Ridi sempre, ridi, fatti credere pazzo, ma mai triste.
Ridi anche se ti sta crollando il mondo addosso.
Continua a sorridere, ci sono persone che vivono
per il tuo sorriso e altre che rosicheranno
quando capiranno di non essere riuscite a spegnerlo!
(Roberto Benigni)
Vi è mai capitato di guardare con attenzione un interlocutore intento a una grassa risata?
Si spalanca una finestra sul viso che mostra una squadra poco precisa di perle gialle disposte tra le labbra.
Magari manca all'appello più di un dente e la bocca ha un appeal ridotto ai minimi termini, però quella risata comunica comunque gioia!
E, poi, avviene una sorta di miracolo, un contagio emozionale che trasferisce la risata o il sorriso dentro di noi. Inizia allora un allentamento di eventuali tensioni, un gran sollievo, un benefico rilassamento, riaffiora quasi il nostro “io bambino”, soffocato dallo stress di ogni giorno.
Qualcuno opportunamente scrisse che:
“una risata equivale a una emozione grandissima, potentissima che contiene tutti gli ingredienti per essere padroni di noi stessi, capaci di cambiare il mondo. È come un codice segreto a cui si accede facilmente per vincere stress e ansie”.
Proprio così!
Un bel “cheese” è formato da sei coppie di muscoli che si contraggono tra fronte e mente in una benefica ginnastica facciale.
Mi torna in mente Jessica Rabbit, ricordate la focosa donnina in cartone animato, innamorata del coniglio Roger solo perché riusciva a farla ridere sempre?
La gioia, inutile dirlo, è anche afrodisiaca e con la famosa “patch therapy” si guarisce davvero, basti
pensare alla clown terapia che ha inondato gli ospedali di mezzo mondo.
Ricordo perfettamente il mio caro nonno Salvatore che sosteneva di aver curato la sua innata stitichezza con le risate.
Si era comprato un libro di barzellette e, sul freddo water, leggeva qualche pagina mentre si sforzava nell'atto più naturale dell’uomo.
La famiglia, allora era di tipo patriarcale.
Nonno era una sorta di “capoccio”, icona sacra di capo famiglia.
C’erano poi i figli e le donne occupate con lavori da uncinetto perché un tempo appariva sconveniente stare con le mani in mano.
Di sera, davanti al focolare non mancava mai una storia allegra da raccontare per poterci fare su una bella risata, perché il buonumore, dicevano gli anziani, fa buono anche il sangue.
La forza di un sorriso, di una bella risata aiutano a gestire in maniera efficace ogni tipo di problema, rendendo, in generale, la vita più facile e divertente.
Ridere quindi è una medicina naturale che ci fa stare meglio.
Sarà per questo che Gesù nei Vangeli ripete sempre di essere gioiosi?
"Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena" (Gv 16,24).
E S.Agostino diceva:
"Non è certo che tutti vogliano essere felici; poiché chi non vuole avere gioia di Te, che sei la sola felicità, non vuole la felicità".
Anche Papa Francesco, in una recente omelia ha parlato della gioia di Gesù:
“Noi pensiamo sempre a Gesù quando predicava, quando guariva, quando camminava, andava per le strade, anche durante l’Ultima Cena… Ma non siamo tanto abituati a pensare a Gesù sorridente, gioioso. Gesù era pieno di gioia: pieno di gioia. In quella intimità con suo Padre: ‘Esultò di gioia nello Spirito Santo e lodò il Padre’. E’ proprio il mistero interno di Gesù, quel rapporto con il Padre nello Spirito. E’ la sua gioia interna, la sua gioia interiore che Lui dà a noi”.
Uno gnostico del II secolo pronunciò una frase che sembra un paradosso ma ha un fondo di verità:
“La preghiera dell’uomo triste non ha mai la forza di salire fino a Dio. Poiché si prega solo nello sconforto, se ne dedurrà che nessuna preghiera è mai giunta a destinazione”.
Andando a letto stasera focalizziamoci sui bei momenti trascorsi durante la giornata. Non occorre ricercare grandi vissuti, basta evocare piccole gioie quotidiane e chiuderemo gli occhi sorridendo.
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mercoledì 5 novembre 2014
lunedì 3 novembre 2014
Briciole di Vangelo
Dal Vangelo secondo Giovanni:
In quel tempo, Gesù disse alla folla: "Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me, non lo respingerò, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell'ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell'ultimo giorno". (6,37-40)
Questo Vangelo di poche righe fa parte di un ampio discorso in cui Gesù annunzia con solennità di essere Lui stesso il Pane della Vita, la sorgente della vita, l’Inviato del Padre.
Lo annunzia a un popolo che, come di consueto, non ci capisce granché.
Queste righe sono una grande consolazione, soprattutto in questi giorni in cui ripensiamo con nostalgia ai nostri cari defunti.
Nello stesso tempo il Vangelo è anche una denuncia contro la nostra indifferenza e ingratitudine.
Il Padre, mandando in mezzo a noi il Figlio, gli ha donato tutte le anime perché è suo desiderio che non si perda nulla di tutto quello che ha donato e che tutti siamo risuscitati nell'ultimo giorno.
Gesù è quel Pane di Vita Eterna, di cui tutti speriamo, venuto per obbedire al Padre.
Il Vangelo ci aiuta a capire quanto sia importante avere fede e credere alla reale presenza del Signore nel Pane Eucaristico.
A me questo brano fa meditare e riflettere sulla nostra ingratitudine.
Il pensiero di avere Gesù con noi a prometterci vita eterna, dovrebbe farci saltare di gioia e indurci a perenne adorazione. Invece, nel nostro povero spirito spesso c’è la notte più buia.
Noi cerchiamo Gesù per cercare un pane materiale, per ottenere grazie temporali.
Noi pensiamo poco alla vita eterna e molto alla contingenza della esistenza attuale.
Poco pensiamo a una vita soprannaturale con Lui.
I pensieri della terra ce la nascondono agli occhi assonnati.
Le nostre anime, difficilmente sono orientate all'eternità.
Dobbiamo camminare e molto nella nostra conversione per credere in maniera giusta al Signore, a Gesù Sacramentale, a Colui che si dice pronto a risuscitarci alla fine dei tempi.
Questo mondo è morto alla grazia perché è lontano da Gesù Eucarestia, pur frequentando il sacramento.
Siamo così stolti da attaccarci a quello che passa e non è nostro e restare lontani dalla vera ricchezza. Ci vuole decisamente molta preghiera perché lo Spirito ci apra gli occhi e non ci permetta di essere ingrati e rimanere fedele al suo amore.
C’è pure una sfumatura ecclesiale che mi viene in mente: L’idea del dono fatto dal Padre a tutti noi. La comunità che sta con Gesù sa che gli uni sono per gli altri un “dono” di Dio.
Dobbiamo essere uno in tanti, uniti perché il Padre vuole che nessuno si perda e il Figlio ci risusciterà nell'ultimo giorno.
In quel tempo, Gesù disse alla folla: "Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me, non lo respingerò, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell'ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell'ultimo giorno". (6,37-40)
Questo Vangelo di poche righe fa parte di un ampio discorso in cui Gesù annunzia con solennità di essere Lui stesso il Pane della Vita, la sorgente della vita, l’Inviato del Padre.
Lo annunzia a un popolo che, come di consueto, non ci capisce granché.
Queste righe sono una grande consolazione, soprattutto in questi giorni in cui ripensiamo con nostalgia ai nostri cari defunti.
Nello stesso tempo il Vangelo è anche una denuncia contro la nostra indifferenza e ingratitudine.
Il Padre, mandando in mezzo a noi il Figlio, gli ha donato tutte le anime perché è suo desiderio che non si perda nulla di tutto quello che ha donato e che tutti siamo risuscitati nell'ultimo giorno.
Gesù è quel Pane di Vita Eterna, di cui tutti speriamo, venuto per obbedire al Padre.
Il Vangelo ci aiuta a capire quanto sia importante avere fede e credere alla reale presenza del Signore nel Pane Eucaristico.
A me questo brano fa meditare e riflettere sulla nostra ingratitudine.
