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domenica 1 febbraio 2015

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO B

“Parlerò affinché la spada della Parola di Dio anche per mezzo di me arrivi a trafiggere il cuore del prossimo. Parlerò affinché la Parola di Dio risuoni anche contro di me per mezzo di me”. (Gregorio Magno, da Omelie su Ezechiele 1, 11) 


Libro del Deuteronomio 18,15-20.
Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me; a lui darete ascolto.
Avrai così quanto hai chiesto al Signore tuo Dio, sull'Oreb, il giorno dell'assemblea, dicendo: Che io non oda più la voce del Signore mio Dio e non veda più questo grande fuoco, perché non muoia.
Il Signore mi rispose: Quello che hanno detto, va bene;
io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò.
Se qualcuno non ascolterà le parole, che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto.
Ma il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome una cosa che io non gli ho comandato di dire, o che parlerà in nome di altri dei, quel profeta dovrà morire. 

Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinti 7,32-35.
Fratelli, vorrei che voi foste senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore;
chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie,
e si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito.
Questo poi lo dico per il vostro bene, non per gettarvi un laccio, ma per indirizzarvi a ciò che è degno e vi tiene uniti al Signore senza distrazioni. 

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 1,21-28.
Andarono a Cafarnao e, entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù si mise ad insegnare.
Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi.
Allora un uomo che era nella sinagoga, posseduto da uno spirito immondo, si mise a gridare:
«Che c'entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio».
E Gesù lo sgridò: «Taci! Esci da quell'uomo».
E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.
Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!». 



Deuteronomio è il quinto libro del Pentateuco dopo: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri. Raccoglie, per gran parte delle sue pagine, i discorsi di Mosè pronunciati soprattutto nella pianura di Moab, di fronte a Gerico, il “catino di Dio”, come recita un salmo.
Il profeta pronuncia i suoi sermoni, esortando il popolo a osservare i Comandamenti e a insegnarli diligentemente ai figli. Il grande appello del Deuteronomio è di amare Dio, che tanta bontà mostra al suo popolo. In questo brano,
Deuteronomio parla della presenza necessaria della Parola di Dio in mezzo al popolo e dell’importanza capitale del profeta, di colui il quale porta il messaggio divino agli uomini del suo tempo.

Profeta non è colui il quale predice il futuro, come si è portati a credere, ma è chi presta la sua bocca a Dio, il portavoce della Parola attraverso la predicazione. 
La presenza del profeta è anche scomoda! Spesso svela il male dei cuori, denuncia, accusa. Qualche altra volta, l’oracolo del Signore in realtà approfitta del suo ruolo e della sua autorità, mettendosi al servizio degli altri e di se stesso, abbandonando la vera “Voce”, quella di Dio.
È comunque un segno privilegiato della presenza del Signore che prende l’iniziativa, che vuole rimanere in dialogo con il suo popolo e fa sorgere in seno alla comunità per Sua azione diretta, uomini ispirati:
 “Il Signore tuo Dio susciterà in mezzo a te un profeta”. (v.15). “Io gli porrò in bocca le mie parole” (v.18).

E adesso attualizziamo la Parola per noi! In un mondo assuefatto al vento delle opinioni e al corto respiro della quotidianità, Dio sembra fuori gioco.
Come può il profeta annunciare la salvezza? E chi è il profeta? È un volto qualunque, uno dalla storia banale, un cuore grande, un partigiano del Creatore, appassionato della sorte dell’uomo. È un individuo capace di indicare i sentieri della vita, di suscitare speranza, di dare un supplemento d’anima a tutto ciò che esiste, che porta con se una lucida coscienza della verità, che gli dona il coraggio di denunciare le ingiustizie e smascherare le ipocrisie.
IL PROFETA PER ECCELLENZA, OGGI, E' PAPA FRANCESCO CHE CI PARLA PER BOCCA DI DIO.  

E se fossimo anche noi i chiamati a essere profeti e a portare la Parola agli altri?
Suscitato dal Signore nei frangenti più tumultuosi della storia, con la venuta di Cristo, è profeta ogni battezzato chiamato a essere sale e luce della terra! Sappiamo ascoltare Dio che ci parla? Lottiamo con la preghiera quotidiana e l’assiduità nella Parola, per avere una fede salda e annunciare la buona notizia?
 La profezia ha il suo nemico nell'anonimato. Siamo noi quelli che rinunciamo al ruolo di portavoce divino per vivere nel nostro rassicurante guscio, lontano dagli altri fratelli, il cui destino non ci interpella. Siamo di quelli che non abbiamo tempo e attenzione da dedicare ai fratelli? Seguiamo, si o no, l’invito di Cristo a:
 “Gridare dai tetti quanto è ascoltato all'orecchio” (Lc 12, 3) e a “rendere ragione della speranza” (1Pt3,15)?

Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo ai Corinzi. inizia col dire che desidererebbe per tutti una vita serena così da poter aderire con fede al Signore. Chiaro che la scelta del celibato è un modo più semplice per consacrarsi a Dio. Ciò non significa che Paolo disprezzi la vita matrimoniale né che ci siano ideali di santità diversi tra sposati e celibi. Non è che soltanto nella vita del celibe si intrecci l’appartenenza al Signore. La vita matrimoniale è causa inevitabile di qualche tensione, spiega l’apostolo, che rende più difficile rapportarsi con Dio.
È indubbio, al contrario, che qualche volta, l’asprezza della vita in comune con coniuge e figli, può aiutare di più ad affidarsi alle mani premurose del Padre Celeste. Paolo non intende “gettare un laccio” (v.35), solo illuminare le coscienze su cosa è conveniente per restare uniti al Signore senza distrazioni. Sia che la vita si indirizzi verso il celibato che nella famiglia, la preoccupazione principale deve essere “piacere al Signore”.
 Questo vale per tutti. Lo sposato/a piace al Signore, solo se adempie al dovere di attenzione verso i cari. Con loro condivide il cammino di vita perché sono dono di Dio che si accoglie nella gioia.

Nel Vangelo di Marco iniziano gli insegnamenti di Gesù nelle sinagoghe della Galilea, dove insegna e desta stupore per l’autorevolezza della sua dottrina. (Marco usa la parola insegnare per 15 volte e insegnamento per 5).
Gesù non interpreta la legge ma è Lui la legge, quella nuova che chiede “amore”. La sinagoga era una grande stanza rettangolare con un armadio per i codici della Bibbia e il pulpito dal quale leggerli e commentarli. Proprio in una di queste sinagoghe, quella di Cafarnao, accade il primo miracolo, un esorcismo e la conseguente reazione incredula della gente: “Che è mai questo? Una dottrina nuova! Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono”. (vv21- 28). Le parole di Gesù hanno del sorprendente, niente a che vedere con i sermoni ammuffiti degli scribi. Lui spiega le Scritture come “maestro di vita”.
Le sue sono profezie e non insegnamenti sapienziali, frutto di studi. È un’irresistibile autorità! Cafarnao viene scelta in quanto città di un certo prestigio politico e religioso. Il segno avviene di sabato, giorno sacro per gli Ebrei, come festa della lode e del ringraziamento per la liberazione della schiavitù d’Egitto. Al centro dell’episodio è la guarigione del malato. Il racconto dell’esorcismo colpisce. Gesù rimane quasi in silenzio. Pronuncia il suo “Taci, esci” al demone per far capire che ha il potere su tutto e tutti. Il diavolo riconosce in Lui un personaggio straordinario e unico con: “Io so chi tu sei: il santo di Dio!”.
La guarigione dell’indemoniato non è tanto importante per rimarcare le virtù taumaturgiche del Cristo, ma è lo è soprattutto per il messaggio che porta: la vittoria di Gesù, nostro unico bene, sul male. Il male cerca di intimidire anche noi come accade per Gesù. Ogni cristiano deve saper reagire al demonio che cerca di spiazzare chiunque annullando la dignità delle persone e la loro libertà. Marco esorta a non prendere sottogamba il male. Affrontiamolo, rivestendoci dell’autorità che ci viene da Dio.
Abbiamo la certezza di avere la sua presenza accanto a noi e di essere stati creati “poco meno inferiori a Dio”. Essere certi di questa grandezza non è superbia, essere alteri. È, invece, l’essere consci di un amore divino grande anche se immeritato.

domenica 25 gennaio 2015

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO: CICLO B

Giona 3,1-5.10; Salmo 24; 1Cor7, 29-31; Marco 1, 14-20 

Libro di Giona 3,1-5.10. 
Fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore: "Alzati, và a Ninive la grande città e annunzia loro quanto ti dirò". Giona si alzò e andò a Ninive secondo la parola del Signore. Ninive era una città molto grande, di tre giornate di cammino. Giona cominciò a percorrere la città, per un giorno di cammino e predicava: "Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta". I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo. Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si impietosì riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece. 

Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinti 7,29-31. 
Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d'ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l'avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo! 

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 1,14-20. 
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo». Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito, lasciate le reti, lo seguirono. 


Continua il tempo ordinario della Chiesa nell’Anno B, ma queste domeniche di ordinario non hanno un bel niente.
La settimana scorsa la liturgia ci ha proposto una straordinaria riflessione sul senso della vita, sulla capacità di rispondere alla chiamata del Signore per essere davvero suoi discepoli e non solo con la bocca.

Anche oggi la Parola ci offre tante sollecitazioni per vivere nel nome del Signore.

Mentre la scorsa settimana la parola chiave era : Chiamata, in questa terza settimana è: Conversione! 

Infatti, la domenica oltre a coincidere con la fine della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ricorda anche la grande festa della Conversione di San Paolo. In queste domeniche, si proclama il Vangelo di Marco. È il più sintetico dei quattro evangelisti ma, certamente, il più vicino alla vicenda terrena del Cristo, essendo il suo scritto, frutto della testimonianza del primo degli Apostoli, Simon Pietro. Gesù, qui, parla pochissimo.
Proclama il Vangelo (il Kerussein) senza fronzoli perché si tratta di credere o non credere in Lui prima ancora che nel suo insegnamento, prorpio come fanno i quattro discepoli del brano di questa domenica. Accogliamo in maniera profonda l’appello di Gesù che ci chiede di invertire la rotta e credere profondamente al Vangelo. Cristo ci chiede non una conversione di penitenza e digiuno, ma di consacrare davvero la nostra esistenza a Lui.

Nella prima lettura, il profeta Giona anticipa, nella sua predicazione e nella risposta dei Niniviti al messaggio di Dio, questa esigenza di conversione.
 La condotta di Ninive ci offre un primo insegnamento: è necessario imparare a rispondere con fede docile al Signore non soltanto con la bocca, ma soprattutto con il cuore. Dobbiamo essere capaci di passare attraverso un mutamento radicale della condotta, per ricevere, come accade agli abitanti di Ninive, il perdono e trovare la via della vita.

La conversione è una dialettica tra parola e silenzio: Dio, da una parte, parla come ha fatto con il giovane Samuele, di notte nel silenzio; dall’altra l’esperienza di Lui porta al silenzio tutto il resto. Occorre però nella conversione un cuore di carne come ricorda il salmo 95,8:
“Oggi se udite la sua voce non indurite il cuore”.
Il libro di Giona è da leggere tutto d’un fiato. È una novella deliziosa, un romanzo didattico del Vecchio Testamento di soli quattro capitoli, scritto probabilmente tra il 500 e il 400 a.C. Fa parte dei dodici piccoli libri dei profeti cosiddetti “minori”, scritti tra l’VIII e il IV secolo.
Sono minori perché si tratta di libri molto più brevi dei quattro profeti maggiori, Isaia, Geremia Ezechiele e Daniele. Parliamo di Osea, Gioele, Amos, Malachia, Zaccaria, Sofonia, Abacuc e altri. Giona è un personaggio fra i più malintesi, anche favolistico.
Pretende di piegare Dio alle sue vedute: non vuol seguire la chiamata a partire secondo le indicazioni del Signore, per ad andare verso la grande città a portare il suo messaggio.
Piuttosto si dirige decisamente verso la direzione opposta. Il profeta ha prima bisogno di convertire se stesso, poi può adempiere alla missione di portare conversione gli altri. Non è forse quello che viene chiesto a noi? Come possiamo condurre i fratelli a Dio, se non abbiamo un cuore di carne dentro di noi? Tutto il racconto non parla tanto della conversione di Ninive, ma di quella a cui Dio intende condurre Giona.
Il nostro Signore si prende cura dei vicini e dei lontani – ci dice questo libro - non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva così come accade per il religioso e fondamentalista Giona che incontrerà la novità del suo Dio che tanto lo ama.
Il soggiorno nel ventre del pesce e il suo rigenerarsi dai peccati per donarsi all'ascolto di Dio, ci fa capire come il Signore ci insegue per farci tornare pienamente a Lui. Ne inventa di ogni colore per darci salvezza.
Il racconto della conversione di Ninive ha anche un’allegorie: tre giorni per girare la città per intero, un numero che richiama il tempo di Giona nel ventre della balena, ma anche i tre giorni della morte nel sepolcro di Cristo!

Nella Seconda lettera ai Corinzi due sono le frasi importanti che aiutano a chiarire il rapporto che noi cristiani dobbiamo avere con la realtà mondana:
 “Il tempo si è fatto breve” (v.29) e “Passa la scena di questo mondo”.
Paolo non intende il tempo in senso cronologico ma come momento favorevole (il Kairos), l’occasione per delle nuove opportunità. Paolo non è un menagramo, predicatore di apocalissi o di fine del mondo. Al contrario, manda un messaggio di speranza e consolazione. Noi siamo chiamati a vivere nella vigilanza, prendendo correttamente la distanza dalla realtà terrena, vivendo si nel mondo ma con lo stile di chi porta con se il Signore. Sono cinque le volte in cui si dice di vivere “come se non”… è l’invito pressante della conversione, del distacco per quanto possibile delle cose terrene, per riempire il tempo della presenza di Cristo.

Chiediamo allo Spirito di illuminarci sul senso dello scritto di Paolo. È chiaro il significato di quelli che piangono … gioiscono … ma quanto è sibillina la frase:
“Il tempo si è fatto breve; ora innanzi quelli che hanno moglie vivano come se non l’avessero”? Abbiamo bisogno di comprendere che noi coniugi siamo chiamati a realizzare il progetto di Dio attraverso l’unione ma senza perdere lo spirito del pellegrino e del forestiero perché la vera patria la incontreremo nell'eternità.
I nostri figli, il nostro partner non sono nostri, né apparteniamo a questo mondo dove tutto è labile. È così anche per chi è nello stato di figlio, lavoratore o missionario. Ognuno ha il suo ruolo, il suo compito assegnato. Viviamo con gioia questi attimi passeggeri, non disprezziamo la concretezza, insegna Paolo, ma non dimentichiamo l’Assoluto .

