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lunedì 25 agosto 2014

Il fervore nei filari

La dolcezza delle mattine di fine estate non ha l’ardore dei mesi più caldi ma costituisce la mirabile sintesi delle sue atmosfere, dei suoi profumi, dei suoi colori.
Il silenzio tra i filari è affascinante.
Guardo i vigneti, disposti su file parallele con ordine ossessivo, i grappoli d’uva luccicano, pieni e vigorosi, sotto il sole.

Fra poche settimane i vignaioli sistemeranno per bene le cantine, le macchine per la pigiatura, le botti. Partiranno col bel cesto di vimini, una forbice, un paio di guanti da lavoro.
In mezzo ai filari incominceranno a recidere i grappoli ambrati di uva appassiti dal sole, ripulendoli dalle parti marcescenti, liberandoli dalle foglie, per riporli nel contenitore.
Compagne di lavoro, non gradite, saranno le api che ronzano intorno ai chicchi in cerca del dolce succo. Si rinnoverà così un rito millenario.


Non c'e' altra pianta al mondo celebrata dall'arte e dalla letteratura come la vite. Fin dai tempi più antichi i poeti hanno dato libero corso alla loro creatività per cantare le lodi della vite e del miracoloso nettare che se ne ricava. Le virtù del vino erano decantate anche dai più autorevoli storici della Roma “Caput Mundi” repubblicana. Gli antichi cerusici consigliavano un bicchiere di vino color rubino per salvaguardare il buon fluire del sangue.
Le cose sono molto cambiate rispetto al passato.
Anni fa, per pigiare l'uva all'interno dei tini, si usavano i piedi.
Con una scala si saliva ai bordi di questi grandi mastelli di legno, calandosi dentro e tra canti, battute sagaci e risate, fatti anche per meglio sopportare la fatica, si lavorava fino a sera.
Le donne, di tanto in tanto, spillavano dal tino alcune bottiglie di succo d'uva e lo distribuivano in bicchieri a quelli che lavoravano. Altro ne tenevano da parte per preparare, la sera, quelli che allora ci sembravano dolci meravigliosi.

Guardando i filari mi torna alla mente Bacco, divinità pagana nel cui nome si celebravano gli allegri riti della gioiosa vendemmia. Gli affreschi rinascimentali delle antiche ville patrizie, lo ritraggono beatamente grasso nel corpo ed ebbro nello spirito, con le tempie adorne di tralci ricchi di grappoli.
Se poteste recarvi in mezzo ai filari, chiudere gli occhi e lasciare corso alla fantasia apparirebbero, ne sono certo, i festosi cortei di danzatori e musici.
I vecchi dicevano che il vino nasce nella cantina.
Ma io dico che tra il profumo dolciastro del mosto che bolle, il tic tac ritmico dei torchi, l’odore acidulo delle vinacce, vive una cultura millenaria, la storia della nostra terra.

Un patrimonio culturale ed antropologico. Ogni bottiglia di vino è come una poesia che si scopre nel colore, si legge nel profumo, si interpreta col gusto.
Un evviva a tutti i produttori e i winemaker, autentici creatori del gusto che permettono di realizzare vini di carattere, fascino e personalità.
Che la vendemmia sia con voi!


Federico II, "Stupor Mundi" e la rocca di Castel del Monte

Nell'agro di Andria, città tanto amata da Federico II di Svevia, a lui fedele fino alla fine, si erge su di una collina, l’affascinante Castel del Monte.
Si tratta di un misterioso e curioso maniero unico al mondo, che Federico II, definito dagli uomini del suo tempo, lo “Stupor Mundi”, fece erigere negli ultimi anni del suo fortunato regno.
Gli studiosi pensano che si trattasse di una residenza di caccia, un luogo di riposo per il sovrano così oberato dagli impegni continui del regno.
Moltissimi, però, vogliono dare un significato esoterico a una costruzione così particolare, immersa nel paesaggio brullo ma dolce dell’alta Murgia, vicino alla valle dell'Ofanto, tra viti e ulivi secolari.

Castel del Monte ha una forma ottagonale, il colore bianco della roccia calcarea e differenti stili architettonici che donano bellezza all'insieme.
Man mano che ci si avvicina all'altopiano su cui troneggia il castello, pensi sempre di trovarti davanti a un mistero.
Davvero qui si rifocillavano i Templari prima di recarsi in battaglia?
Davvero qui Federico II viveva notti infuocate con le sue concubine?
E cosa c’è di vero sulle tradizioni sicuramente leggendarie che parlano di misteriose presenze demoniache che ancora oggi nelle fredde notti d’inverno si paleserebbero a chi si avventura da queste parti in piena notte. E perché il castello non ha una struttura difensiva solita, mancante com'è di fossati, ponti levatoi, finestre protette?
Eppure la sua posizione è molto strategica, dominante a 360 gradi sulla vallata.

