei nostri confronti.
Esso tiene conto delle doti di ognuno di noi. Non ci viene chiesto l’impossibile ma, per un mistero insondabile, non si interessa delle nostre inevitabili debolezze. Dio ci sceglie ma la sua chiamata esige decisione. Anche per noi, come per gli apostoli, non conta il passato, né il futuro.
Conta l’oggi, il presente che abbiamo tra le mani.
Anche a noi ci viene detto: “Sarete pescatori di uomini”.
Li dovremo conquistare a Dio non con lenze ed esche ma con testimonianza di vita, sul grande modello di Gesù infallibile testimone.
 Anche la chiamata di Giacomo e Giovanni porta con se un insegnamento.
Si legge: “… lasciarono la barca con il padre e i garzoni e lo seguirono”.
Erano persone agiate, avevano dipendenti e una piccola impresa di pesca ben organizzata. Gesù li toglie da questo benessere perché sa che è una condizione che prima o poi finirà. La sua è una chiamata per la vita eterna!
 Un bene molto più grande è sempre pronto anche per noi. Solo che spesso non ce ne rendiamo conto. Noi non guardiamo oltre la punta del naso, Dio è lungimirante!

Per la nostra preghiera:
O Signore Gesù ci chiami incessantemente alla conversione,
ci insegni continuamente a saper approfittare del tempo propizio concessoci.
Non permettere che ci distraiamo.
Mantieni i nostri cuori consacrati a te e nello stato di vita a cui Tu ci hai chiamati.
Vogliamo piacerti, capiamo che questa è l’unica cosa della quale vale veramente la pena di preoccuparsi.

Aiuta noi e le nostre famiglie a capire tutto questo.

venerdì 16 gennaio 2015

II DOMENICA TEMPO ORDINARIO, CICLO B. domenica 18 gennaio 2015

Prima lettura: 1 Sam 3, 3b-10. 19 
Ma il Signore chiamò di nuovo: «Samuele!» e Samuele, alzatosi, corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Ma quegli rispose di nuovo: «Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire!». In realtà Samuele fino allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore. Il Signore tornò a chiamare: «Samuele!» per la terza volta; questi si alzò ancora e corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovinetto. Eli disse a Samuele: «Vattene a dormire e, se ti si chiamerà ancora, dirai: Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta» . Samuele andò a coricarsi al suo posto. Venne il Signore, stette di nuovo accanto a lui e lo chiamò ancora come le altre volte: «Samuele, Samuele!». Samuele rispose subito: «Parla, perché il tuo servo ti ascolta». Samuele acquistò autorità poiché il Signore era con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole. 

Seconda lettura: 1 Cor 6, 13c-15a. 17-20 
Fratelli, il corpo non è per l'impudicizia, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo. Dio, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza. Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo e ne farò membra di una prostituta? Non sia mai! Ma chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito. Fuggite la fornicazione! Qualsiasi peccato l'uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dá alla fornicazione, pecca contro il proprio corpo. O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo! 

Vangelo: Gv 1,35-42 
In quel tempo, Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!». E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?». Gli risposero: «Rabbì (che significa maestro), dove abiti?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio. 


Oggi il tema è “la chiamata”!
Nel suo misterioso amore per noi Dio ci ha scelti.
Forse qualcun altro lo avrebbe saputo servire meglio.
Ma Lui ha voluto noi. E ci domanderà conto di ciò che ci ha dato!
Lui ci ha scelti per stare insieme come per gli Apostoli, mistero d’amore, dono infinito.
Ogni vocazione è un impegno d’amore.
E noi, da questo incontro dobbiamo trovare forza perché la Sua vita entri in noi profondamente!

Il Vangelo di questa domenica racconta del primo incontro di Gesù con alcuni dei suoi futuri discepoli.
 “Cosa cercate”? Dice così Gesù.
 E, forse, sarebbe meglio dire, come vedremo in seguito: “Chi cercate”?

Giovanni e Andrea sono le due prime vocazioni; abbandonano il più grande dei profeti in terra, per seguire l’unico Messia.
Ognuno ha il suo compito in una vocazione. Qui parliamo di due giovani pescatori, discepoli di Giovanni, tirati su dalla rude scuola del Battista, abituati all'austerità e alla preghiera. Gesù li sceglie: uno, Andrea, imiterà il Cristo crocifisso, l’altro, Giovanni, sarà il confidente degno di prendere in consegna, sotto la croce, il tesoro grande che è Maria Santissima.