Il Vangelo di Marco narra, con la consueta veste asciutta, le altre chiamate lungo il mare di Galilea, dei discepoli.
All'inizio del brano, l’evangelista offre le coordinate, per vivere in profondità, la lieta notizia che Gesù è venuto a portare:
 “Il tempo è compiuto, il Regno di Dio si è fatto vicino. Convertitevi e credete al Vangelo” (v.15)

C’è da notare una particolarità.
Finora abbiamo visto tanta gente uscire di casa per recarsi sulle rive del Giordano a trovare il Battista e un battesimo. Ora è Gesù stesso che si reca dove la gente vive la sua esistenza. Ecco il venire di Dio in mezzo all'umanità, il farsi incontro del Signore agli uomini.
Questo può accadere solo se gli ascoltatori credono e si convertono.
Se l’uscio del nostro cuore rimane chiuso sarà impossibile per Gesù raggiungerci. Il Vangelo continua con il racconto della chiamata ai primi discepoli, con le due coppie di fratelli, Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni.
Ai primi due, Gesù dice: “Seguitemi e vi farò pescatori di uomini”. Simone riceve il nome di Cefa, cioè Pietro e avrà un dono grande e gravoso dal Signore:
“Pasci le mie pecore e i miei agnelli”.
Anche a noi, Gesù mostra il suo piano divino nei nostri confronti.
Esso tiene conto delle doti di ognuno di noi. Non ci viene chiesto l’impossibile ma, per un mistero insondabile, non si interessa delle nostre inevitabili debolezze. Dio ci sceglie ma la sua chiamata esige decisione. Anche per noi, come per gli apostoli, non conta il passato, né il futuro.
Conta l’oggi, il presente che abbiamo tra le mani.
Anche a noi ci viene detto: “Sarete pescatori di uomini”.
Li dovremo conquistare a Dio non con lenze ed esche ma con testimonianza di vita, sul grande modello di Gesù infallibile testimone.
 Anche la chiamata di Giacomo e Giovanni porta con se un insegnamento.
Si legge: “… lasciarono la barca con il padre e i garzoni e lo seguirono”.
Erano persone agiate, avevano dipendenti e una piccola impresa di pesca ben organizzata. Gesù li toglie da questo benessere perché sa che è una condizione che prima o poi finirà. La sua è una chiamata per la vita eterna!
 Un bene molto più grande è sempre pronto anche per noi. Solo che spesso non ce ne rendiamo conto. Noi non guardiamo oltre la punta del naso, Dio è lungimirante!

Per la nostra preghiera:
O Signore Gesù ci chiami incessantemente alla conversione,
ci insegni continuamente a saper approfittare del tempo propizio concessoci.
Non permettere che ci distraiamo.
Mantieni i nostri cuori consacrati a te e nello stato di vita a cui Tu ci hai chiamati.
Vogliamo piacerti, capiamo che questa è l’unica cosa della quale vale veramente la pena di preoccuparsi.

Aiuta noi e le nostre famiglie a capire tutto questo.

venerdì 16 gennaio 2015

II DOMENICA TEMPO ORDINARIO, CICLO B. domenica 18 gennaio 2015

Prima lettura: 1 Sam 3, 3b-10. 19 
Ma il Signore chiamò di nuovo: «Samuele!» e Samuele, alzatosi, corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Ma quegli rispose di nuovo: «Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire!». In realtà Samuele fino allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore. Il Signore tornò a chiamare: «Samuele!» per la terza volta; questi si alzò ancora e corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovinetto. Eli disse a Samuele: «Vattene a dormire e, se ti si chiamerà ancora, dirai: Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta» . Samuele andò a coricarsi al suo posto. Venne il Signore, stette di nuovo accanto a lui e lo chiamò ancora come le altre volte: «Samuele, Samuele!». Samuele rispose subito: «Parla, perché il tuo servo ti ascolta». Samuele acquistò autorità poiché il Signore era con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole. 

Seconda lettura: 1 Cor 6, 13c-15a. 17-20 
Fratelli, il corpo non è per l'impudicizia, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo. Dio, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza. Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo e ne farò membra di una prostituta? Non sia mai! Ma chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito. Fuggite la fornicazione! Qualsiasi peccato l'uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dá alla fornicazione, pecca contro il proprio corpo. O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo! 

Vangelo: Gv 1,35-42 
In quel tempo, Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!». E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?». Gli risposero: «Rabbì (che significa maestro), dove abiti?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio. 


Oggi il tema è “la chiamata”!
Nel suo misterioso amore per noi Dio ci ha scelti.
Forse qualcun altro lo avrebbe saputo servire meglio.
Ma Lui ha voluto noi. E ci domanderà conto di ciò che ci ha dato!
Lui ci ha scelti per stare insieme come per gli Apostoli, mistero d’amore, dono infinito.
Ogni vocazione è un impegno d’amore.
E noi, da questo incontro dobbiamo trovare forza perché la Sua vita entri in noi profondamente!

Il Vangelo di questa domenica racconta del primo incontro di Gesù con alcuni dei suoi futuri discepoli.
 “Cosa cercate”? Dice così Gesù.
 E, forse, sarebbe meglio dire, come vedremo in seguito: “Chi cercate”?

Giovanni e Andrea sono le due prime vocazioni; abbandonano il più grande dei profeti in terra, per seguire l’unico Messia.
Ognuno ha il suo compito in una vocazione. Qui parliamo di due giovani pescatori, discepoli di Giovanni, tirati su dalla rude scuola del Battista, abituati all'austerità e alla preghiera. Gesù li sceglie: uno, Andrea, imiterà il Cristo crocifisso, l’altro, Giovanni, sarà il confidente degno di prendere in consegna, sotto la croce, il tesoro grande che è Maria Santissima.

L’”agnello di Dio” alla loro domanda: “Rabbì dove dimori?”, rivolge loro un invito: “Venite e vedrete”. Pare vederlo sorridente, Gesù, che non risponde dando indicazioni ma chiede di andare con Lui.
Alle quattro del pomeriggio la vita dei due muta completamente. Quell'ora sarà indimenticabile per i due discepoli, fulminati da un incontro magnifico e misterioso.

È ciò che accade a chi incontra davvero Gesù! I due erano già consapevoli, prima di parlare con il Messia, dato che non pongono quesiti banali, tipici di chi non ha idee chiare, ma l’unica domanda che tutti noi vorremmo fare a Gesù, quella domanda che da oltre duemila anni si pone ogni persona che accoglie davvero il messaggio evangelico:
Dove abiti Signore? Dov'è possibile incontrarti per vivere con te, nella perfetta intimità, nella assoluta comunione.

Dov'è Dio?
 Possiamo scoprirlo solo se abbiamo il cuore del pellegrino, se diventiamo disponibili a cambiare vita all'istante, proprio come fanno gli apostoli che lasciano tutto alle spalle, se cambiamo vita senza troppe storie, convinti da una parola, da uno sguardo che conquista. Forse anche noi avremmo bisogno di un Giovanni Battista, di qualcuno che ci mostra l’agnello di Dio, di un testimone credibile che ci indirizzi.
Perché, lo sappiamo, Gesù, anche a noi, chiede: “Cosa cercate”?

Sicuramente risponderemmo: gioia, felicità, vera pace del cuore e sapienza dell’anima.

Lo spunto di questa meditazione allora è: Dove trovare la felicità?
Forse nei beni terreni dell’amore, del piacere, del denaro, del successo o del potere?
Sappiamo in cuor nostro di non poterci appoggiare a queste cose effimere che, al massimo, possono darci ebbrezze passeggere, perché nel tempo andranno perdute.
Ecco che diventa chiaro che la ricerca non è in qualcosa ma in qualcuno. Gesù non ci propone un qualcosa ma Lui stesso.

Preghiamo per far si che la nostra ricerca di vita consista nel costante desiderio di prendere dimora accanto a Dio.

