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martedì 23 dicembre 2014

Natale: storia senza tempo!

La piccola chiesa è gremita fino all'inverosimile.
Stipati, in ogni ordine di posti, ci sono proprio tutti: il macellaio, l’assessore comunale, l’erbivendolo, l’emigrante che ha fatto soldi in America, il pastore…
il coro di voci bianche intona canti natalizi accompagnati dal vecchio organista.
I chierichetti in tunica rossa e cotta bianca, fieri di poter essere sul presbiterio, si muovono sinuosi; fanno oscillare il turibolo, spandendo fumi variopinti d’incenso profumato.
Il vecchio parroco sull'altare sembra avere il sorriso soddisfatto di chi ama la chiesa colma. Ai piedi dell’officiante un piccolo presepe dove ci sono tutti, da San Giuseppe, alla Madonna, dal bue all'asinello.
Manca solo il Bambino che presto arriverà…

Vi racconto di un Natale che non c’è, magari in una Teramo immersa non più nella gioia continua in attesa della Luce del mondo, ma nell'indifferenza e nell'ansia del consumismo sfrenato di uomini che sentono sempre più il bisogno di recitare il Natale, con sempre meno Natale dentro di loro.

Vi propongo una storia senza tempo di una meravigliosa festa che unisce i Vangeli a tradizioni e cultura.
Un tempo lontano, quando lungo Corso De Michetti a Teramo risuonavano le dolci melodie degli zampognari con ciaramelle e cornamusa, i loro mantelli a ruota, i polpacci stretti nelle liste dei sandali, venuti dai monti a rallegrare gli animi in attesa dell’Eterno che si fa neonato nel mattino della vita.
Lo scrittore Fernando Aurini li ricordava in un suo scritto, davanti al piccolo portale di Santa Caterina in corso Cerulli a Teramo, mentre Don Vincenzino Santarello, tra nubi d’incenso, intonava il “Tantum Ergo” al quale rispondeva il coro biascicante delle “bizzoche”, avvolte in grandi fazzoletti sul capo. Pare ancora di vederli i bambini, avviluppati nelle loro sciarpe e nelle mantelline, con gli occhi assonnati ma sgranati per la curiosità antica, i nasini all'insù rossi per il freddo, felici di assistere alla veglia natalizia alla quale mai si sognerebbero di mancare.
Come dimenticare sotto le cappe, l’accensione dei ceppi di legno presenti in ogni casa, a scongiurare tempeste e malefici, simbolo del fuoco davanti al quale la Madonna asciuga le fasce del Bambino? 
Che bello sarebbe ritrovarsi attorno al focolare, recitando un rosario e raccontando storie di un tempo che fu, mangiando noci e lupini con vino novello.
Il capofamiglia, piace immaginarlo ancora lì, all’ora di messa, che tira da parte la brace, spazza la pietra del focolare, con dodici chicchi di grano, quanti sono i mesi dell’anno, a leggere il bene e il male, i buoni e cattivi raccolti.
La mamma intenta ancora a preparare gli asciugamani di canapa e lino e i filati per gli usi della chiesa, che entravano, nella notte santa, nel corredo parrocchiale.
Se guarderemo bene sulle tavole, amici miei, forse troveremo le famose nove portate, in memoria dei mesi di gestazione di Maria: i fedelini con sarde e tonno, la zuppa di cavolfiori, lenticchie, fagioli, ceci, l’anguilla, il baccalà, i fritti di verdura, la frutta, i dolci a base di mandorle e fichi, i taralli, le neole, i calgionetti, la pastuccia di fichi secchi, olio, zucchero. E se tenderemo l’orecchio verso le dieci di sera della notte magica, insieme al festoso scampanio delle campane ascolteremo anche spari di mortaretti e campanelli gioiosi di ragazzi alla luce delle fiaccole, che grideranno di porta in porta che è ora di messa.

Altri tempi cari lettori! O forse no!
L'atmosfera e il mistero del Natale sono fra le poche cose che hanno serbato intatto nel corso dei millenni il loro incanto e la loro poesia. Basta saper percepire ancora i profumi e la magia e condividere tradizioni e leggende.
Non facciamo scomparire usanze antiche ma belle! Riscopriamo il Natale di un tempo!
Le ansie per concepire in casa un presepe che sia più bello del precedente anno; la ricerca di pietre sulla riva del fiume, di sugheri, legni, stagnola, cartoni, per creare tutta l'ossatura del favoloso teatro; l'apparato di monti, valli, anfratti, gole, grotte, quasi una nuda creazione di uno spicchio del mondo che deve rimanere integro negli anni che passano inesorabili.

Che gioia scoprire tutti di nuovo coinvolti da questo momento magico. Rendiamo di nuovo possibile toccare con mano lo spirito di solidarietà e di amicizia. Torniamo a far sì che la Notte di Natale riacquisti la dignità di ricorrenza più attesa e sognata, di simbolo dell’unione familiare. Auguri!

mercoledì 17 dicembre 2014

Il valore ecumenico del presepe

Da alcuni anni, in gran parte delle scuole di Teramo e provincia si usa preparare un grande albero natalizio nell'atrio dell’edificio, ignorando il presepe e non valutando che l'abete agghindato a festa non rappresenta la nostra cultura, essendo tradizione proveniente dal nord Europa.