Il pensiero di avere Gesù con noi a prometterci vita eterna, dovrebbe farci saltare di gioia e indurci a perenne adorazione. Invece, nel nostro povero spirito spesso c’è la notte più buia.
Noi cerchiamo Gesù per cercare un pane materiale, per ottenere grazie temporali.
Noi pensiamo poco alla vita eterna e molto alla contingenza della esistenza attuale.
Poco pensiamo a una vita soprannaturale con Lui.
I pensieri della terra ce la nascondono agli occhi assonnati.
Le nostre anime, difficilmente sono orientate all'eternità.
Dobbiamo camminare e molto nella nostra conversione per credere in maniera giusta al Signore, a Gesù Sacramentale, a Colui che si dice pronto a risuscitarci alla fine dei tempi.
Questo mondo è morto alla grazia perché è lontano da Gesù Eucarestia, pur frequentando il sacramento.
Siamo così stolti da attaccarci a quello che passa e non è nostro e restare lontani dalla vera ricchezza. Ci vuole decisamente molta preghiera perché lo Spirito ci apra gli occhi e non ci permetta di essere ingrati e rimanere fedele al suo amore.
C’è pure una sfumatura ecclesiale che mi viene in mente: L’idea del dono fatto dal Padre a tutti noi. La comunità che sta con Gesù sa che gli uni sono per gli altri un “dono” di Dio.
Dobbiamo essere uno in tanti, uniti perché il Padre vuole che nessuno si perda e il Figlio ci risusciterà nell'ultimo giorno.
venerdì 31 ottobre 2014
Festività di Tutti i Santi
Apocalisse di S. Giovanni A. 7,2-4.9-14; salmo 23; 1 S.Giovanni 3,1-3; Matteo 5,1-12 a
La vita terrena dicono sia come una corsa a cronometro: chi parte prima, chi dopo, chi arriva prima, chi arriva dopo. Ma tutti giungiamo allo stesso traguardo. L’importante è come ci si arriva.
Questi due giorni, Festa di Tutti i Santi e Commemorazione dei nostri defunti, ci offrono profonde meditazioni sulla nostra esistenza.
Per noi ogni giornata è un tesoro di cui si deve render conto a Dio.
La morte, diceva un Padre della Chiesa, è il più potente, il più indiscutibile dei predicatori. Cerchiamo sempre una guida, in questa nostra esistenza, per affrontare il cammino verso l’alto, per lasciare la pianura e salire in montagna dove respirare aria buona, aria di vita eterna.
Cerchiamo sempre, riuscendoci poche volte, a lasciarci dietro la fatica del quotidiano, per ascendere con nuove forze e intuire la dimensione della beatitudine.
Le nostre guide sono i Santi, immagine viva dell’amore di Dio.
La loro grandezza è nascosta nel loro spirito.
Dio irrompe nella loro anima, con la pienezza della sua grazia e vi stampa un’orma più vasta mostrando la Sua presenza e il Suo volto.
I Santi, dovunque passano, lasciano qualcosa di Dio.
Essi solo lasciano tracce, gli altri fanno rumore ma non lasciano segni del loro passaggio.
Il loro esempio è un aiuto alla nostra debolezza, un sostegno alla nostra fede vacillante, un incitamento alla virtù.
Nel giorno della santificazione universale, Gesù proclama le Beatitudini, all'interno del grandioso “Discorso della Montagna”, considerato il “Manifesto del Regno”, il compendio della vita cristiana. Le Beatitudini sono la “Magna Charta” dei fedeli di Dio, il proclama che in otto punti stabilisce le condizioni per accedere al Regno. Gesù le conferma con il suo esempio e, nei capitoli 8 e 9 del Vangelo di Matteo, farà seguire ben dieci miracoli a conferma dell’autorità unica di Maestro,
Messia e Salvatore.
Certo che le Beatitudini rappresentano una rivoluzione nella vita religiosa, familiare, sociale di noi, popolo di Dio.
Sul monte detto proprio delle Beatitudini, il Maestro indica il completamento dei Comandamenti indicati da Dio sul Sinai. Gesù è il nuovo Mosè e porta un’unica grande legge:”Ama”.
Solo l’amore rende felici.
Sono beati, cioè felici, coloro che sono poveri. Incredibile pensarlo, è fuori da ogni logica umana. I poveri ci riescono perché non sono attaccati ai beni materiali, si affidano solo a Dio.
Beati sono coloro che non fanno di se stessi il proprio idolo, che non si pongono nei confronti della vita con arroganza, i Beati sono i poveri di spirito.
Così i sofferenti, i perseguitati, i miti, gli affamati di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, tutti coloro che tra sé e Dio non mettono altri idoli come denaro, sesso, successo, materialismo.
Occorre che anche noi ci facciamo “poveri nello spirito”, impoverendoci del nostro io.
Il povero di spirito è colui che si fa libero per il Vangelo, che sa condividere con i poveri, che attende tutto da Dio, che da spazio nella sua vita a Dio, che non desidera nulla se non Dio, nella semplicità di un fanciullo che si mantiene tranquillo nelle prove.
Il Regno è assegnato a coloro che hanno l’umiltà interiore.
Necessario è uccidere in noi la superbia e fuggire gli onori del mondo.
In Matteo, le Beatitudini sono otto, per Luca sono, invece, quattro, con l’aggiunta di quattro maledizioni.
Per Luca, Gesù parla in seconda persona, per Matteo in terza persona, in forma cioè universale. I santi, dei quali oggi celebriamo la comunione, vivono appunto la beatitudine del Paradiso. Tante volte ci siamo chiesti come sia possibile incamminarci sulla strada della carità, quella descritta mirabilmente da San Paolo:
“La carità non avrà mai fine … Adesso conosco in modo imperfetto ma allora conoscerò perfettamente come anch'io sono conosciuto” (1 Cor 13, 8-12).
Ecco quindi che il Vangelo di oggi ci indica la strada delle Beatitudini. Ricercandole ci incamminiamo sulla strada del Regno:
“Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno per causa mia … Beati gli operatori di pace … Beati i puri di cuore … Beati i perseguitati per la giustizia … “.
E, l’amore che rende beati è celebrato nella seconda lettura, tratta dalla prima lettera di San Giovanni Apostolo, capitolo 3.
Il mondo capisce ciò che vede, ciò che tocca. Come fa l’occhio naturale, l’occhio inquinato dell’uomo a scorgere Gesù?
Come fa l’uomo a capire a fondo ciò che è divino? È come quando pretendiamo di fissare lo sguardo sul sole!
Il mondo non ha conosciuto Dio e quindi non ha conosciuto la nostra dignità di figli.
Quella parte di mondo che non riconosce Cristo, il Figlio eterno, non può riconoscere neanche noi. Qui “conoscere” sta per “non ci ama”, non ci sopporta. Perché i veri figli di Dio incutono timore al mondo. I veri figli di Dio giudicano il mondo e lo mettono in crisi! Le tenebre non sopportano la luce. È finita per le tenebre se accolgono la luce! E allora, ecco il versetto che dice: “Ciò che saremo … saremo simili a lui …”.
Oggi siamo imprigionati nel mondo in un contesto di umiltà e mistero, tanto che il mondo fatica a capirci.
Ma noi sappiamo lo splendore della dignità futura, possiamo immaginare, anche se lontanamente, le tenerezze di Dio per i suoi figli quando cadranno i limiti umani e corporali e parteciperemo alla sua grande gloria, quando “lo vedremo così come egli è, senza confini nella intimità con lui e saremo sempre insieme a lui.
Per questo i santi vedono l’ora della morte come quella della gioia!
Ma, attualizzando la Parola a tutti noi possiamo e dobbiamo chiederci:
Com'è il nostro rapporto con Dio? Abbiamo confidenza, gioia in lui, intimità, calore? Ci abbandoniamo a lui? Siamo figli che saltano al collo del papà per riempirlo di baci e non hanno paura nemmeno se hanno combinato guai perché sanno della misericordia di un papà?