L’”agnello di Dio” alla loro domanda: “Rabbì dove dimori?”, rivolge loro un invito: “Venite e vedrete”. Pare vederlo sorridente, Gesù, che non risponde dando indicazioni ma chiede di andare con Lui.
Alle quattro del pomeriggio la vita dei due muta completamente. Quell'ora sarà indimenticabile per i due discepoli, fulminati da un incontro magnifico e misterioso.

È ciò che accade a chi incontra davvero Gesù! I due erano già consapevoli, prima di parlare con il Messia, dato che non pongono quesiti banali, tipici di chi non ha idee chiare, ma l’unica domanda che tutti noi vorremmo fare a Gesù, quella domanda che da oltre duemila anni si pone ogni persona che accoglie davvero il messaggio evangelico:
Dove abiti Signore? Dov'è possibile incontrarti per vivere con te, nella perfetta intimità, nella assoluta comunione.

Dov'è Dio?
 Possiamo scoprirlo solo se abbiamo il cuore del pellegrino, se diventiamo disponibili a cambiare vita all'istante, proprio come fanno gli apostoli che lasciano tutto alle spalle, se cambiamo vita senza troppe storie, convinti da una parola, da uno sguardo che conquista. Forse anche noi avremmo bisogno di un Giovanni Battista, di qualcuno che ci mostra l’agnello di Dio, di un testimone credibile che ci indirizzi.
Perché, lo sappiamo, Gesù, anche a noi, chiede: “Cosa cercate”?

Sicuramente risponderemmo: gioia, felicità, vera pace del cuore e sapienza dell’anima.

Lo spunto di questa meditazione allora è: Dove trovare la felicità?
Forse nei beni terreni dell’amore, del piacere, del denaro, del successo o del potere?
Sappiamo in cuor nostro di non poterci appoggiare a queste cose effimere che, al massimo, possono darci ebbrezze passeggere, perché nel tempo andranno perdute.
Ecco che diventa chiaro che la ricerca non è in qualcosa ma in qualcuno. Gesù non ci propone un qualcosa ma Lui stesso.

Preghiamo per far si che la nostra ricerca di vita consista nel costante desiderio di prendere dimora accanto a Dio.

L’affascinante racconto della vocazione di Samuele, colpisce sempre per la costruzione e la suspense della storia. La madre lo aveva condotto, sin dalla giovane età, al santuario di Silo, lì dove era custodita l’Arca dell’Alleanza, lo aveva affidato a Eli il sacerdote, per consacrarlo al Signore. Mentre dorme il ragazzo viene svegliato per ben tre volte da una voce che lo chiama. Anche il sacerdote, ormai con il cuore indurito e lontano da Dio, impiega molto per capire la natura della voce.
Dio chiama e noi ascoltiamo?
Il frutto più prezioso che produce l’uomo che ascolta è quello di rendere reale la Parola del Signore per se e per gli altri. Siamo pronti all’ascolto come Samuele, usciamo dall'abitudine di una vita senza sorprese.
Dio chiama ininterrottamente ma c’è qualcuno pronto ad ascoltare. In quel tempio, forse, occorreva l’arrivo del giovane Samuele perché la Parola fosse ascoltata.

Nella seconda lettura, Paolo parla alla comunità di Corinto.
Qui vi era un gruppo di cristiani che si credevano perfetti e maturi.
Di fronte al sesso propongono ascetismo completo, astinenza sessuale assoluta e incondizionata.
C’è qualcuno, al contrario, che parla di sessualità senza freni in nome di una pretesa irrilevanza rispetto alla salvezza data in Cristo.
Paolo chiede semplicemente coerenza con il fondamento della vita cristiana, la redenzione ricevuta: “Siete stati comprati a caro prezzo”, ricorda, alludendo al dolore patito dal Cristo crocifisso.
Non dobbiamo dimenticare, ricorda l’apostolo, che i nostri corpi sono membra del Cristo e che noi dimoriamo in Lui e Lui in noi.

Ecco l’esigenza di una vita che rifugga ogni genere di impurità, ogni disordine sessuale, ogni peccato contro il proprio corpo, tempio dello Spirito.

sabato 10 gennaio 2015

Battesimo di Nostro Signore Gesù: anno B

Letture: Is 55,1-11; Is 12,2-6; 1 Gv 5,1-9; Mc 1,7-11 

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 1,7-11. 
In quel tempo, Giovanni predicava dicendo: «Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo». In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, uscendo dall'acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba. E si sentì una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto». 