L’affascinante racconto della vocazione di Samuele, colpisce sempre per la costruzione e la suspense della storia. La madre lo aveva condotto, sin dalla giovane età, al santuario di Silo, lì dove era custodita l’Arca dell’Alleanza, lo aveva affidato a Eli il sacerdote, per consacrarlo al Signore. Mentre dorme il ragazzo viene svegliato per ben tre volte da una voce che lo chiama. Anche il sacerdote, ormai con il cuore indurito e lontano da Dio, impiega molto per capire la natura della voce.
Dio chiama e noi ascoltiamo?
Il frutto più prezioso che produce l’uomo che ascolta è quello di rendere reale la Parola del Signore per se e per gli altri. Siamo pronti all’ascolto come Samuele, usciamo dall'abitudine di una vita senza sorprese.
Dio chiama ininterrottamente ma c’è qualcuno pronto ad ascoltare. In quel tempio, forse, occorreva l’arrivo del giovane Samuele perché la Parola fosse ascoltata.

Nella seconda lettura, Paolo parla alla comunità di Corinto.
Qui vi era un gruppo di cristiani che si credevano perfetti e maturi.
Di fronte al sesso propongono ascetismo completo, astinenza sessuale assoluta e incondizionata.
C’è qualcuno, al contrario, che parla di sessualità senza freni in nome di una pretesa irrilevanza rispetto alla salvezza data in Cristo.
Paolo chiede semplicemente coerenza con il fondamento della vita cristiana, la redenzione ricevuta: “Siete stati comprati a caro prezzo”, ricorda, alludendo al dolore patito dal Cristo crocifisso.
Non dobbiamo dimenticare, ricorda l’apostolo, che i nostri corpi sono membra del Cristo e che noi dimoriamo in Lui e Lui in noi.

Ecco l’esigenza di una vita che rifugga ogni genere di impurità, ogni disordine sessuale, ogni peccato contro il proprio corpo, tempio dello Spirito.

sabato 13 dicembre 2014

III DOMENICA AVVENTO: CICLO B

Isaia 61,1-2°.10-11; 1 Tessalonicesi 5,16-24; Giovanni 1,6-8.19-28 
 “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio”.

Dal libro del profeta Isaia 
Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; 
mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai poveri, 
a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, 
la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di misericordia del Signore. 
Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio ... 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi 
Fratelli, state sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. 
Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male. 
Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione ...

Dal Vangelo secondo Giovanni 
Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. 
Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. 
Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce. 
E questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: “Chi sei tu?”. Egli confessò e non negò, e confessò: “Io non sono il Cristo”. Allora gli chiesero: “Che cosa dunque? Sei Elia?”. Rispose: “Non lo sono”. “Sei tu il profeta?”. Rispose: “No”. Gli dissero dunque: “Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?” Rispose: “Io sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia”. Essi erano stati mandati da parte dei farisei. Lo interrogarono e gli dissero: “Perché dunque battezzi se tu non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?”. Giovanni rispose loro: “Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, uno che viene dopo di me, al quale io non son degno di sciogliere il legaccio del sandalo”. 

La domanda da porsi preliminarmente è: Diamo la giusta importanza alla venuta del Cristo nel mondo?.
Se lo facessimo davvero, allontanando da noi tutta il terribile sfruttamento mediatico e commerciale del Natale, potremmo dire di essere davvero nella gioia.
È, infatti, la domenica della gioia!
Il Signore è vicino e la Chiesa ci invita a pregustare la gioia del Natale.
Tutta la liturgia è tesa alla comunicazione della felicità per l’incontro ormai prossimo con il Salvatore.
Se dovessimo condensare in tre atteggiamenti la nostra preparazione all'evento della nascita di Gesù dovremmo guardare attentamente alla seconda lettura di Paolo che suggerisce le parole: gioia, preghiera e gratitudine.

Cercheremo di comprendere il significato profondo dell’invito alla gioia che non è soltanto personale ma che deve essere esteso a tutti attraverso di noi, testimoni di luce tra le tenebre e la tristezza che non mancano in questo mondo.
Ecco, subito, l’annuncio vitale del Vangelo di Giovanni, primo capitolo: il Battista non è soltanto una figura ascetica, concetto sul quale si soffermano molto i Sinottici, ma è un testimone e lo sarà fino al martirio. Giovanni dopo il prologo, narra di sette giorni di Gesù, in cui nell'ultimo, il settimo, si racconta della testimonianza del Battista.
L’allegoria appare chiara: sette sono i giorni della creazione e della sua luce, raccontata da Genesi,(1,3), sette i giorni narrati e nell'ultimo si testimonia della Luce che invade i cuori degli uomini come in una nuova creazione!
Il più “grande dei profeti in terra”, ai sacerdoti e i leviti, inviati dai farisei di Gerusalemme per indagare, attesta che non è lui il Cristo che salva, non è neanche Elia redivivo.
È soltanto “voce di uno che grida nel deserto”, ricordando le parole di Isaia.
La missione del profeta provocava perplessità, qualcuno lo credeva il Messia, altri un facinoroso, anche un tantino pericoloso.
Ecco il senso della commissione di esperti, inviati per capire il senso della vita austera di quest’uomo. Anche noi, dando forte testimonianza ad un mondo distratto e peccaminoso, corriamo il rischio di non essere capiti, di essere visti come persone assurde.
 La sua testimonianza va fino all'estremo quando proclama le famose parole:
“Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere, io diminuire”.

Gioia e testimonianza, gioia che viene dalla testimonianza! il grande significato di questa domenica? Siamo invitati ad esultare perché ci è stato affidato il grande onore e onere di testimoniare la Luce che viene nel mondo.
Dobbiamo testimoniare ma senza inorgoglirci, nell'umiltà di chi sa di essere servo inutile e di essere destinato a diminuire.
Prendiamo esempio da Giovanni Battista. La sua è abnegazione totale. Negare se stesso è condizione irrinunciabile per fare posto al Signore.
In questo Natale cerchiamo di fare vuoto in noi stessi per perché ci sia spazio per il nostro Creatore. Giovanni Battista sembra dirci che il nostro istinto e bisogno di salvezza, cioè pienezza di vita, di pace e di gioia, è possibile solo in comunione con Dio.
Ecco il senso dell’invito a “preparare la via del Signore”, ad aprire le porte dei nostri cuori.

La prima lettura tratta dal Libro di Isaia, capitolo 61, è famosa anche perché i primi versetti di questo oracolo, in cui il profeta parla in prima persona come se ricordasse la sua personale vocazione, verranno poi proclamati da Gesù agli allibiti farisei della sinagoga di Nazaret.
Le parole fanno intendere chiaramente, da parte di chi le pronuncia, che è colmo di Spirito Santo.
Lo capiamo bene grazie a due verbi: “Mi ha consacrato” e “mi ha inviato”.
Cinque secoli dopo, Gesù dirà che la salvezza annunciata da Isaia ora diventa possibile grazie alla Sua venuta. Niente è impossibile a Dio. La missione del Salvatore ha lo scopo di “fasciare le piaghe dei cuori spezzati, proclamare la libertà degli schiavi e la scarcerazione dei prigionieri …”. La gioia del profeta prorompe contagiosa nella domenica del “gaudere”! “Io gioisco pienamente nel Signore”. E l’antifona dì’ingresso fa l’eco: “Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi sempre. Il Signore è vicino”. (Fil 4,4-5).

Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo ai Tessalonicesi, ma anche a noi, suggerisce come attendere la venuta del Signore.
Gli atteggiamenti che dovrebbero essere abituali, ora sono indispensabili: gioia, preghiera e rendimento di grazia per i tanti doni e benefici ricevuti nella vita. In frasi semplici ma di grande profondità, l’uomo di Dio ricorda come deve essere la vita quotidiana del discepolo. È necessario vivere nella luce di chi attende il Redentore, cercando la volontà di Dio, non spegnendo lo Spirito, con grande impegno incessante, combattendo la “buona battaglia” con la preghiera perseverante che ci fa entrare in profonda relazione con il Signore. Viviamo quindi la Parola di questa domenica ripetendoci spesso le parole di Isaia 61,10: “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio”.