Abbiamo nel Padre una fiducia incondizionata? O, al contrario, c’è un rapporto di timore, di venerazione fredda, di burocrazia, lontananza, addirittura sospetto?
La prima lettura, tratta dall'Apocalisse parla con l’allegoria tipica di questo libro di 144 mila buoni che, mediante il sigillo, sono preservati non dalle sofferenze ma dalla dannazione eterna.
Questo numero di anime rappresentano l’immensa moltitudine degli uomini di ogni parte della terra che, con la Fede e in forza del Battesimo, aderiscono al Cristo e trionfano con Lui in cielo.
La vittoria è raffigurata dalla veste bianca e con la palma del martirio, a significare le tribolazioni, le prove e le tentazioni.
Le anime gridano che la loro vittoria è dovuta a una speciale grazia del Padre e al sangue dell’Agnello immolato, che è Gesù.
Per metterci sulla scia dei Santi concludiamo con le parole tratte dall'Imitazione di Cristo: “Beata l’anima che ascolta il Signore che le parla dentro e accoglie dalla sua bocca la parola di consolazione. Beate le orecchie che colgono la preziosa e discreta voce di Dio e non tengono in alcun conto i discorsi di questo mondo”.
La vita terrena dicono sia come una corsa a cronometro: chi parte prima, chi dopo, chi arriva prima, chi arriva dopo. Ma tutti giungiamo allo stesso traguardo. L’importante è come ci si arriva.
Questi due giorni, Festa di Tutti i Santi e Commemorazione dei nostri defunti, ci offrono profonde meditazioni sulla nostra esistenza.
Per noi ogni giornata è un tesoro di cui si deve render conto a Dio.
La morte, diceva un Padre della Chiesa, è il più potente, il più indiscutibile dei predicatori. Cerchiamo sempre una guida, in questa nostra esistenza, per affrontare il cammino verso l’alto, per lasciare la pianura e salire in montagna dove respirare aria buona, aria di vita eterna.
Cerchiamo sempre, riuscendoci poche volte, a lasciarci dietro la fatica del quotidiano, per ascendere con nuove forze e intuire la dimensione della beatitudine.
Le nostre guide sono i Santi, immagine viva dell’amore di Dio.
La loro grandezza è nascosta nel loro spirito.
Dio irrompe nella loro anima, con la pienezza della sua grazia e vi stampa un’orma più vasta mostrando la Sua presenza e il Suo volto.
I Santi, dovunque passano, lasciano qualcosa di Dio.
Essi solo lasciano tracce, gli altri fanno rumore ma non lasciano segni del loro passaggio.
Il loro esempio è un aiuto alla nostra debolezza, un sostegno alla nostra fede vacillante, un incitamento alla virtù.
Nel giorno della santificazione universale, Gesù proclama le Beatitudini, all'interno del grandioso “Discorso della Montagna”, considerato il “Manifesto del Regno”, il compendio della vita cristiana. Le Beatitudini sono la “Magna Charta” dei fedeli di Dio, il proclama che in otto punti stabilisce le condizioni per accedere al Regno. Gesù le conferma con il suo esempio e, nei capitoli 8 e 9 del Vangelo di Matteo, farà seguire ben dieci miracoli a conferma dell’autorità unica di Maestro,
Messia e Salvatore.
Certo che le Beatitudini rappresentano una rivoluzione nella vita religiosa, familiare, sociale di noi, popolo di Dio.
Sul monte detto proprio delle Beatitudini, il Maestro indica il completamento dei Comandamenti indicati da Dio sul Sinai. Gesù è il nuovo Mosè e porta un’unica grande legge:”Ama”.
Solo l’amore rende felici.
Sono beati, cioè felici, coloro che sono poveri. Incredibile pensarlo, è fuori da ogni logica umana. I poveri ci riescono perché non sono attaccati ai beni materiali, si affidano solo a Dio.
Beati sono coloro che non fanno di se stessi il proprio idolo, che non si pongono nei confronti della vita con arroganza, i Beati sono i poveri di spirito.
Così i sofferenti, i perseguitati, i miti, gli affamati di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, tutti coloro che tra sé e Dio non mettono altri idoli come denaro, sesso, successo, materialismo.
Occorre che anche noi ci facciamo “poveri nello spirito”, impoverendoci del nostro io.
Il povero di spirito è colui che si fa libero per il Vangelo, che sa condividere con i poveri, che attende tutto da Dio, che da spazio nella sua vita a Dio, che non desidera nulla se non Dio, nella semplicità di un fanciullo che si mantiene tranquillo nelle prove.
Il Regno è assegnato a coloro che hanno l’umiltà interiore.
Necessario è uccidere in noi la superbia e fuggire gli onori del mondo.
In Matteo, le Beatitudini sono otto, per Luca sono, invece, quattro, con l’aggiunta di quattro maledizioni.
Per Luca, Gesù parla in seconda persona, per Matteo in terza persona, in forma cioè universale. I santi, dei quali oggi celebriamo la comunione, vivono appunto la beatitudine del Paradiso. Tante volte ci siamo chiesti come sia possibile incamminarci sulla strada della carità, quella descritta mirabilmente da San Paolo:
“La carità non avrà mai fine … Adesso conosco in modo imperfetto ma allora conoscerò perfettamente come anch'io sono conosciuto” (1 Cor 13, 8-12).
Ecco quindi che il Vangelo di oggi ci indica la strada delle Beatitudini. Ricercandole ci incamminiamo sulla strada del Regno:
“Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno per causa mia … Beati gli operatori di pace … Beati i puri di cuore … Beati i perseguitati per la giustizia … “.
E, l’amore che rende beati è celebrato nella seconda lettura, tratta dalla prima lettera di San Giovanni Apostolo, capitolo 3.
Il mondo capisce ciò che vede, ciò che tocca. Come fa l’occhio naturale, l’occhio inquinato dell’uomo a scorgere Gesù?
Come fa l’uomo a capire a fondo ciò che è divino? È come quando pretendiamo di fissare lo sguardo sul sole!
Il mondo non ha conosciuto Dio e quindi non ha conosciuto la nostra dignità di figli.
Quella parte di mondo che non riconosce Cristo, il Figlio eterno, non può riconoscere neanche noi. Qui “conoscere” sta per “non ci ama”, non ci sopporta. Perché i veri figli di Dio incutono timore al mondo. I veri figli di Dio giudicano il mondo e lo mettono in crisi! Le tenebre non sopportano la luce. È finita per le tenebre se accolgono la luce! E allora, ecco il versetto che dice: “Ciò che saremo … saremo simili a lui …”.
Oggi siamo imprigionati nel mondo in un contesto di umiltà e mistero, tanto che il mondo fatica a capirci.
Ma noi sappiamo lo splendore della dignità futura, possiamo immaginare, anche se lontanamente, le tenerezze di Dio per i suoi figli quando cadranno i limiti umani e corporali e parteciperemo alla sua grande gloria, quando “lo vedremo così come egli è, senza confini nella intimità con lui e saremo sempre insieme a lui.
Per questo i santi vedono l’ora della morte come quella della gioia!
Ma, attualizzando la Parola a tutti noi possiamo e dobbiamo chiederci:
Com'è il nostro rapporto con Dio? Abbiamo confidenza, gioia in lui, intimità, calore? Ci abbandoniamo a lui? Siamo figli che saltano al collo del papà per riempirlo di baci e non hanno paura nemmeno se hanno combinato guai perché sanno della misericordia di un papà?
Abbiamo nel Padre una fiducia incondizionata? O, al contrario, c’è un rapporto di timore, di venerazione fredda, di burocrazia, lontananza, addirittura sospetto?
La prima lettura, tratta dall'Apocalisse parla con l’allegoria tipica di questo libro di 144 mila buoni che, mediante il sigillo, sono preservati non dalle sofferenze ma dalla dannazione eterna.
Questo numero di anime rappresentano l’immensa moltitudine degli uomini di ogni parte della terra che, con la Fede e in forza del Battesimo, aderiscono al Cristo e trionfano con Lui in cielo.
La vittoria è raffigurata dalla veste bianca e con la palma del martirio, a significare le tribolazioni, le prove e le tentazioni.