 Perché Gesù si fa battezzare?

La novità del Dio cristiano consiste nel fatto che Egli non è un Dio che rimane lontano, in cielo, a impartire disposizioni e a controllare chi le osserva e chi le trasgredisce, ma si fa uno di noi. Quest’anno è Marco a raccontarci l’episodio del Battesimo di Gesù sul Giordano.
Lo fa con la sua consueta sobrietà.
Non racconta, infatti, niente della nascita di Gesù a Betlemme, né della sua permanenza nella Sacra Famiglia. L’incarnazione in un certo qual modo avviene nel Giordano, all’inizio della vita pubblica, quando la venuta del Salvatore tra di noi diventa operativa. La riflessione iniziale è soprattutto sul nostro battesimo. Esso infatti ci impegna a vivere la stessa vita di Gesù, iniziata proprio sulle rive del Giordano.
Volendo fare un parallelo più esatto, il battesimo di Gesù nel Giordano è la nostra cresima, cioè l’impegno di vivere da cristiani dopo l’iniziazione alla vita della Chiesa.

Una seconda riflessione: L'epifania, celebrata pochi giorni fa, a differenza di quanto comunemente si pensa, non è la festa dei Re Magi.
Epifania significa manifestazione; la festa - dopo il Natale che celebra il fatto della nascita di Gesù - vuole ricordare il perché egli è nato: non è tra noi per restare nascosto, o per rivelarsi a qualche privilegiato, ma per farsi conoscere da tutti, perché tutti possano beneficiare di quello che il Figlio di Dio è venuto a compiere.
Vuole manifestarsi: l'ha fatto con i Magi, prima di loro con i pastori, e dopo di loro con i dottori nel tempio Mancavano all'appello le folle.

Ecco il senso del Battesimo, è un’altra epifania, la manifestazione del Signore, dopo anni di anonimato nel chiuso della Sacra Famiglia.
Il contesto in cui avviene l’episodio è in fermento. Il regno di Davide è crollato, il discendente che, secondo la Legge è il padre di Gesù, altri non è che un artigiano galileo in una terra prevalentemente pagana.
Movimenti, speranze e aspettative contrastanti determinano il clima politico e religioso. Ci sono gli Zeloti, uomini pronti al terrore e alla violenza pur di ripristinare la libertà di Israele. Del gruppo terroristico fanno parte anche due dei futuri dodici apostoli, Simone lo zelota e Giuda Iscariota. Ecco poi, i Farisei che vivono con assoluta precisione i dettami della Torah, tenendosi lontani dall’invadente cultura ellenistico romana.
Altra cosa sono, naturalmente, i Sadducei che comprendono al loro interno, gli aristocratici e la classe sacerdotale, uomini che vivono nel continuo compromesso tra vita giudaica e potere romano. Tutto un mondo a parte, infine, gli Esseni che, nel deserto di Giuda, si raccolgono in comunità monastica, lontani da un mondo a loro dire, corrotto e vizioso.
Da questa comunità proviene il Battista e. forse, anche Gesù. Giovanni, in questo mondo così variegato e in tumulto, porta una grande novità: il Battesimo a cui invita tutti è ben altro che le solite abluzioni religiose.
Non è ripetibile e porta con se l’attuazione di una svolta concreta per un vita nuova e santa. Tutti i Vangeli descrivono la missione del Battista con il passo di Isaia:
 “Una voce grida nel deserto, preparate la via del Signore …”.

Marco, in questa domenica di solennità, aggiunge anche un passo ripreso dal profeta Malachia (3,1): “Ecco il mando il mio messaggero davanti a te, egli preparerà la strada …”.

La figura di Giovanni aveva destato grande impressione essendo ormai ritenuto da tutti un grande profeta. Le parole di Marco paiono sdoganare la grandezza del Battista nell'immaginario collettivo: “Accorreva a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme per farsi battezzare da lui nel Giordano, confessando i loro peccati …” (1,5).