Nel Regno del Signore non può mancare la gioia perché un cristiano triste perennemente non è tale. La vita cristiana è beatitudine che non si smentisce mai.
Frequentiamo quindi con assiduità il Vangelo, la buona novella che ci viene donata e preghiamo lo Spirito di venire in noi e farci diventare gioia, preghiera, ringraziamento e carità.

Per la contemplazione personale:
Quasi tutti gli uomini vivono di apparenza. Vorremmo sembrare quello che non siamo, migliori degli altri, più bravi, più belli, più intelligenti, più … più … In verità vorremmo sempre essere al di sopra degli altri, punto di riferimento per tutti e questo ci dona tutt'altro che la pace desiderata. L’esempio del Battista è fulgido: “Io non sono”, dice a chi gli chiede di affermare la sua personalità. Anzi … “non sono degno di slacciare i lacci dei calzari …”.
Utilizziamo il seme dell’umiltà e diciamo anche noi: “Non sono”!
Riempiamo la nostra vita di atti di umiltà, evitiamo di voler apparire, mettendoci nelle retrovie della vita. Fai che impariamo dal Battista a vincere l’orgoglio perché solo così possiamo preparare la via alla Tua venuta. Amiamo davvero i nostri fratelli, doniamo noi stessi agli altri anche solo con un sorriso, con un gesto. Avremo in cambio pace del cuore, beatitudine dell’anima in eterno.

sabato 29 novembre 2014

L'ATTESA: Prima domenica di Avvento ANNO B

Isaia 63, 16 b-17.19 64, 1-7; 1 Corinti 1,3-9; Marco 13,33-37 

Dal Libro di Isaia: 
Tu, Signore, tu sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità. Siamo diventati come coloro su cui tu non hai mai dominato, sui quali il tuo nome non č stato mai invocato. Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti. 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi: 
Fratelli, grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo. Ringrazio continuamente il mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della scienza. 

Dal Vangelo secondo Marco: 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso. E` come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare. Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perché non giunga all'improvviso, trovandovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!". 


L’anno liturgico ciclo A si è appena concluso con l’invito pressante alla vigilanza e alla preghiera perché non è dato sapere quando il Signore ci chiamerà.
 Anche all'inizio dell’anno B e nella prima domenica di Avvento siamo invitati, attraverso le parole dell’evangelista Marco, a “vegliare”, vigilanti nell'attesa.
Questo è il tempo di attesa della nascita di Gesù e dobbiamo prepararci ad accogliere degnamente il Verbo che si incarna in mezzo a noi, tenendo fermo il pensiero sul Signore che viene. Possiamo farlo ritrovando il gusto della preghiera e nell'ascolto della Parola di Dio. Solo così possiamo instaurare un tempo di colloquio intenso con il nostro Creatore.
Attraverso la preghiera e la meditazione possiamo vivere costantemente la tensione buona dell’attesa, tenendo accesa in noi la lampada del desiderio del Signore. L’attesa operosa è foriera di cose nuove e sante.
Nella nostra vita ci prepariamo sempre ad un evento nuovo per poter poi godere di quella situazione quando arriva.
È stato così per l’attesa di un figlio, per il nostro matrimonio, o quando abbiamo programmato una vacanza tanto agognata.
Mesi di pensieri, sogni, desideri, anticipando gioie, gesti, parole e situazioni. È così anche per l’incontro con la persona amata, Gesù Salvatore.
Viviamo nella fiducia che esso sarà realtà.

Ecco l’invito dell’Avvento e del brano evangelico di Marco.
L’attesa ci impegna a orientare le nostre scelte funzione dell’incontro per dare senso e compimento al nostro agire. Qualcuno potrà vedere nelle parole evangeliche:
 “Vigilate perché non sapete quando sarà il momento preciso”, qualcosa di minaccioso e oscuro. Tutt'altro!
Il giorno e l’ora non ci viene detta semplicemente perché ogni momento della nostra esistenza è quello buono per aprirsi al Vangelo e impegnarvi la vita.
Non dobbiamo essere condizionati o, peggio, ossessionati dalle scadenze. Gesù ci vuole viventi e profondamente impegnati nell'ascolto e nel lavorio incessante per edificare il suo Regno sin dalla nostra vita terrena.
L’attesa dell’appuntamento con la salita al Cielo, nel Regno dei Beati, non deve darci ansia, trepidazione, ma gioia immensa e fiducia in Dio.

C’è un secondo insegnamento nel vangelo di Marco. Ci ripete di stare attenti.
Noi prestiamo attenzione a mille cose nella vita, al denaro, alla salute, al divertimento, alla guida in auto, a curare i nostri interessi.
Forse non rimane molta di questa attenzione per il nostro prossimo e per il Signore! Lui passa accanto a noi, nelle sembianze di un povero, di un sofferente e noi, presi dagli affanni e dalle attenzioni di cui sopra, non ce ne curiamo.
Anzi, siamo preda di un pessimismo profondo e non apprezziamo davvero la vita come dono. Riscopriamo quindi la virtù per eccellenza dell’Avvento: la speranza, il guardare con fiducia il futuro e con realismo il presente.
Dio è legato a noi a doppio filo, non può rimanere lontano dal suo servo

La prima bellissima lettura, tratta dagli scritti di Isaia, capitolo 63, ci porta a scoprire l’attesa desiderosa del popolo di Israele per le venuta del Messia, promesso e annunciato come prossimo dai profeti.
C’è un momento di grande intensità che è l’invocazione accorata del versetto 19: “Se tu squarciassi i cieli e discendessi”.
Ancora profonde le parole cariche di desiderio:
“Ritorna per amore dei tuoi servi … mai si udì parlare di un Dio che abbia fatto tanto per chi confida in lui …”. I
l popolo è consapevole del suo peccato!
Chiede perdono con fiducia e dice:
 “Tu sei nostro Padre, noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani”.
 Queste bellissime parole, tutte da rileggere e meditare, ci offrono un suggerimento per la nostra preghiera e contemplazione:
 “Tu, Signore sei nostro Padre”. Tu hai voluto la nostra vita, ci hai affidato i fratelli.
Fa che chiunque venga a noi se ne vada sentendosi meglio perché ha visto la Tua bontà nei nostri occhi.
Non lasciarci cadere in balia del peccato, del sonno spirituale.
Fai che siamo capaci di essere autentici nel servizio, di saper ascoltare l’altro con pazienza, lasciandogli la possibilità di parlare.
Solo nell'atteggiamento dell’umiltà di ascolto potremo scendere dal nostro piedistallo per saper bussare con discrezione nella vita degli altri.
Tu che ci chiami servi, donaci di riconoscerci in Te che ti sei fatto servo per noi. La seconda lettura, tratta dalla prima lettera ai Corinzi di San Paolo, trova l’Apostolo che si rallegra con i cristiani di Corinto, comunità toccata dalla grazia di Dio in abbondanza di doni, perché vivono bene e intensamente l’attesa della venuta del Signore, il quale, quando verrà, li renderà irreprensibili, santi e immacolati.

Possa veramente Gesù, nel venire, fare questo per tutti noi! Purtroppo per noi l’attesa non piace molto al mondo di oggi. Nessuno pensa all'attesa come a una gioia. L’attesa si identifica come perdita di tempo, noia infinita, qualcosa da fuggire. È la cultura del nostro tempo fatta di velocità, di azione. Il verbo predominante è “agire”. Riscopriamo in questo tempo forte, la gioia di lasciare agire in noi quel Dio che non ci abbandona mai. Lasciamo agire la provvidenza, abbandoniamo il controllo esasperato del nostro futuro e viviamo l’attimo presente, l’unico che ci appartiene veramente, donandoci con la preghiera a Dio e con le opere ai fratelli.