Le anime gridano che la loro vittoria è dovuta a una speciale grazia del Padre e al sangue dell’Agnello immolato, che è Gesù.
Per metterci sulla scia dei Santi concludiamo con le parole tratte dall'Imitazione di Cristo: “Beata l’anima che ascolta il Signore che le parla dentro e accoglie dalla sua bocca la parola di consolazione. Beate le orecchie che colgono la preziosa e discreta voce di Dio e non tengono in alcun conto i discorsi di questo mondo”.
giovedì 30 ottobre 2014
Don Oreste Benzi, elogio alla gioia!
'Le cose belle prima si fanno e poi si pensano'. (Don Benzi)
Don Oreste Benzi, romagnolo doc scomparso nel 2007, era conosciuto soprattutto per essere stato il prete delle prostitute a Rimini.
Come sacerdote si è sempre distinto per l'attenzione prestata ai più emarginati, a quelli che chiamava "gli ultimi" definendoli "coloro ai quali nessuno pensa. E se ci pensa, pensa male.".
Questo vulcanico don diceva che la morte non esiste e, mentre regalava collanine del rosario, spiegava che morire era giungere alla fine del nostro pellegrinaggio aprendosi, nel momento della chiusura degli occhi in terra, all'infinito di Dio.
Che gran personaggio era l’Oreste dalla tonaca malandata e che gran fortuna ebbi a conoscerlo. Quando lo incontrai la prima volta, la sensazione fu di essere stato suo amico da sempre. Sparse con l’accento inconfondibile, il sapore della sua terra.
Eravamo in una delle case dell’associazione Giovanni XXIII dove lui aveva inventato uno stile tutto suo di condivisione del Vangelo.
Ospitava ragazzi e ragazze in preda alla follia degli stupefacenti e donne buttate sulla strada a fare
meretricio con uomini.
Il grande popolo di questa associazione di aiuto sociale, ospitava nelle sue numerose case famiglia, anche anziani e handicappati.
Aveva case di accoglienza anche in Brasile, dove altri seguaci del rivoluzionario don cercavano di offrire vitto e alloggio al mondo disperato delle favelas.
Nonno Oreste, come amavano chiamarlo i suoi “ragazzi”, aiutava da anni un’adolescente teramana, a me carissima a uscire fuori dal tunnel delle dipendenze.
Ne aveva fatta di strada da quando era nata a Coriano la prima casa di ospitalità.
Oggi in suo nome, grazie all'intervento dello Spirito Santo, esistono luoghi di aiuto fraterno in oltre 30 paesi nel mondo.
Parlai a lungo con lui, anzi per meglio dire parlò lui spaziando dalla vita di tutti i giorni al Vangelo, perché le due cose, diceva, sono legate strettamente.
Un fiume in piena anche se si scherniva dicendo di aver sonno perché la sera prima era stato in discoteca. Avete letto bene! In discoteca a Rimini.
Era entrato in uno di questi ritrovi notturni pieni di giovani e, al D.J. sbalordito, aveva chiesto di far fare un applauso per Gesù al popolo della notte.
Infine era corso, seguito a stento dai più stretti collaboratori, alla stazione per dare conforto ai poveracci senza tetto che si rifugiavano lì dal freddo. Ridendo mi disse che era stata una notte come tante. Poi mi lasciò.
Lo aspettava un rosario davanti all'ospedale, credo fosse di Riccione, contro gli aborti e in favore delle giovani madri.
“Ricordati - mi urlò mentre correva via - il viaggio non farlo mai da solo, fatti accompagnare da Cristo”!
Questa ilarità, questa gioia continua che sfociava nel ridere di Don Benzi, mi attraeva un casino.
Era una gioia parlargli e lo feci diverse volte.
Mi era accaduto di leggere un’affermazione, non ricordo bene se di Giovanni Crisostomo che mi aveva colpito.
La frase ricordava che Gesù non aveva mai riso, almeno non era riportato in nessun Vangelo di un suo momento di ilarità. Rimasi basito. Ma come, mi dicevo, e che fine fa la gioia di cui parlano sempre le Scritture nel Nuovo Testamento?
Ho letto e riletto i Sinottici e ho scoperto che effettivamente il Signore non pare si sia presentato mai con un bel sorriso a trentadue denti.
Al contrario lo si scopre piangere amaramente più volte, basti ricordare le lacrime nell'orto del Getsemani e il pianto dirotto davanti a Lazzaro, l’amico, inanimato.
Però, frequentando meglio la Parola, ruminandola con pazienza ho potuto immaginarmi Gesù grande umorista.
Come definirlo diversamente, leggendo delle sue battute sagaci del tipo:
“E’ più facile che un cammello passi per la cruna dell’ago che un ricco entri nel Regno di Dio! (cfr Mt. 19, 24).
O ancora, meditando quella frase d’incredibile forza evocativa:
“Guide cieche che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!”. (Mt 23,24).
Dato poi che il futuro Redentore veniva giudicato da molti uomini del suo tempo “mangione e beone” (cfr Lc 7,34), ecco che l’idea fattami di Lui è che doveva essere un gran bel tipo.
Se fossi vissuto ai suoi tempi l’avrei eletto amico del cuore.
Soprattutto perché in diverse pagine del Vangelo Gesù raccomanda la gioia del cuore Adoro chi sa sorridere della vita con tutta l’arguzia di cui si può essere dotati.
Nel “Nome della Rosa”, capolavoro di Umberto Eco ambientato nel buio del medioevo, si racconta che fu messo al bando l’ “Elogio del riso” di Aristotele dall'Inquisitore.
Il frate crudele che uccise i suoi simili che scoprivano il libro e volevano leggerlo nonostante fosse messo all'indice, non aveva mai provato cosa significasse allargare la bocca per regalarsi una bella risata.
Ci sono insegnamenti che riesci ad apprendere da solo, con quel pizzico d’intelligenza data dal Signore, altri che hai bisogno di suggerimenti da parte di un grande maestro.
Le parole del Signore e la fede in Lui sono la mia forza, la mia energia.
Spero sia così anche per voi.
Signore tu sai tutto!
Don Oreste Benzi, romagnolo doc scomparso nel 2007, era conosciuto soprattutto per essere stato il prete delle prostitute a Rimini.
Come sacerdote si è sempre distinto per l'attenzione prestata ai più emarginati, a quelli che chiamava "gli ultimi" definendoli "coloro ai quali nessuno pensa. E se ci pensa, pensa male.".
Questo vulcanico don diceva che la morte non esiste e, mentre regalava collanine del rosario, spiegava che morire era giungere alla fine del nostro pellegrinaggio aprendosi, nel momento della chiusura degli occhi in terra, all'infinito di Dio.
Che gran personaggio era l’Oreste dalla tonaca malandata e che gran fortuna ebbi a conoscerlo. Quando lo incontrai la prima volta, la sensazione fu di essere stato suo amico da sempre. Sparse con l’accento inconfondibile, il sapore della sua terra.
Eravamo in una delle case dell’associazione Giovanni XXIII dove lui aveva inventato uno stile tutto suo di condivisione del Vangelo.
Ospitava ragazzi e ragazze in preda alla follia degli stupefacenti e donne buttate sulla strada a fare
meretricio con uomini.
Il grande popolo di questa associazione di aiuto sociale, ospitava nelle sue numerose case famiglia, anche anziani e handicappati.
Aveva case di accoglienza anche in Brasile, dove altri seguaci del rivoluzionario don cercavano di offrire vitto e alloggio al mondo disperato delle favelas.
Nonno Oreste, come amavano chiamarlo i suoi “ragazzi”, aiutava da anni un’adolescente teramana, a me carissima a uscire fuori dal tunnel delle dipendenze.
Ne aveva fatta di strada da quando era nata a Coriano la prima casa di ospitalità.
Oggi in suo nome, grazie all'intervento dello Spirito Santo, esistono luoghi di aiuto fraterno in oltre 30 paesi nel mondo.
Parlai a lungo con lui, anzi per meglio dire parlò lui spaziando dalla vita di tutti i giorni al Vangelo, perché le due cose, diceva, sono legate strettamente.