Nell'immergersi dell’acqua c’è l’implicito riferimento alla purificazione. I grandi fiumi, Nilo, Eufrate, Tigre e Giordano, sono i dispensatori di vita. Si annuncia con questo grande profeta, di nuovo un agire potente di Dio nella storia. Lui battezza in acqua, con un gesto di immersione, espressione del pentimento dei peccati. Ma occorre ben altro per liberarsi dalle scorie maligne. Ecco che è presente in mezzo a loro il più Grande, dice il Battista, colui il quale può battezzare in Spirito Santo e fuoco ed espiare il male nell'animo di tutti. Una curiosità: il Battesimo si svolge a Betania, di là dal Giordano, da non confondere con Betania, sobborgo di Gerusalemme. Qui, nella parte est del Giordano i geologi assicurano che siamo nel punto più basso della terra (400 m. sotto il livello del mare). La scelta di iniziare di lì la vita pubblica non può essere casuale. Gesù, venuto dalle altezze del cielo per liberare l’uomo, è sceso fin nell'abisso più profondo per mostrare che vuole la salvezza di ogni uomo, anche del più derelitto. Dio non abbandona nessuno dei suoi figli.
 Nel Vangelo contempliamo anche tutta la teologia della Trinità, del grande mistero del Dio, unico e trino. Insieme al Figlio, incontriamo anche il Padre e lo Spirito Santo sotto forma di colomba.

Meditiamo la figura di Gesù che, pur senza macchia, è in mezzo alla folla di peccatori per ricevere un battesimo di purificazione. In realtà è lì per annunciare la morte dell’uomo vecchio e l’inizio della vita nuova. Il Messia condivide il cammino e la sorte degli uomini. Uomo in mezzo agli uomini, solidale in tutto meno che nel peccato. Facciamo nostra la bella espressione della Liturgia che suona così:“… ha condiviso in tutto, eccetto il peccato, la nostra condizione umana!” Gesù che si mette in coda con i peccatori ci dice che è solidale con la nostra fatica, la nostra miseria, le nostre difficoltà. È la novità del Dio cristiano: non un Dio che rimane lontano, in cielo, a impartire disposizioni e a controllare chi le osserva e chi le trasgredisce, ma uno di noi.

Gesù è l’Emmanuele (Natale) - Venuto per tutti (Epifania) - Per salvarci dal peccato (Battesimo) 

Proviamo a ripensare alla nostra vita sotto la luce del battesimo (conosciamo il giorno del battesimo? Lo festeggiamo?). I
In quel giorno i nostri genitori ci hanno fatto un dono enorme, bellissimo: hanno regalato un piccolo seme, destinato a diventare pianta grande, a condizione di essere coltivato e alimentato. Siamo all'inizio di un nuovo anno e allora alcune domande “stuzzicanti”: Abbiamo coscienza di appartenere a Gesù? Con il battesimo siamo diventati di GESU’ !!!

Alimentiamo la fede con la preghiera, i sacramenti (Confessione ed Eucaristia), la lettura della Parola di Dio, la lotta alla ignoranza della Parola? Viviamo la carità verso gli altri?
Concretamente: in queste feste di Natale abbiamo pensato ai poveri?

La purificazione, la liberazione dal sudiciume del passato che pesa nelle nostre vite, è anche l’obiettivo di ognuno di noi. Siamo, però, capaci di consacrarci alla volontà di Dio, al suo progetto per la nostra vita? Sappiamo imitare, anche nelle minime cose, lo spirito di servizio che anima Gesù nei nostri confronti? Il battesimo del nazareno, è l’esaltazione dello spirito di servizio e la condanna di ogni nostra brama di auto affermazione, di ogni desiderio di dominio. In fondo, non facciamo anche noi la stessa cosa da genitori? Non mettiamo al mondo dei figli, accompagnandoli nella vita fin quando non riescono a camminare da soli e infine li seguiamo da grandi con la preghiera?

Il servizio è indispensabile per il cristiano, da missionario, nel lavoro, in famiglia, ovunque.
Con il servizio agli altri si rinnova perpetuamente il nostro battesimo e le promesse fatte e confermate nella cresima. Il battesimo di nostro Signore è un invito anche a ripensare ai volti cari ai quali dobbiamo riconoscenza senza fine per averci aiutato da piccoli a ricevere il dono della fede: i nostri genitori che hanno chiesto il battesimo per noi, la nonna che per prima ha incrociato le nostre piccole braccia per il segno della croce, la catechista che ci ha insegnato le prime preghiere, il parroco che, con amore, ha trasmesso i contenuti della fede, facendoci crescere cristiani. Il battesimo è la festa della Chiesa la quale altro non è che una grande famiglia pronta ad accogliere tutti noi come figli e discepoli. Abbiamo il compito di neutralizzare gli attacchi e le critiche mosse alla Chiesa.
Se c’è un sacerdote indegno, altri cento lavorano per il Regno di Dio e se non siamo in comunione non siamo nella fede. Senza i fratelli, il battesimo è come annullato, non ci salviamo da soli.
Non possiamo amare Dio senza amare i fratelli.