Siamo, insomma, davanti a una rocca atipica che cela misteri a non finire, a volte anche inquietanti.
La sua forma ottagonale, singolare, fa distinguere Castel del Monte da qualsiasi altra fortezza. Era forse qui il ritiro di Federico, sovrano erudito che amava l’astronomia, studiava l’astrologia, ascoltava musica dotta, praticava le lettere.
Era sempre qui che, molto probabilmente, invitava uomini di alta cultura per improvvisati cenacoli d’arte. Il mistero più grande, comunque, rimane la forma ottagonale.
Otto torri, altrettanti spigoli, il numero che ricorre ovunque.
Otto le tombe sotterrate che la leggenda vuole contengano gli altrettanti corpi dei crociati che tornarono morti dalla guerra santa, protagonisti e campioni dei templari.
Un’altra gustosa storia, a cavallo tra leggenda e realtà, racconta di un’abbazia benedettina che si trovava su questo colle, Santa Maria del Monte. Federico avrebbe costruito il maniero proprio a ridosso del monastero e appena dieci anni prima di lasciare la vita, rubando pezzetto su pezzetto la terra ai religiosi.
Eppure, pare che il sovrano sia stato da queste parti poche volte, oberato com'era da migliaia di impegni. L’ottagono rappresenta pure il simbolo della fusione tra la natura umana, rappresentata dal quadrato, con la natura divina rappresentata dal cerchio.
Un grande affresco celebra questa unione tra materiale e immateriale nella Cappella Palatina di Acquisgrana,
anch'essa, indovinate un po’, di forma ottagonale, naturalmente.

Ulteriori motivi di fascino del maniero sono le pietre coralline con le decorazioni e gli stucchi bianco candido, i diversi stili dell’interno, dal romanico al gotico fino al normanno che tanto piaceva allo Stupor Mundi.
Ovunque si possono riconoscere tributi al cristianesimo, all'Islam e all'Ebraismo che questo grande imperatore amava sempre amalgamare e unire.
Girovagando per le stanze del piano superiore si possono scoprire eleganti bagni, camini giganteschi, ingegnose cisterne, scale a chiocciola che salgono in senso anti orario e stanze che invitano a fantasticare su di un mondo ormai scomparso, quello dorato del periodo svevo.

Le ultime emozioni, Castel del Monte le regala all'estasiato visitatore, attraverso le sue grandi finestre a bifore, una affacciata a nord su Andria a trifore, con i loro gradini adibiti a comodi sedili in pietra dove sicuramente gli ospiti del sovrano si intrattenevano in amene discussioni.


Per arrivare a Castel del Monte con l’auto si deve uscire percorrendo l’Autostrada A14 (Bologna – Taranto) in direzione Barletta/Andria, una volta passato il casello autostradale, si prosegua sempre dritto, su una tangenziale alla città di Andria superando una rotonda e continuando dritto, dove si troverà la segnalazione Foggia che immette sulla statale 98,
alla 5° uscita si vedrà nitidamente il cartello marrone che indica l’uscita sulla SS 170 Dir che conduce direttamente ai piedi del Castello (circa 20 km da Andria).

giovedì 31 luglio 2014

Fiumi di pietra!

Tratto dal mio libro edito dalle Edizioni La Cassandra "Il mio Ararat" con la foto della vetta di Alessandro de Ruvo. 

“La tua casa è lì, dove sta il tuo cuore” (Plinio Il Vecchio) 

Parola d’ordine: viaggiare per conoscere la Creazione!
Le cinque regole d’oro del Marco Polo e il suo “Milione”, racconta Calvino per tutti i giramondo, impongono di conoscere la storia, i monumenti, i costumi, la fauna, la flora del luogo che si visita.

A volte immagino di essere un esploratore d’altri tempi , di accostare l’orecchio al suolo per scoprire cosa ci attende oltre.
È la sensazione che vive chi ama bighellonare attraverso la sua terra.

Per me il mondo è, innanzitutto roccia!
Credo che scavare la pietra, possederla, dominarla, è cercare e trovare Dio.
Dio è di pietra, la pietra è Dio. Perché la pietra è vita, è anima.