Un fiume in piena anche se si scherniva dicendo di aver sonno perché la sera prima era stato in discoteca. Avete letto bene! In discoteca a Rimini.
Era entrato in uno di questi ritrovi notturni pieni di giovani e, al D.J. sbalordito, aveva chiesto di far fare un applauso per Gesù al popolo della notte.
Infine era corso, seguito a stento dai più stretti collaboratori, alla stazione per dare conforto ai poveracci senza tetto che si rifugiavano lì dal freddo. Ridendo mi disse che era stata una notte come tante. Poi mi lasciò.
Lo aspettava un rosario davanti all'ospedale, credo fosse di Riccione, contro gli aborti e in favore delle giovani madri.
“Ricordati - mi urlò mentre correva via - il viaggio non farlo mai da solo, fatti accompagnare da Cristo”!
Questa ilarità, questa gioia continua che sfociava nel ridere di Don Benzi, mi attraeva un casino.
Era una gioia parlargli e lo feci diverse volte.
Mi era accaduto di leggere un’affermazione, non ricordo bene se di Giovanni Crisostomo che mi aveva colpito.
La frase ricordava che Gesù non aveva mai riso, almeno non era riportato in nessun Vangelo di un suo momento di ilarità. Rimasi basito. Ma come, mi dicevo, e che fine fa la gioia di cui parlano sempre le Scritture nel Nuovo Testamento?
Ho letto e riletto i Sinottici e ho scoperto che effettivamente il Signore non pare si sia presentato mai con un bel sorriso a trentadue denti.
Al contrario lo si scopre piangere amaramente più volte, basti ricordare le lacrime nell'orto del Getsemani e il pianto dirotto davanti a Lazzaro, l’amico, inanimato.
Però, frequentando meglio la Parola, ruminandola con pazienza ho potuto immaginarmi Gesù grande umorista.
Come definirlo diversamente, leggendo delle sue battute sagaci del tipo:
“E’ più facile che un cammello passi per la cruna dell’ago che un ricco entri nel Regno di Dio! (cfr Mt. 19, 24).
O ancora, meditando quella frase d’incredibile forza evocativa:
“Guide cieche che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!”. (Mt 23,24).
Dato poi che il futuro Redentore veniva giudicato da molti uomini del suo tempo “mangione e beone” (cfr Lc 7,34), ecco che l’idea fattami di Lui è che doveva essere un gran bel tipo.
Se fossi vissuto ai suoi tempi l’avrei eletto amico del cuore.
Soprattutto perché in diverse pagine del Vangelo Gesù raccomanda la gioia del cuore Adoro chi sa sorridere della vita con tutta l’arguzia di cui si può essere dotati.
Nel “Nome della Rosa”, capolavoro di Umberto Eco ambientato nel buio del medioevo, si racconta che fu messo al bando l’ “Elogio del riso” di Aristotele dall'Inquisitore.
Il frate crudele che uccise i suoi simili che scoprivano il libro e volevano leggerlo nonostante fosse messo all'indice, non aveva mai provato cosa significasse allargare la bocca per regalarsi una bella risata.
Ci sono insegnamenti che riesci ad apprendere da solo, con quel pizzico d’intelligenza data dal Signore, altri che hai bisogno di suggerimenti da parte di un grande maestro.
Le parole del Signore e la fede in Lui sono la mia forza, la mia energia.
Spero sia così anche per voi.
Signore tu sai tutto!
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venerdì 24 ottobre 2014
XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO A: L'AMORE!
Esodo 22, 21-27; 1 Tessalonicesi 1, 5-10; Salmo 17/18; Matteo 22,34-40
Il tema di questa domenica trentesima del Tempo Ordinario, anno A, è sicuramente fondamentale per capire cosa Dio chiede a ognuno di noi. È una Parola difficile, ci chiede di amare incondizionatamente tutti, anche i nemici, anche quelli che troviamo antipatici, sgradevoli e cattivi.
L’amore per il Signore e per i nostri fratelli è l’architrave da cui dipende, come ribadisce il Vangelo di Matteo, capitolo 22, 40, tutta la Legge e i Profeti.
Immaginiamo un filo d’oro all'interno delle Scritture per scoprire che due sono i piani su cui muoversi:
Uno teologico e verticale che è l’amore per Dio, perché Dio ci ama e noi amiamo Dio che ci ama; l’altro pratico e orizzontale che abbraccia il mondo di ognuno di noi, incitandoci ad amare gli altri, “ama il tuo prossimo come te stesso” (22,19).
È la legge fondamentale per chi si pregia di amare il Creatore e, di riflesso, le sue creature.
È Paolo che, in maniera definitiva, esprime questo comando d’amore in maniera sublime nella lettera ai Romani 13, 8:
“Chi ama il suo simile ha adempiuto alla Legge”.
Se dovessimo fare cronistoria dell’amore verso gli altri, dovremmo quasi escludere l’Antico Testamento.
Questi riservava l’amore unicamente a Dio.
In Deuteronomio (6, 4-5) si legge che Dio è unico Signore:
“Amerai il tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le tue forze”.
Nei confronti dei fratelli unico dovere era il rispetto, il buon comportamento.
La tradizione giudaica contemplava ben seicento e tredici precetti sulla cui gerarchia di valori, i dottori della legge discutevano a più non posso. Gesù, arrivando sulla terra, stravolge tutto, semplifica in un comandamento che si spacca in due, portando alle stelle il concetto di amore incondizionato verso i fratelli tutti, se davvero si ama Dio.
A ben vedere il valore dell’uomo agli occhi del Creatore, già lo proclamava il primo libro biblico, Genesi dove si legge che è:
“Creatura principe, creata da Dio a sua immagine”(1,27).
Non è possibile, dicono ora le scritture del Nuovo Testamento, amare Dio senza amare ugualmente la sua immagine che è l’uomo!
Il Signore è così capace di amore ardente e incondizionato che noi possiamo ricambiare solo impegnandoci all'amore verso le creature tutte senza distinzione alcuna e anzi, amando i propri nemici. Parola difficile, a volte è una montagna invalicabile che ci sovrasta e ci intimorisce. Dio ci chiede il massimo della carità verso gli altri.
Ci riempiamo la bocca di cristianesimo o francescanesimo ma prima dobbiamo verificare se Cristo vive profondamente in noi, se i nostri pensieri sono modellati sulla Sua legge, se i nostri atti rispecchiano i comandamenti, se la nostra vita intima è segnata dalla Sua presenza!
Spesso ci auto convinciamo di essere sulla strada buona e nascondiamo a noi stessi alcune cose che non accettiamo del Cristo, rigettando le cose difficili.
Noi cristiani selezioniamo i comandamenti, setacciamo il decalogo, accettandolo solo in parte.
E allora elenchiamole le difficoltà, le pareti verticali che dobbiamo scalare per essere salvi: Il perdono delle offese; l’amore per il nemico; la purezza delle nostre intenzioni e del nostro cuore verso gli altri; l’obbedienza alla Chiesa e infine … Amare come Lui ama noi!
“Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri” (Gv 15,12).
“Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”. (Gv 13,35)
Credo che tutti riusciamo a trovarci spiazzati dalle parole di Nietsche, il famoso filosofo ateo tedesco che rimproverava i cristiani così: ”Se la buona novella della Bibbia fosse anche scritta sul vostro volto, voi non avreste bisogno di insistere perché si ceda all'autorità della Bibbia. Voi dovreste essere la Bibbia viva!”.
Con la bocca tutti noi proclamiamo con forza il versetto del Salmo di oggi:
“Ti amo Signore, mia forza, mia rupe, mio rifugio, mia salvezza, mio baluardo …”.
E con il cuore? Il precetto principe, quello dell’amore, è contemplato nella nostra vita?
San Paolo nella famosa lettera ai Corinzi sulla carità, San Giovanni nella sua stupenda lettera dedicata all'Amore e i Vangeli tutti, in ogni piega di questi meravigliosi scritti, segnalano, tra le righe, il freddo, l’indifferenza, l’oscurità che regna in molti cristiani.