Ricordo con tenerezza che nella mia infanzia, la preparazione della rappresentazione della nascita di Gesù nelle scuole iniziava nel mese di novembre.
Ognuno degli studenti, con le proprie famiglie, dava il suo contributo affinché il presepe realizzato nell'Istituto risultasse il più bello o il più grande della città.
La rappresentazione della nascita di Gesù, costituiva, insomma, la festa nella festa.

Oggi molti presidi e insegnanti giustificano l’abolizione di questa grande intuizione di San Francesco a Greccio, affermando che i giovani sono ormai smaliziati e poco si interessano a queste “forme arcaiche di devozione”.

Un presepe a scuola potrebbe, secondo alcuni educatori moderni, urtare la suscettibilità degli studenti musulmani o di coloro i quali sono nel pieno diritto di non credere alla Buona Novella dell’Avvento del Salvatore.
Per rispettare e dimostrare sollecitudine verso le minoranze, insomma, per favorire un equilibrio culturale, tutelare la laicità, la neutralità religiosa e proteggere le differenze da integrare, dovremmo buttare secoli di tradizione di canti natalizi, stella cometa, divino Neonato, pecorelle e pastori.

E se, invece, con uno sforzo unitario, ribaltassimo il concetto e affermassimo che il Natale, grazie al presepe, ha buone possibilità di creare una festa condivisa sia dai cristiani che dai musulmani?
Se cominciassimo dalle nostre piccole realtà a formare le menti all'ecumenismo?
Potremmo tener conto anche dei momenti importanti per questi nostri fratelli e condividere anche le loro feste religiose.

E allora sarebbe barbino affermare che tutto potrebbe iniziare proprio dalle scuole? In questo caso il Natale diventerebbe un momento straordinario di condivisione spirituale, di partecipazione religiosa e di intesa umana fra diverse religioni.
Gli insegnanti potrebbero organizzare dei convegni dove tutti insieme, musulmani, non credenti, cristiani e fratelli con altro Dio in testa, potremmo discutere di come raggiungere il traguardo di una comune civiltà dell’uomo e del rispetto dovuto in quanto tale.

E quale sede istituzionale ideale potrebbe risultare migliore della scuola, deputata come nessun altra, a forgiare le menti e l’animo di coloro i quali un giorno rischiano di cadere preda di intolleranza nei confronti di altri uomini?

lunedì 25 agosto 2014

Il fervore nei filari

La dolcezza delle mattine di fine estate non ha l’ardore dei mesi più caldi ma costituisce la mirabile sintesi delle sue atmosfere, dei suoi profumi, dei suoi colori.
Il silenzio tra i filari è affascinante.
Guardo i vigneti, disposti su file parallele con ordine ossessivo, i grappoli d’uva luccicano, pieni e vigorosi, sotto il sole.

Fra poche settimane i vignaioli sistemeranno per bene le cantine, le macchine per la pigiatura, le botti. Partiranno col bel cesto di vimini, una forbice, un paio di guanti da lavoro.
In mezzo ai filari incominceranno a recidere i grappoli ambrati di uva appassiti dal sole, ripulendoli dalle parti marcescenti, liberandoli dalle foglie, per riporli nel contenitore.
Compagne di lavoro, non gradite, saranno le api che ronzano intorno ai chicchi in cerca del dolce succo. Si rinnoverà così un rito millenario.


Non c'e' altra pianta al mondo celebrata dall'arte e dalla letteratura come la vite. Fin dai tempi più antichi i poeti hanno dato libero corso alla loro creatività per cantare le lodi della vite e del miracoloso nettare che se ne ricava. Le virtù del vino erano decantate anche dai più autorevoli storici della Roma “Caput Mundi” repubblicana. Gli antichi cerusici consigliavano un bicchiere di vino color rubino per salvaguardare il buon fluire del sangue.
Le cose sono molto cambiate rispetto al passato.
Anni fa, per pigiare l'uva all'interno dei tini, si usavano i piedi.
Con una scala si saliva ai bordi di questi grandi mastelli di legno, calandosi dentro e tra canti, battute sagaci e risate, fatti anche per meglio sopportare la fatica, si lavorava fino a sera.
Le donne, di tanto in tanto, spillavano dal tino alcune bottiglie di succo d'uva e lo distribuivano in bicchieri a quelli che lavoravano. Altro ne tenevano da parte per preparare, la sera, quelli che allora ci sembravano dolci meravigliosi.

Guardando i filari mi torna alla mente Bacco, divinità pagana nel cui nome si celebravano gli allegri riti della gioiosa vendemmia. Gli affreschi rinascimentali delle antiche ville patrizie, lo ritraggono beatamente grasso nel corpo ed ebbro nello spirito, con le tempie adorne di tralci ricchi di grappoli.
Se poteste recarvi in mezzo ai filari, chiudere gli occhi e lasciare corso alla fantasia apparirebbero, ne sono certo, i festosi cortei di danzatori e musici.
I vecchi dicevano che il vino nasce nella cantina.
Ma io dico che tra il profumo dolciastro del mosto che bolle, il tic tac ritmico dei torchi, l’odore acidulo delle vinacce, vive una cultura millenaria, la storia della nostra terra.

Un patrimonio culturale ed antropologico. Ogni bottiglia di vino è come una poesia che si scopre nel colore, si legge nel profumo, si interpreta col gusto.
Un evviva a tutti i produttori e i winemaker, autentici creatori del gusto che permettono di realizzare vini di carattere, fascino e personalità.
Che la vendemmia sia con voi!