Allora si che il nostro Avvento ci porterà cose nuove che andranno oltre le previsioni o l’immaginazione di ognuno di noi.

Ecco che San Paolo sembra dirci, attraverso le parole immortali dedicate ai fratelli Corinzi, che di Dio possiamo fidarci senza paura alcuna. Anche a noi sarà data la grazia che hanno ricevuto i Corinti e ci sarà donata la piena comunione con Lui.
Ma dobbiamo vivere intensamente e profondamente l’attesa.

D'altronde, l’Avvento ci ricorda in primo luogo che il nostro non è un Dio chiuso in se stesso ma è un Dio che viene verso di noi. Ci raggiunge con i Sacramenti, anche negli eventi della nostra vita, nelle prove e nelle sofferenze.
Come potrebbe essere altrimenti? Egli ci ha creato e ha cura di noi, siamo suoi, gli apparteniamo e ci ama profondamente.
 Cogliamo l’occasione per meditare, in questa prima di Avvento, che il Salvatore viene sotto le sembianze dei fratelli più piccoli.

Ecco il senso dell’”Evangeli Gaudium” di Francesco:
 “Usciamo con coraggio dalle nostre comodità, per raggiungere le periferie del mondo, lì dove i fratelli vivono nelle difficoltà”.
Solo così l’Avvento ci legherà profondamente a Gesù che viene. Solo così saremo servi fedeli. Il servo, secondo il Vangelo è uno che scrive sulla sabbia quello che dona e incide sulla pietra quello che riceve, è colui che appartiene alla razza di quanti, dopo aver fatto il loro turno dicono:
“Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”: (Luca 17,10)
Viviamo purtroppo in un lungo inverno di sentimenti inariditi e di narcisismo asfissiante, i cui miti sono l’auto realizzazione a ogni costo, l’auto gratificazione a qualsiasi prezzo. Noi camminiamo contro corrente.
Riscopriamo il Natale a cui ci prepariamo pensando che c’è più gioia nel sentirsi amati che nel venire compensati.

domenica 23 novembre 2014

Cristo Re dell'Universo: ultima domenica del T.O. Anno A

Prima Lettura – Ez 34, 11-12.15-17 Salmo Responsoriale – Sal 22 Seconda Lettura - 1Cor 15,20-26.28 Vangelo – Mt 25,31-46

Uno dei problemi che assillano l’umanità è che tutti sognano di essere grandi, di poter essere dei vincenti.
Il simbolo di questa potenza, della forza così agognata può essere un leone. Non di certo una pecora! Un giorno, un caro amico non credente, mi chiese se non fosse offensivo per un cristiano essere apostrofato col nome di pecora.
 Il salmo 22, in questa domenica del Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’universo, parla proprio di noi che siamo pecore e che ci affidiamo al buon Pastore che non ci fa mancare nulla e che ci porta su pascoli erbosi e tranquilli.
La pecora, animale pavido, senza nerbo, che ha bisogno di assistenza e guida, non può nella mentalità del mondo, essere simbolo di vincente.
La società con i suoi idoli non ammette debolezze.
Eppure questo salmo è attribuito a un re! Davide è un sovrano che avverte il desiderio di essere guidato e consigliato da Dio.
Chiede al Signore di essere aiutato per vincere i suoi nemici.
Il mio amico, certamente non illuminato dallo Spirito Santo, non riusciva a capire che nel profondo di ognuno di noi giace supina una piccola pecorella e che tutti a volte sentiamo l’esigenza di essere guidati per poter poi, a sua volta, guidare gli altri.

Abbiamo un senso di appartenenza, così com'era insito nel re Davide quando compose il salmo bellissimo.
Gesù è il Re dell’universo ma si appoggia completamente a Dio.
Noi confidiamo in lui come la pecora confida nel pastore. L’animale non si pone il problema di dove recarsi a pascolare. Pensa a tutto il pastore.
Le paure per il futuro sono in chi non ha il senso dell’appartenenza.
Dobbiamo solo scegliere il pezzetto di terra su cui brucare in tranquillità, nella gioia, in sicurezza. Noi pecorelle di Dio, apparteniamo al pastore ma siamo libere di pascolare.

Sul grande fondale dell’anno liturgico A, che oggi salutiamo per iniziare il tempo di Avvento, si stende una solenne rappresentazione del Cristo Re dell’universo che spesso abbiamo ammirato in molte absidi di grandi basiliche, assiso nel trono dei Cieli che abbraccia l’intero cosmo, ammantato di splendore. In una bella meditazione del cardinale Ravasi, si legge che “… il simbolo regale si sposa idealmente con quello pastorale tanto è vero che già Omero chiamava i sovrani, pastori delle nazioni”.

Nel caso di Cristo, come al solito, si stravolge la visione prettamente umana:
I re, la storia insegna, riescono a regnare solo mandando a morte qualcuno.
Gesù è il Re che affida se stesso al martirio per il suo popolo. E nel suo regno, non si contorna di corrotti cortigiani, di subdoli consiglieri, di potenti e prepotenti, ma di uomini illuminati, in grado di vivere la Parola:
“Chi vuol essere grande si faccia servo, chi vuol essere il primo si faccia ultimo”: (Marco 10, 42-44).

La regalità trionfale che si aspettano gli uomini stolti, viene soppiantata dalla visione di una regalità strana, inconsueta, misera, non legata al potere ma all'amore.
Dovrebbe essere una regalità che fallisce, secondo i canoni della storia, è invece un regno che si prende gioco del tempo e che testimonia la Verità, eliminando ingiustizie e violenze. E allora la Chiesa, opportunamente, apre la liturgia della Parola con la luminosa pagina di Ezechiele, questo grande profeta e sacerdote vissuto durante il periodo della caduta di Gerusalemme e della prima deportazione.

Il Signore appare come il Pastore del suo popolo in esilio, capace di dare speranza perché la Parola di Dio non viene mai meno. Il pastore non è distaccato, assente, sfruttatore delle sue pecore. Un trionfo di verbi nella lettura, indica la premura del sovrano Dio verso il popolo:
“cercare, curare, seguire passo dopo passo in rassegna, far riposare, cercare la perduta, ricondurre la smarrita, fasciare la ferita, curare la malata, pascere …”.

È grande il progetto di salvezza che Dio ha disegnato per tutti noi!
Ne fanno parte coloro i quali hanno la forza di seguire le Beatitudini, dando cibo agli affamati, vesti agli ignudi, abbracci ai carcerati, amore per i fratelli scomodi, speranza per chi è malato, misericordia per chi sbaglia.
Al contrario, non ci può essere salvezza per chi ignora il grido della sofferenza nei fratelli, per chi vive per se stesso, sovrastato da gretto egoismo. La frase finale del brano di Ezechiele ci conduce dentro al Vangelo di Matteo dove, come in un dipinto di Caravaggio, gustiamo la grandiosa scena del Re Pastore che diventa giudice e dirà la frase che appare terribile per chi è in difetto di amore verso gli altri: “Ecco, io giudicherò tra pecora e pecora, tra montoni e capri”. Così come il grano verrà separato dalla zizzania destinata al fuoco, così le pecore saranno divise dai capri, simbolo dell’orgoglio che domina la mente degli uomini! Si svela ai nostri occhi lo scenario grandioso del Giudizio Universale.
L’ambiente che si immagina è maestoso: il trono, gli angeli in corte celeste e tutti noi convocati per il giudizio. Ecco che in noi la Parola di oggi, palesandoci una sentenza sulle nostre opere, ci invita alla scelta definitiva e decisiva per far parte del progetto di salvezza.
Dio ci attende, attende la nostra conversione.
Non è distante, relegato nei suoi palazzi celesti, al contrario è accanto a noi, ci sprona, fascia le nostre ferite, ci guida, ci riconduce sulla giusta via.