È il segno inequivocabile della lontananza dalla sorgente di luce eterna che è l’amore di Dio.
E l’amore di Dio è così infinito che basterebbe richiamare alcuni passi della Parola per rimanere storditi.
Ad esempio lo stupendo passo di Isaia 49, 15:
“Si dimentica una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai”.
Una dichiarazione sublime di amore materno.
O ancora, spulciando gli scritti del profeta Osea, 11, 1-4:
“Io ho amato questo popolo. Ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare”.
Sarebbero infiniti gli esempi, magari leggendo il “Cantico dei Cantici”, in cui Dio ci parla con la bocca di un innamorato. Come non ricambiare con amore totale, radicale e spremo verso gli altri? L’amore, dice San Paolo, deve essere reciproco e circolare, l’uno per l’altro, arricchimento di tutti, un dare e un ricevere.
Il Libro dell’Esodo in questa domenica, ribadisce tutto ciò.
Chi opprime il debole oltraggia colui che lo ha fatto, dice il libro dei Proverbi (14,31).
Ecco il senso del comando di Dio.
Un occhio di riguardo alle vedove, agli orfani, ai poveri, i diseredati. La comunità deve circondarli di premure e amore perché bisognosi. Sarà poi, col Nuovo Testamento, che l’amore si trasferirà a tutti, non solo ai piccoli, diventerà amore e premura universali.
La seconda lettura tratta, come di consueto, dagli scritti di San Paolo, ci trasporta nel mondo antico della comunità cristiana di Tessalonica, “modello dei credenti della Macedonia”, come si legge nel versetto 7.
In effetti, a Tessalonica, la Parola di Dio ha un posto privilegiato nei cuori.
I Tessalonicesi riescono a imitare il grande esempio di Paolo, attendono il dono messianico e hanno la forza dello Spirito nelle tribolazioni e persecuzioni.
In più a Tessalonica è chiaro anche il compito che ogni cristiano ha insito in se stessi, quello cioè di evangelizzare tutti, con l’entusiasmo della fede, nell'attesa della nuova venuta del Cristo.
Utile ricordare, in fondo alla nostra meditazione, le parole del grande teologo Barclay, che affermò: “L’etica cristiana può essere riassunta in una sola parola, amore”.
Questo messaggio echeggia nel mondo sin da quando esiste la Chiesa.
Il tema di questa domenica trentesima del Tempo Ordinario, anno A, è sicuramente fondamentale per capire cosa Dio chiede a ognuno di noi. È una Parola difficile, ci chiede di amare incondizionatamente tutti, anche i nemici, anche quelli che troviamo antipatici, sgradevoli e cattivi.
L’amore per il Signore e per i nostri fratelli è l’architrave da cui dipende, come ribadisce il Vangelo di Matteo, capitolo 22, 40, tutta la Legge e i Profeti.
Immaginiamo un filo d’oro all'interno delle Scritture per scoprire che due sono i piani su cui muoversi:
Uno teologico e verticale che è l’amore per Dio, perché Dio ci ama e noi amiamo Dio che ci ama; l’altro pratico e orizzontale che abbraccia il mondo di ognuno di noi, incitandoci ad amare gli altri, “ama il tuo prossimo come te stesso” (22,19).
È la legge fondamentale per chi si pregia di amare il Creatore e, di riflesso, le sue creature.
È Paolo che, in maniera definitiva, esprime questo comando d’amore in maniera sublime nella lettera ai Romani 13, 8:
“Chi ama il suo simile ha adempiuto alla Legge”.
Se dovessimo fare cronistoria dell’amore verso gli altri, dovremmo quasi escludere l’Antico Testamento.
Questi riservava l’amore unicamente a Dio.
In Deuteronomio (6, 4-5) si legge che Dio è unico Signore:
“Amerai il tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le tue forze”.
Nei confronti dei fratelli unico dovere era il rispetto, il buon comportamento.
La tradizione giudaica contemplava ben seicento e tredici precetti sulla cui gerarchia di valori, i dottori della legge discutevano a più non posso. Gesù, arrivando sulla terra, stravolge tutto, semplifica in un comandamento che si spacca in due, portando alle stelle il concetto di amore incondizionato verso i fratelli tutti, se davvero si ama Dio.
A ben vedere il valore dell’uomo agli occhi del Creatore, già lo proclamava il primo libro biblico, Genesi dove si legge che è:
“Creatura principe, creata da Dio a sua immagine”(1,27).
Non è possibile, dicono ora le scritture del Nuovo Testamento, amare Dio senza amare ugualmente la sua immagine che è l’uomo!
Il Signore è così capace di amore ardente e incondizionato che noi possiamo ricambiare solo impegnandoci all'amore verso le creature tutte senza distinzione alcuna e anzi, amando i propri nemici. Parola difficile, a volte è una montagna invalicabile che ci sovrasta e ci intimorisce. Dio ci chiede il massimo della carità verso gli altri.
Ci riempiamo la bocca di cristianesimo o francescanesimo ma prima dobbiamo verificare se Cristo vive profondamente in noi, se i nostri pensieri sono modellati sulla Sua legge, se i nostri atti rispecchiano i comandamenti, se la nostra vita intima è segnata dalla Sua presenza!
Spesso ci auto convinciamo di essere sulla strada buona e nascondiamo a noi stessi alcune cose che non accettiamo del Cristo, rigettando le cose difficili.
Noi cristiani selezioniamo i comandamenti, setacciamo il decalogo, accettandolo solo in parte.
E allora elenchiamole le difficoltà, le pareti verticali che dobbiamo scalare per essere salvi: Il perdono delle offese; l’amore per il nemico; la purezza delle nostre intenzioni e del nostro cuore verso gli altri; l’obbedienza alla Chiesa e infine … Amare come Lui ama noi!
“Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri” (Gv 15,12).
“Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”. (Gv 13,35)
Credo che tutti riusciamo a trovarci spiazzati dalle parole di Nietsche, il famoso filosofo ateo tedesco che rimproverava i cristiani così: ”Se la buona novella della Bibbia fosse anche scritta sul vostro volto, voi non avreste bisogno di insistere perché si ceda all'autorità della Bibbia. Voi dovreste essere la Bibbia viva!”.
Con la bocca tutti noi proclamiamo con forza il versetto del Salmo di oggi:
“Ti amo Signore, mia forza, mia rupe, mio rifugio, mia salvezza, mio baluardo …”.
E con il cuore? Il precetto principe, quello dell’amore, è contemplato nella nostra vita?
San Paolo nella famosa lettera ai Corinzi sulla carità, San Giovanni nella sua stupenda lettera dedicata all'Amore e i Vangeli tutti, in ogni piega di questi meravigliosi scritti, segnalano, tra le righe, il freddo, l’indifferenza, l’oscurità che regna in molti cristiani.
È il segno inequivocabile della lontananza dalla sorgente di luce eterna che è l’amore di Dio.
E l’amore di Dio è così infinito che basterebbe richiamare alcuni passi della Parola per rimanere storditi.
Ad esempio lo stupendo passo di Isaia 49, 15:
“Si dimentica una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai”.
Una dichiarazione sublime di amore materno.
O ancora, spulciando gli scritti del profeta Osea, 11, 1-4:
“Io ho amato questo popolo. Ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare”.
Sarebbero infiniti gli esempi, magari leggendo il “Cantico dei Cantici”, in cui Dio ci parla con la bocca di un innamorato. Come non ricambiare con amore totale, radicale e spremo verso gli altri? L’amore, dice San Paolo, deve essere reciproco e circolare, l’uno per l’altro, arricchimento di tutti, un dare e un ricevere.
Il Libro dell’Esodo in questa domenica, ribadisce tutto ciò.
Chi opprime il debole oltraggia colui che lo ha fatto, dice il libro dei Proverbi (14,31).
Ecco il senso del comando di Dio.
Un occhio di riguardo alle vedove, agli orfani, ai poveri, i diseredati. La comunità deve circondarli di premure e amore perché bisognosi. Sarà poi, col Nuovo Testamento, che l’amore si trasferirà a tutti, non solo ai piccoli, diventerà amore e premura universali.