sabato 29 novembre 2014

L'ATTESA: Prima domenica di Avvento ANNO B

Isaia 63, 16 b-17.19 64, 1-7; 1 Corinti 1,3-9; Marco 13,33-37 

Dal Libro di Isaia: 
Tu, Signore, tu sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità. Siamo diventati come coloro su cui tu non hai mai dominato, sui quali il tuo nome non č stato mai invocato. Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti. 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi: 
Fratelli, grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo. Ringrazio continuamente il mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della scienza. 

Dal Vangelo secondo Marco: 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso. E` come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare. Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perché non giunga all'improvviso, trovandovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!". 


L’anno liturgico ciclo A si è appena concluso con l’invito pressante alla vigilanza e alla preghiera perché non è dato sapere quando il Signore ci chiamerà.
 Anche all'inizio dell’anno B e nella prima domenica di Avvento siamo invitati, attraverso le parole dell’evangelista Marco, a “vegliare”, vigilanti nell'attesa.
Questo è il tempo di attesa della nascita di Gesù e dobbiamo prepararci ad accogliere degnamente il Verbo che si incarna in mezzo a noi, tenendo fermo il pensiero sul Signore che viene. Possiamo farlo ritrovando il gusto della preghiera e nell'ascolto della Parola di Dio. Solo così possiamo instaurare un tempo di colloquio intenso con il nostro Creatore.
Attraverso la preghiera e la meditazione possiamo vivere costantemente la tensione buona dell’attesa, tenendo accesa in noi la lampada del desiderio del Signore. L’attesa operosa è foriera di cose nuove e sante.
Nella nostra vita ci prepariamo sempre ad un evento nuovo per poter poi godere di quella situazione quando arriva.
È stato così per l’attesa di un figlio, per il nostro matrimonio, o quando abbiamo programmato una vacanza tanto agognata.
Mesi di pensieri, sogni, desideri, anticipando gioie, gesti, parole e situazioni. È così anche per l’incontro con la persona amata, Gesù Salvatore.
Viviamo nella fiducia che esso sarà realtà.

Ecco l’invito dell’Avvento e del brano evangelico di Marco.
L’attesa ci impegna a orientare le nostre scelte funzione dell’incontro per dare senso e compimento al nostro agire. Qualcuno potrà vedere nelle parole evangeliche:
 “Vigilate perché non sapete quando sarà il momento preciso”, qualcosa di minaccioso e oscuro. Tutt'altro!
Il giorno e l’ora non ci viene detta semplicemente perché ogni momento della nostra esistenza è quello buono per aprirsi al Vangelo e impegnarvi la vita.
Non dobbiamo essere condizionati o, peggio, ossessionati dalle scadenze. Gesù ci vuole viventi e profondamente impegnati nell'ascolto e nel lavorio incessante per edificare il suo Regno sin dalla nostra vita terrena.
L’attesa dell’appuntamento con la salita al Cielo, nel Regno dei Beati, non deve darci ansia, trepidazione, ma gioia immensa e fiducia in Dio.

C’è un secondo insegnamento nel vangelo di Marco. Ci ripete di stare attenti.
Noi prestiamo attenzione a mille cose nella vita, al denaro, alla salute, al divertimento, alla guida in auto, a curare i nostri interessi.
Forse non rimane molta di questa attenzione per il nostro prossimo e per il Signore! Lui passa accanto a noi, nelle sembianze di un povero, di un sofferente e noi, presi dagli affanni e dalle attenzioni di cui sopra, non ce ne curiamo.
Anzi, siamo preda di un pessimismo profondo e non apprezziamo davvero la vita come dono. Riscopriamo quindi la virtù per eccellenza dell’Avvento: la speranza, il guardare con fiducia il futuro e con realismo il presente.
Dio è legato a noi a doppio filo, non può rimanere lontano dal suo servo