I luoghi aspri e selvaggi come il Gran Sasso mi rappresentano.
Comunicano il sogno di svegliarmi senza dover radere la barba, senza l’obbligo d’indossare una camicia ben stirata. Libero da convenzioni.
Il sogno, cari lettori, non va in vacanza, semmai s’inerpica in montagna con tenacia e passione.
Mi ha detto, più o meno così, il conosciuto dottor Speca, cardiologo a Teramo, in una bella giornata in ambiente in cui salivamo da ore verso la vetta di Pizzo di Moscio, sopra l’incantata foresta del bosco Martese del Ceppo.
Il posto è noto forse per gli episodi di guerra partigiana o per essere derivazione dell’antica via Metella, piuttosto che per quel paradiso in terra che rappresenta.
La sensazione che m’invade, ogni volta che ricordo questa foresta, è quella dell’immane fruscio rilasciato dai faggi alti come palazzi di quattro piani, ondeggianti per la furia del vento che gela il sudore sulla pelle. Giacinto Pannella, teramano famoso, agli inizi del ‘900 descriveva il bosco così: “a perdita d’occhio alberi e ancora alberi, senza sentiero alcuno”.

Nelle prime pagine di un libro memorabile, “La montagna incantata”, di Thomas Mann si legge:
“Per una salita ripida e costante che pare non debba finire mai, per una via scoscesa tra rocce selvagge, si monta davvero per l’alta montagna”.
Io non so se lo scrittore che fra l’altro i detrattori dicevano non avesse mai poggiato una mano su di una roccia, ma le labbra su di un bicchiere in osteria, infinite volte, metaforicamente abbia voluto parlare della vita e delle sue difficoltà.
So che per me la salita sui monti crea gioia infinita.
Che meraviglia vagabondare per cime tra prati, acque, sentieri!
Il mio “Abruzzo barbaro” è fatto di luoghi boschivi che incatenano l’anima.
Sono posti da amare sia con il sole, che con la brina che bagna la boscaglia, sia con il vento gelido, che attraversa montagne serene e rosee coperte di neve, sia con la nebbia, che incute terrore.
E quando sopra la testa passano gli uccelli a stormo perfetto, come aerei prodigiosi dalle ali fischianti, pare che il cuore scoppi per la gioia incontenibile di sentirti parte integrante dello spettacolo esaltante offerto dalla natura. Io non ho mai fatto arrampicata, ho vissuto la montagna con i piedi ben piantati a terra.

Credevo che i movimenti dei miei amici rocciatori fossero innaturali, quasi contorcimenti di lucertole impazzite.
Poi ho capito che chi si attacca ad una pietra non ha velleità di protagonismo ma, come afferma Mauro Corona, una vita spesa in ambiente, la roccia è una fasciatura, la garza che medica dallo stress della vita.

Per chi crede, la montagna è un luogo di Dio.
L’Antico Testamento vive i suoi momenti topici in alto.
Mosè fu il primo scalatore della storia. Salì innumerevoli volte sulle cime, l’ultima, il Sinai, per ricevere le tavole della Legge.
Sul monte Nebo (però siamo a soli 870 metri di altezza circa), guardò, struggendosi l’animo, la terra promessa negatagli. Poi morì, volando in alto.

Così pure Gesù, nel Nuovo Testamento sale su vette impervie pur di isolarsi al cospetto del Padre.
E allora dico che coloro i quali rispettano la montagna, amano il Creatore e la natura per loro è pura grazia nelle mani del Signore.

martedì 29 luglio 2014

La bella statua di S.Anna a Teramo!

La statua di S. Anna con la Madonna Bimba, custodita nella chiesetta a lei dedicata, antica cattedrale in Teramo è un’opera da poco restaurata che vale la pena conoscere meglio.

Don Cristian Cavacchioli, in occasione del ritorno dal restauro, ha voluto scrivere queste belle considerazioni da dedicare a chi vorrà visitare la chiesa e ammirare la statua.

Anna con i suoi capelli grigi e canuti è una donna anziana, scrive il Don, che rappresenta la vecchia alleanza, quella delle Legge Antica, quella di Mosè scritta su tavole di pietra.
Anna evoca il tronco di Jesse, padre del re Davide, Radice da dove discende Gesù secondo la carne (Romani 1,3).
Anna era un tronco sterile che non portava frutto! Il popolo spesso si era allontanato dal suo Dio.
Isaia aveva profetato:
“… Con le labbra benedicono ma il loro cuore è lontano da me”. 
Ma l’intimo di questo popolo appartiene al suo Signore ed è oggetto di amore eterno, stabile e inesauribile.
Il rosso della parte superiore della veste della santa richiama proprio questo amore di Dio che mai viene meno.