La seconda lettura tratta, come di consueto, dagli scritti di San Paolo, ci trasporta nel mondo antico della comunità cristiana di Tessalonica, “modello dei credenti della Macedonia”, come si legge nel versetto 7.
In effetti, a Tessalonica, la Parola di Dio ha un posto privilegiato nei cuori.
I Tessalonicesi riescono a imitare il grande esempio di Paolo, attendono il dono messianico e hanno la forza dello Spirito nelle tribolazioni e persecuzioni.
In più a Tessalonica è chiaro anche il compito che ogni cristiano ha insito in se stessi, quello cioè di evangelizzare tutti, con l’entusiasmo della fede, nell'attesa della nuova venuta del Cristo.
Utile ricordare, in fondo alla nostra meditazione, le parole del grande teologo Barclay, che affermò: “L’etica cristiana può essere riassunta in una sola parola, amore”.
Questo messaggio echeggia nel mondo sin da quando esiste la Chiesa.
mercoledì 22 ottobre 2014
Emozioni tranesi
Quest’estate sono stato a Trani, centro marinaro pugliese dell’XI secolo, per tre giorni.
Ho visitato un ex carcere, oggi uno dei castelli federiciani tra i più belli dei tanti dislocati nell'intera Puglia.
Ho visto questa rocca a pianta quadrangolare con il suo vasto cortile centrale, le torri quadrate, le mura possenti e fortificate.
Ho potuto ammirare, qualche passo dopo, una cattedrale aperta sull'Adriatico col suo alto campanile svettante sulla città, piena di opere d’arte e ricca di suggestioni, al centro di una piazza panoramica.
Ho goduto, da spettatore privilegiato, di un tramonto da urlo, tra pietre bianche e acqua azzurra, mentre il solito via vai di gente proveniente dalla passeggiata sul mare, arricchiva di vita un momento magico.
Ho poi attraversato il dedalo di strade tortuose, una sorta di suk, i tipici mercati arabi all'aperto, e ho scoperto piccole e insospettabili chiese templari, case antiche del tempo svevo angioino.
Ho camminato lungo il porto, gustando passo dopo passo, l’atmosfera della "movida" notturna: le contraddizioni di un popolo fatto di povera gente che pesca e che cerca di vendere polpi ancora guizzanti e ricci di mare dagli aculei vibranti, a ricchi turisti dall'apparenza facoltosa col naso in su
per carpire la bellezza di una città senza tempo.
Ho preso poi l’auto e la meraviglia si è sprigionata a pochi chilometri di distanza:
Le campagne di Ruvo di Puglia costellate da masserie, uliveti e vigne, dolmen, monumenti megalitici di 3500 anni fa;
Ecco Troia, dal nome forse imbarazzante, con la sua Chiesa madre, gioiello del Romanico barese e le mura impreziosite di sculture in pietra inquietanti e magnifiche;
Castel del Monte, un mondo onirico, esoterico, affascinante e misterioso, racchiuso in una rocca inedita, un maniero unico al mondo, frutto della follia geniale di Federico. Il meglio dello Stupor mundi, il sovrano impareggiabile;
Canosa di Puglia, all'inizio delle Murge, che la leggenda vuole fondata da Diomede con la cattedrale dedicata a San Sabino e dove si trova la tomba del Primo Crociato della storia, Boemondo;
Bisceglie con il piccolo, delizioso porticciolo e lo splendore delle mura medievali del centro storico;
La città della disfida, Barletta col castello svevo, sede di mostre d’arte contemporanea, lo storico Palazzo della Marra, affascinante viaggio nell'Ottocento;
Infine Margherita di Savoia con le Terme e la produzione di sale nelle saline, zona umida e casa di grandi uccelli acquatici, tra stormi di fenicotteri rosa tra vasche di evaporazione dell’acqua dai mille colori tra arancioni e gialli pallidi.
Trani sarà pure una delle tante città sofferenti del Meridione di questo Paese allo sfascio, ma, vi assicuro, i locali tutti pieni davano la sensazione di essere in un mondo ideale fatto di gioia e cose belle.
Ho immaginato il riscatto di un Sud povero dove si può ancora ricominciare a scommettere sulla cultura del bello che parte da Trani, i Trulli di Alberobello e arriva ai Sassi di Matera, passa dal barocco leccese all'infinita magnificenza della Valle dei templi in Sicilia.
Il Sud è ricco di risorse umane, storiche, artistiche.
Il Sud è il cuore di uomini e donne che in un Paese normale non dovrebbero essere costretti a emigrare.
Il Sud ha voglia di riprendersi tra le mani il suo futuro.
A Trani hanno già cominciato!
Ho visitato un ex carcere, oggi uno dei castelli federiciani tra i più belli dei tanti dislocati nell'intera Puglia.
Ho visto questa rocca a pianta quadrangolare con il suo vasto cortile centrale, le torri quadrate, le mura possenti e fortificate.
Ho potuto ammirare, qualche passo dopo, una cattedrale aperta sull'Adriatico col suo alto campanile svettante sulla città, piena di opere d’arte e ricca di suggestioni, al centro di una piazza panoramica.
Ho goduto, da spettatore privilegiato, di un tramonto da urlo, tra pietre bianche e acqua azzurra, mentre il solito via vai di gente proveniente dalla passeggiata sul mare, arricchiva di vita un momento magico.
Ho poi attraversato il dedalo di strade tortuose, una sorta di suk, i tipici mercati arabi all'aperto, e ho scoperto piccole e insospettabili chiese templari, case antiche del tempo svevo angioino.
Ho camminato lungo il porto, gustando passo dopo passo, l’atmosfera della "movida" notturna: le contraddizioni di un popolo fatto di povera gente che pesca e che cerca di vendere polpi ancora guizzanti e ricci di mare dagli aculei vibranti, a ricchi turisti dall'apparenza facoltosa col naso in su
per carpire la bellezza di una città senza tempo.
Ho preso poi l’auto e la meraviglia si è sprigionata a pochi chilometri di distanza:
Le campagne di Ruvo di Puglia costellate da masserie, uliveti e vigne, dolmen, monumenti megalitici di 3500 anni fa;
Ecco Troia, dal nome forse imbarazzante, con la sua Chiesa madre, gioiello del Romanico barese e le mura impreziosite di sculture in pietra inquietanti e magnifiche;
Castel del Monte, un mondo onirico, esoterico, affascinante e misterioso, racchiuso in una rocca inedita, un maniero unico al mondo, frutto della follia geniale di Federico. Il meglio dello Stupor mundi, il sovrano impareggiabile;
Canosa di Puglia, all'inizio delle Murge, che la leggenda vuole fondata da Diomede con la cattedrale dedicata a San Sabino e dove si trova la tomba del Primo Crociato della storia, Boemondo;
Bisceglie con il piccolo, delizioso porticciolo e lo splendore delle mura medievali del centro storico;
La città della disfida, Barletta col castello svevo, sede di mostre d’arte contemporanea, lo storico Palazzo della Marra, affascinante viaggio nell'Ottocento;
Infine Margherita di Savoia con le Terme e la produzione di sale nelle saline, zona umida e casa di grandi uccelli acquatici, tra stormi di fenicotteri rosa tra vasche di evaporazione dell’acqua dai mille colori tra arancioni e gialli pallidi.
Trani sarà pure una delle tante città sofferenti del Meridione di questo Paese allo sfascio, ma, vi assicuro, i locali tutti pieni davano la sensazione di essere in un mondo ideale fatto di gioia e cose belle.
Ho immaginato il riscatto di un Sud povero dove si può ancora ricominciare a scommettere sulla cultura del bello che parte da Trani, i Trulli di Alberobello e arriva ai Sassi di Matera, passa dal barocco leccese all'infinita magnificenza della Valle dei templi in Sicilia.
Il Sud è ricco di risorse umane, storiche, artistiche.
Il Sud è il cuore di uomini e donne che in un Paese normale non dovrebbero essere costretti a emigrare.
Il Sud ha voglia di riprendersi tra le mani il suo futuro.