La prima bellissima lettura, tratta dagli scritti di Isaia, capitolo 63, ci porta a scoprire l’attesa desiderosa del popolo di Israele per le venuta del Messia, promesso e annunciato come prossimo dai profeti.
C’è un momento di grande intensità che è l’invocazione accorata del versetto 19: “Se tu squarciassi i cieli e discendessi”.
Ancora profonde le parole cariche di desiderio:
“Ritorna per amore dei tuoi servi … mai si udì parlare di un Dio che abbia fatto tanto per chi confida in lui …”. I
l popolo è consapevole del suo peccato!
Chiede perdono con fiducia e dice:
 “Tu sei nostro Padre, noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani”.
 Queste bellissime parole, tutte da rileggere e meditare, ci offrono un suggerimento per la nostra preghiera e contemplazione:
 “Tu, Signore sei nostro Padre”. Tu hai voluto la nostra vita, ci hai affidato i fratelli.
Fa che chiunque venga a noi se ne vada sentendosi meglio perché ha visto la Tua bontà nei nostri occhi.
Non lasciarci cadere in balia del peccato, del sonno spirituale.
Fai che siamo capaci di essere autentici nel servizio, di saper ascoltare l’altro con pazienza, lasciandogli la possibilità di parlare.
Solo nell'atteggiamento dell’umiltà di ascolto potremo scendere dal nostro piedistallo per saper bussare con discrezione nella vita degli altri.
Tu che ci chiami servi, donaci di riconoscerci in Te che ti sei fatto servo per noi. La seconda lettura, tratta dalla prima lettera ai Corinzi di San Paolo, trova l’Apostolo che si rallegra con i cristiani di Corinto, comunità toccata dalla grazia di Dio in abbondanza di doni, perché vivono bene e intensamente l’attesa della venuta del Signore, il quale, quando verrà, li renderà irreprensibili, santi e immacolati.

Possa veramente Gesù, nel venire, fare questo per tutti noi! Purtroppo per noi l’attesa non piace molto al mondo di oggi. Nessuno pensa all'attesa come a una gioia. L’attesa si identifica come perdita di tempo, noia infinita, qualcosa da fuggire. È la cultura del nostro tempo fatta di velocità, di azione. Il verbo predominante è “agire”. Riscopriamo in questo tempo forte, la gioia di lasciare agire in noi quel Dio che non ci abbandona mai. Lasciamo agire la provvidenza, abbandoniamo il controllo esasperato del nostro futuro e viviamo l’attimo presente, l’unico che ci appartiene veramente, donandoci con la preghiera a Dio e con le opere ai fratelli.

Allora si che il nostro Avvento ci porterà cose nuove che andranno oltre le previsioni o l’immaginazione di ognuno di noi.

Ecco che San Paolo sembra dirci, attraverso le parole immortali dedicate ai fratelli Corinzi, che di Dio possiamo fidarci senza paura alcuna. Anche a noi sarà data la grazia che hanno ricevuto i Corinti e ci sarà donata la piena comunione con Lui.
Ma dobbiamo vivere intensamente e profondamente l’attesa.

D'altronde, l’Avvento ci ricorda in primo luogo che il nostro non è un Dio chiuso in se stesso ma è un Dio che viene verso di noi. Ci raggiunge con i Sacramenti, anche negli eventi della nostra vita, nelle prove e nelle sofferenze.
Come potrebbe essere altrimenti? Egli ci ha creato e ha cura di noi, siamo suoi, gli apparteniamo e ci ama profondamente.
 Cogliamo l’occasione per meditare, in questa prima di Avvento, che il Salvatore viene sotto le sembianze dei fratelli più piccoli.

Ecco il senso dell’”Evangeli Gaudium” di Francesco:
 “Usciamo con coraggio dalle nostre comodità, per raggiungere le periferie del mondo, lì dove i fratelli vivono nelle difficoltà”.
Solo così l’Avvento ci legherà profondamente a Gesù che viene. Solo così saremo servi fedeli. Il servo, secondo il Vangelo è uno che scrive sulla sabbia quello che dona e incide sulla pietra quello che riceve, è colui che appartiene alla razza di quanti, dopo aver fatto il loro turno dicono:
“Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”: (Luca 17,10)
Viviamo purtroppo in un lungo inverno di sentimenti inariditi e di narcisismo asfissiante, i cui miti sono l’auto realizzazione a ogni costo, l’auto gratificazione a qualsiasi prezzo. Noi camminiamo contro corrente.
Riscopriamo il Natale a cui ci prepariamo pensando che c’è più gioia nel sentirsi amati che nel venire compensati.