E allora, è necessario mettersi in gioco. Meditiamo sul fatto che siamo troppo convinti del nostro buon agire.
Ci adoperiamo davvero per realizzare, a seconda dei bisogni presenti nella realtà in cui viviamo, opere di misericordia concrete e continuate?
Sappiamo “sporcarci le mani” per servire davvero i bisognosi? O evitiamo di agire perché “non ci riguarda!”? Analizziamo i nostri atteggiamenti verso Dio. Sono di riconoscenza? Mettiamo nei nostri rapporti con gli altri, amore, fiducia, impegno quotidiano di coerenza?
Testimoniamo la maestà del Redentore, realizzandola sin d’ora come regno sulla terra?

Infine il senso della seconda lettura tratta dalla Prima lettera di San Paolo ai Corinzi, riconduce al Regno con le parole: ”Consegnerà il regno a Dio Padre, perché Dio sia tutto in tutti. L’apostolo Paolo contrappone le figure di Adamo e di Gesù, il primo peccatore, il secondo dispensatore di vita per chi aderisce al suo progetto e costituisce con Lui un solo corpo e un solo Spirito.
Ecco cosa ricerca Paolo nelle sue parole, la perfetta unità in Dio. Attraverso questo Re dell’universo, quelli che sono di Cristo potranno lottare da vincenti, questa volta si, contro chi attenta allo splendore del Regno. Perché dalla sottomissione a Dio troveremo un valore indistruttibile! Concludiamo l’anno liturgico presentando al nostro Re i frutti dell’anno che finisce, riconoscendo la sua Presenza, il suo Aiuto e la sua Amicizia.

Lasciamolo regnare nella nostra vita e facciamoci permeare dalla Sua presenza divina.

venerdì 10 ottobre 2014

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO A

"La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni"
Isaia 25,6-10°; Salmo 22/23; Filippesi 4,12-14 19-21, Matteo 22, 1-14 

L’arte di vivere, ma anche quella di morire, praticamente la stessa cosa, consiste nel darsi un fine che valga, più di ogni altro e nell'adeguare le azioni che si compiono in esso.
Per elementare coerenza non dovremmo perderci nelle miserie quotidiane che rischiano di soffocarci e ci impediscono di sollevare gli occhi.
Spesso, invece, passiamo il tempo così, tra affanni quotidiani e preghiere dette male.
Non ci rendiamo conto del mistero in cui siamo immersi.
È comunque una via scomoda quella di stare nel mondo senza cedere allo spirito del mondo, con la capacità di spogliarsi di una mondanità facile, per abbracciare il vero Regno dei Cieli.

Le parabole che ci introducono nel Regno di Dio, regalano nei Vangeli, momenti di gioia che aiutano a convertire i nostri cuori opulenti.
Ma, occorre ricordarlo, raggiungiamo questo Regno solo aderendo a Cristo spogliato e umiliato in tutto, crocifisso e risorto.

Nel vangelo di questa 28 domenica del T. O. 22esimo capitolo di Matteo, il Regno è come una festa che Dio Padre ha organizzato per invitare gli amici alle nozze di suo Figlio con tutta l’umanità. Gesù intende convolare a nozze per fecondarci della sua grazia.
Secondo gli usi orientali, le nozze si celebravano con un banchetto nuziale e se erano regali, i servi portavano a ciascuno un abito di circostanza, per accrescere splendore alla festa.
Il Signore aveva invitato gli Ebrei alle nozze eleggendoli come prima famiglia della sua Chiesa. Invece essi si erano concentrati in una vita materiale, deridendo e, a volte, uccidendo i profeti che,
man mano si erano presentati per conto di Dio.

Attualizzando la Parola:
Accettando l’invito, ognuno di noi partecipa al grande piano della salvezza universale, facendo parte della grande chiesa, del grande popolo di Dio, o meglio, come insegnava la parabola di domenica scorsa, della sua grande vigna che produce frutti buoni.
Ma qui dobbiamo essere ancor più onesti e chiederci:
“In quali personaggi ci riconosciamo nella parabola?”.
Siamo quelli che rifiutano l’invito come coloro che si ostinano a non credere al messaggio di salvezza, alla buona notizia che porta il Vangelo?
O addirittura siamo quelli che credono a intermittenza, a volte si e a volte no?
Noi con inevitabili alti e bassi, abbiamo la fede e non possiamo certo riconoscerci in queste figure, tanto meno in quella del commensale allontanato che non indossa vesti appropriate per la festa. L’invitato senza abbigliamento consono rappresenta tutti coloro i quali pretendono di far parte della festa senza mutare abito, cioè senza uniformarsi allo spirito nuovo chiesto da Dio, senza cambiare il cuore di pietra in uno di carne!
Viene cacciato nelle tenebre di una vita estranea alla grazia.
Noi dobbiamo ambire a essere i servi di Dio, quelli inviati dal padrone per invitare alle nozze gli amici, i buoni come i cattivi.

Dobbiamo portare tutti alla festa del Regno dei Cieli, attraverso le nostre opere buone, i nostri esempi. San Francesco ambiva proprio a questo: trasportare tutti, ma proprio tutti, al cospetto di Dio, nei cieli eterni!
Se avessimo la piena coscienza di questo grande compito, non perderemmo neanche un minuto per portare a compimento l’opera di Dio.

La parabola si conclude con Gesù che ammonisce che molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti.
Certo il Signore ha mille porte di misericordia per salvare tanti, ma gli eletti sono i santi, coloro che hanno vissuto veramente la Parola.
E questi sono veramente pochi. Il piano di Dio non prevede privilegiati al banchetto ma una teoria di personaggi che nel mondo ebreo non avrebbero trovato posto a tavola: poveri, sofferenti, emarginati. 

Anche la prima lettura tratta dal Libro di Isaia, capitolo 25, racconta di un banchetto.
Siamo davanti a uno dei capitoli del Secondo Isaia.
Sul monte Sion il Signore prepara un pranzo sontuoso, regale.
Siamo tutti invitati, tutti gli uomini di ogni epoca.
Prima di accedere al banchetto, dobbiamo solo liberarci della cecità che opprime i nostri occhi, quel velo di lacrime che appanna la vista, frutto della miseria umana, la paura della morte.
Il nostro Dio regalerà gioia eterna.
La sua mano si poserà sul monte della vita, regalando felicità.
 Allora si che abiteremo per sempre nella casa del Signore, come promette il Salmo 22. Il nostro Dio ci guiderà per il giusto cammino, il suo bastone e il suo vincastro ci daranno sicurezza e Lui preparerà
una mensa regale per tutti noi.

La seconda lettura propone la conclusione della lunga lettera ai Filippesi di Paolo che ci ha accompagnato in diverse domeniche.
L’apostolo si dice pronto a tutto, sa vivere nella povertà come nell'abbondanza.
Ha con sé il Cristo, “Colui che mi dà la forza”.
Benché sia nuovamente prigioniero, nulla può togliere a Paolo la gioia, perché nulla può togliergli Cristo.

Come lui, dovremmo imparare ad essere contenti, qualunque siano le circostanze: successo o difficoltà, salute o malattia, bello o cattivo tempo, se siamo “contenti del Signore”.