A Trani hanno già cominciato!
martedì 21 ottobre 2014
Rimaniamo connessi tra noi nell'amore
Tra i miei nuovi contatti di Facebook sono arrivate, poco più di un anno fa, due simpatiche amiche che vivono nell'altra parte del mondo, a San Paolo in Brasile.
Dopo le inevitabili richieste di amicizia, sono arrivati i “mi piace” sulle foto, i saluti via mail, gli scambi di opinioni.
La scorsa settimana, erano in quattro, sono venute a Teramo, ultima tappa di un bel viaggio in Italia che ha toccato Taormina in Sicilia e poi su fino a Roma.
È stata la splendida occasione per conoscerci e trascorrere insieme qualche bella ora in giro per la provincia teramana, tra Civitella del Tronto e Campli.
Adesso il virtuale è superato.
L’amicizia vera è sancita!
Perché vi racconto questo?
Ho provato un senso di gioia quando un amico caro che ha tutta la mia stima, mi ha detto che uso internet e Facebook in particolare, in maniera incredibile e che tutti dovrebbero prendere esempio dai miei post. Si diceva contento di leggere la mia frase del giorno tratta dalle Scritture, lui che non apre quasi mai la Bibbia.
Si meravigliava di come la città fotografata dalla mia Nikon, risultasse spesso inedita e sorprendente. Si diceva anche sollevato dalle ansie nel guardare un tramonto o un’alba nel mio profilo del social network.
Ho avuto un senso di soddisfazione non per vanità o compiacimento personale, ma semplicemente perché forse, mi sono detto, qualche volta riesco a creare una cultura seppur minima, circolare e non piramidale.
Spesso in questa società malata ci s’incontra ma non ci si parla più.
Siamo magari presenti ma la connessione ci allontana, ci impedisce un rapporto diretto con interlocutori reali.
E allora si fatica a dialogare con le persone.
Si perde l’uso della parola e si acquista la massima manualità nelle dita per usare tastiere di pc o di cellulari.
Eppure, credetemi, io sono sempre stato convinto che la rete, usata bene, è circolarità, incontro con il prossimo e i fratelli.
A volte in rete è possibile incontrarsi anche con Dio!
Internet è un’estensione della vita quotidiana, una bella integrazione per arrivare dove non è possibile per ovvi motivi di tempo e di spazio.
Ho immaginato cosa potesse dire il mio modello, Francesco d’Assisi, se avesse avuto a disposizione un social network!
Come avrebbe portato il messaggio del Signore nelle case di tutti, lui che è riuscito a fare tutto ciò senza mezzi tecnologici, solo con l’esempio di vita!
L’avrebbe forse definita sorella Rete?
Certo nella società di oggi soffriamo di esagerazioni e per alcuni la Rete è l’unico mondo e, badate bene, non parlo solo di ragazzini!
Invece i social network debbono essere semplicemente cassa di risonanza per messaggi positivi, continuazione della realtà di tutti i giorni e non l’unica vita!
Internet non deve spegnere il contatto umano ma, al contrario, valorizzarlo e chi ne fruisce deve essere maturo da discernere il bene dal male anche via web.
E allora mi sono detto che Francesco, poverello di Assisi ha passato gran parte della sua vita a pensare a nuovi modi di stare insieme, uno accanto all'altro, a prendere contatti in maniera inedita, a chiedere e a offrire, a essere connessi. E, se usati bene gli strumenti tecnologici non servono proprio a questo?
Nella mia mail arrivano saluti di persone che sono lontani e non potrei raggiungere, richieste di preghiere da parte di amici che sperimentano la malattia, commenti sulla vita di tutti i giorni da parte di conoscenti come fossimo in piazza, seppur virtuale, proposte di amicizie di individui di cui, precedentemente, non immaginavo neanche l’esistenza e con cui trovo di avere molte affinità .
Importante è non dimenticare che dopo il primo passo nel web, nulla potrà sostituire il guardarsi successivamente negli occhi, niente potrà surrogare il bisogno di gesti reali e concreti, non potremo le mani tese per poter stringere quello del fratello davanti.
Necessario rimanere connessi tra di noi realmente nel segno dell’amore. Un saluto caro a queste quattro nuove amiche brasiliane. Da oggi siete anche voi nel mio cuore!
Dopo le inevitabili richieste di amicizia, sono arrivati i “mi piace” sulle foto, i saluti via mail, gli scambi di opinioni.
La scorsa settimana, erano in quattro, sono venute a Teramo, ultima tappa di un bel viaggio in Italia che ha toccato Taormina in Sicilia e poi su fino a Roma.
È stata la splendida occasione per conoscerci e trascorrere insieme qualche bella ora in giro per la provincia teramana, tra Civitella del Tronto e Campli.
Adesso il virtuale è superato.
L’amicizia vera è sancita!
Perché vi racconto questo?
Ho provato un senso di gioia quando un amico caro che ha tutta la mia stima, mi ha detto che uso internet e Facebook in particolare, in maniera incredibile e che tutti dovrebbero prendere esempio dai miei post. Si diceva contento di leggere la mia frase del giorno tratta dalle Scritture, lui che non apre quasi mai la Bibbia.
Si meravigliava di come la città fotografata dalla mia Nikon, risultasse spesso inedita e sorprendente. Si diceva anche sollevato dalle ansie nel guardare un tramonto o un’alba nel mio profilo del social network.
Ho avuto un senso di soddisfazione non per vanità o compiacimento personale, ma semplicemente perché forse, mi sono detto, qualche volta riesco a creare una cultura seppur minima, circolare e non piramidale.
Spesso in questa società malata ci s’incontra ma non ci si parla più.
Siamo magari presenti ma la connessione ci allontana, ci impedisce un rapporto diretto con interlocutori reali.
E allora si fatica a dialogare con le persone.
Si perde l’uso della parola e si acquista la massima manualità nelle dita per usare tastiere di pc o di cellulari.
Eppure, credetemi, io sono sempre stato convinto che la rete, usata bene, è circolarità, incontro con il prossimo e i fratelli.
A volte in rete è possibile incontrarsi anche con Dio!
Internet è un’estensione della vita quotidiana, una bella integrazione per arrivare dove non è possibile per ovvi motivi di tempo e di spazio.
Ho immaginato cosa potesse dire il mio modello, Francesco d’Assisi, se avesse avuto a disposizione un social network!
Come avrebbe portato il messaggio del Signore nelle case di tutti, lui che è riuscito a fare tutto ciò senza mezzi tecnologici, solo con l’esempio di vita!
L’avrebbe forse definita sorella Rete?
Certo nella società di oggi soffriamo di esagerazioni e per alcuni la Rete è l’unico mondo e, badate bene, non parlo solo di ragazzini!
Invece i social network debbono essere semplicemente cassa di risonanza per messaggi positivi, continuazione della realtà di tutti i giorni e non l’unica vita!
Internet non deve spegnere il contatto umano ma, al contrario, valorizzarlo e chi ne fruisce deve essere maturo da discernere il bene dal male anche via web.
E allora mi sono detto che Francesco, poverello di Assisi ha passato gran parte della sua vita a pensare a nuovi modi di stare insieme, uno accanto all'altro, a prendere contatti in maniera inedita, a chiedere e a offrire, a essere connessi. E, se usati bene gli strumenti tecnologici non servono proprio a questo?
Nella mia mail arrivano saluti di persone che sono lontani e non potrei raggiungere, richieste di preghiere da parte di amici che sperimentano la malattia, commenti sulla vita di tutti i giorni da parte di conoscenti come fossimo in piazza, seppur virtuale, proposte di amicizie di individui di cui, precedentemente, non immaginavo neanche l’esistenza e con cui trovo di avere molte affinità .
Importante è non dimenticare che dopo il primo passo nel web, nulla potrà sostituire il guardarsi successivamente negli occhi, niente potrà surrogare il bisogno di gesti reali e concreti, non potremo le mani tese per poter stringere quello del fratello davanti.
Necessario rimanere connessi tra di noi realmente nel segno dell’amore. Un saluto caro a queste quattro nuove amiche brasiliane. Da oggi siete anche voi nel mio cuore!
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