Per concludere: Raccogliamo l’invito alle nozze di Dio. Viviamo con pace e amore i nostri giorni con un vestito adeguato che è la buona vita, con un cuore aperto a Dio, senza allarmarci ad ogni cambio di stagione, abituandoci, come dice Paolo sia alla fame che alla sazietà.
 Rivestiamoci di Cristo e rechiamoci con gioia alla festa del Regno.

giovedì 11 settembre 2014

Esaltazione della Santa Croce: domenica 14 settembre 2014

                      Numeri 21, 4-9; Filippesi 2, 6-11; Giovanni 3,13-17; salmo 77 

L’Esaltazione della Santa Croce è una festa antichissima.

Secondo la tradizione, Elena che era la madre dell’imperatore Costantino, durante uno dei suoi frequenti pellegrinaggi nei luoghi santi, siamo intorno al 326, rinvenne la vera croce di Cristo, o meglio una porzione di essa.
Felice come non mai, la nobile donna volle portarla a Roma e ivi fondare una chiesa che la custodisse: la basilica della Santa Croce di Gerusalemme.
La parte del legno rimasta nella città santa ebbe vita travagliata. Fu bottino di guerra nell'occupazione di Gerusalemme, anno 614, andò perduta per anni e infine poi recuperata al culto, nella vittoriosa Crociata contro i Persiani.

L’”Esaltazione” per il Nuovo Testamento, equivale alla Risurrezione.
Il Cristo crocifisso viene esaltato nello splendore della sua gloria divina e la croce, legno innalzato al centro della vita cristiana, è il simbolo dell’amore trionfante e gratuito che Gesù dona a tutti noi.

La liturgia della Parola di questa solennità, è ricchissima.
Cercheremo di focalizzare i punti salienti.

La Prima lettura è tratta dal Libro dei Numeri.
La scena si svolge tra le pietraie di una steppa desolata.
Nel deserto il popolo d’Israele rischia l’estinzione a causa dei serpenti velenosi che, nascosti tra le rocce, mordono le gambe degli uomini in cammino, uccidendoli con il loro veleno.
È la punizione per aver rumoreggiato, ingrati, contro Dio che, nella liberazione dall'Egitto, li ha cibati di manna nel cammino desertico.
Mosè prega il Signore affinché perdoni il popolo che ha peccato.
Dio, come sempre accade alle invocazioni dei patriarchi, si muove a compassione e ordina di realizzare un serpente di bronzo, autentico antidoto contro il veleno dei potenti animali striscianti. Chi avesse guardato questo simbolo posto su di un’alta asta, avrebbe avuto salvezza.

Eccoci al primo riferimento.
La salvezza non viene dal guardare l’oggetto, chiaramente, ma dal contemplare il legno della croce. Al serpente, innalzato su di un’asta per essere ben visto da tutti, corrisponde il Salvatore innalzato su di una croce per la salvezza di ognuno di noi.
Con lo sguardo della fede, la croce, albero dell’esistenza, diventa messaggio di vita eterna per colui che contempla e crede al Cristo elevato in alto.

Nel prefazio della Celebrazione liturgica, il sacerdote dirà:
 “Nell'albero della croce tu hai stabilito salvezza per l’uomo, perché donde sorgeva la morte di là risorgesse la vita …”.

Prima di esaminare il bellissimo Vangelo giovanneo che riporta un piccolo stralcio del dialogo notturno tra Gesù e Nicodemo, analizziamo il punto centrale della seconda lettura, tratta dalla lettera di San Paolo apostolo ai Filippesi. 
Siamo davanti a uno dei testi sublimi per eccellenza delle Sacre Scritture.
Un inno che Paolo dedica al grande e insondabile mistero di Gesù, il Figlio di Dio,
Colui il quale sale sulla croce per la salvezza di tutti. Il più grande evangelizzatore di tutti i tempi in ogni sua lettera ha regalato insegnamenti, esortazioni, elogi e rimproveri a coloro che con fatica, imparavano a essere seguaci della Croce di Cristo.
“Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno”. (Fil 21)

Ai filippesi la loro origine romana procurava ambizione e vanagloria. Questa regione della Macedonia era abitata in prevalenza dai discendenti dei legionari di Cesare, che l’aveva loro assegnata per ripagarli dei servizi di guerra.
Siamo intorno all'inizio dell’anno 51 e e gli uomini di Filippi, sono i primi europei convertiti.
Paolo, nel suo secondo viaggio missionario, li ammonisce a tenere in conto l’umiltà. Ma non li aggredisce di petto, parla loro con sentimenti di amore.
L’umiltà non offende la dignità della persona, non ha offeso Cristo, tanto meno offenderà l’uomo. Paolo esorta a specchiarsi in Cristo.

Bellissima l’esortazione: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo”.
E, affinché le sue parole non siano solo un bel discorrere, l’apostolo delle genti descrive perfettamente questi sentimenti.
Anzitutto non considerare nostro merito quello che siamo e quello che abbiamo.
Il merito è del nostro Dio e Gesù ci insegna che: “non ritenne un privilegio l’essere come Dio”.
Poi, ci viene chiesto di essere capaci di spogliarci del nostro egoismo, “assumendo la condizione del servo” e verso chi se non verso i nostri fratelli?
Infine, l’essere capaci di abbassare la superbia dei cuori, fino a umiliarsi facendosi ubbidienti al progetto di Dio e “fino alla morte di croce”.

Questo è il programma di vita, impegnativo ma affascinante che Paolo ci presenta, sapendo che, seguendolo radicalmente, acquisteremo stima prima sulla terra da parte delle persone che ci avranno incontrato e, cosa più importante, stima da Dio quando saremo davanti a Lui nei cieli!
Ecco il grande cammino dei santi che risplendono nella gloria dell’Altissimo.
Un programma bellissimo che si può cercare di realizzare anche in parte, solo aiutandoci con la preghiera assidua e mettendoci nelle mani amorevoli di Dio.
Rivestirsi di tali virtù sembra impossibile ma proponendoci una meta da raggiungere, con l’aiuto della preghiera tutto potrà essere possibile da raggiungere.

Nel Vangelo di Giovanni, Gesù in un colloquio con il maestro della legge, Nicodemo, annuncia la sua prossima morte in croce.
Subirà lo strumento crudele che i Romani riservavano ai malfattori.

Gesù paragona Lui, Figlio dell’uomo, innalzato da terra, al serpente di bronzo mosaico. Sulla croce infame, risplenderà per sempre l’amore senza limiti di Dio per noi, così da permetterci di partecipare alla stessa vita divina.

Riusciamo quindi a capire quale dignità riveste ogni individuo?
Quale preziosità è ognuno di noi per il suo Creatore?
Non siamo stati noi ad amare Dio ma è Lui che, mandando in croce il Figlio, vittima di espiazione per i nostri peccati, dimostra l’ampiezza non definibile dei suoi sentimenti verso di noi, umili e inutili creature.
Con la croce Gesù ci ha detto tutto e ci ha resi partecipi della vita della Trinità, comunicandoci l’amore del Padre e donandoci il suo Santo Spirito.
A noi il compito di interrogarci sulle motivazioni profonde che muovono le nostre azioni verso Dio. Aderiamo a Lui esteriormente o siamo rinnovati interiormente?

Domandiamoci se davanti a tanto amore che scaturisce dal legno della croce, rispondiamo con scelte coerenti o se ci facciamo condizionare dalle mode, dalla mentalità mondana perdendo di vista il vero bene.
Siamo coerenti e ci lasciamo plasmare dalla Parola o il cuore è inquinato da desideri contrastanti? Aderiamo alla croce profondamente, liberi e convinti?


Preghiera 

Signore, sei salito sulla croce, nella sofferenza, per salvarmi ma io sono una povera persona: 
vorrei essere grande e sono piccolo, 
vorrei essere buono e sono cattivo, 
vorrei essere generoso, eppure sono pieno di meschinità, 
vorrei avere tanta fede e non ne ho. 

Aiutami tu!