Don Cristian ricorda che, fino al Settecento, nella iconografia la dalmatica della Santa era rossa e solo nell'Ottocento venne schiarita in rosa o arancio.
La grandezza di questa statua è soprattutto il messaggio che il Dio di Anna è un Dio fedele, che non si stanca di perdonare, proprio come oggi spesso ci ricorda il nostro Papa Francesco.
Anna rappresenta il piccolo resto di Israele sottomesso a Dio (lo suggerisce, scrive don Cristian, il giallo ocra del mantello).
Il popolo attende e spera che da quel tronco secco nasca la Vita. Ed ecco che il tronco germoglia. Il verde dell’abito di Anna richiama a questa realtà, al miracolo della primavera che fa fiorire il deserto. Il frutto di Anna è Maria.
La Vergine coperta col velo bianco, segno di verginità, è:
“colei che, avvolta dal manto della giustizia è piena di grazia”. (Isaia 61,10 – Luca 1,28).
Il manto azzurro rappresenta il cielo a cui dobbiamo tendere per avvicinarci al Signore.
La Vergine nata da Anna darà alla luce il figlio di Davide, il Messia, l’Atteso da Israele e dalle genti, il Compimento della promessa, “la luce che illumina ogni uomo”. (Gv1, 9-19). La veste della Madonna con i fiori richiama il Cantico dei Cantici, quando al capitolo 4 recita:
“ Il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano. Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, fontana sigillata. Fontana che irrora i giardini, pozzo d’acque vive e ruscelli sgorganti dal Libano” (11-12.15).

Infine uno sguardo attento alle mani della Vergine Maria che accarezzano il ventre, indicando col gesto il futuro ingresso di Cristo Salvatore nel mondo.
Quindi questa semplice statua è cristocentrica. Il fulcro di tutta la scultura è proprio il grembo di Maria! “Così è germinato questo fiore”
(Paradiso XXXIII, 9).

Dagli studi di Don Cristian Cavacchioli. 

lunedì 28 luglio 2014

E' l'amore che ci porta a Dio!

Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. (Prima lettera di san Giovanni apostolo 4,7) 

Avevo un assistente spirituale nel terz'Ordine francescano il quale non si stancava mai di ripetermi che ciò che conta non è il far molto, ma il mettere molto amore in ciò che si fa.
E mi diceva pure, quando gli rendevo conto della mia ansia di sapere, di capire, di conoscere, che è l’amore e non il sapere in questa vita a portarci a Dio.

Pensiamoci un po’amici cari:
L'amore di noi creature è volubile, limitato nel tempo.
L'amore che Dio ha per noi è, al contrario, infinito nell'intensità, un abisso incomprensibile, un mare senza spiaggia e senza fondo.
Mi viene in mente l'amore per il proprio bimbo da parte di una madre. Pensiamo sia illimitato! Non è che solo un raggio del sole dell’amore di Dio.

Sentite questa bella storia.
“Chi vuoi diventare tu da grande?” chiedeva Padre Turoldo ai ragazzi a cui insegnava. Gli rispondevano chi un infermiere, chi uno scrittore, chi un calciatore, chi un attore.
Nessuno dava la risposta che il santo uomo cercava:
 “Voglio diventare un uomo che ama”.
 Come potrebbe un adolescente rispondere così, immerso com'è in una società che ha smesso di contemplare il mistero dell’eterno, che ha abolito la spiritualità dalla vita, che spende l’esistenza in posizione orizzontale, travolto da ritmi che impediscono la riflessione saggia su chi siamo realmente.
Una società in cui vige la sopraffazione dell’altro, il risentimento, la paura dell’altro.

Dio è uno di noi, è nel nostro sangue, si mescola alle nostre sofferenze, ai nostri dubbi e noi non ci accorgiamo minimamente della sua presenza discreta.

Se percepissimo l’Assoluto in noi conquisteremmo l’amore di cui parla San Giovanni nel capitolo 4 della sua Prima e stupenda Lettera:
“Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l'amore di lui è perfetto in noi”.

Amando si raggiunge la felicità, parola ormai desueta e impossibile da decifrare.
Il vero problema, lo sussurriamo altrimenti ci facciamo molti nemici, è la superbia. La madre di tutti i mali, di ogni peccato che inquina le coscienze.
Eppure basterebbe aprirsi al Signore che entrerebbe nei nostri cuori come un’onda di piena che monta rapida e convulsa portando vita e soprattutto amore verso la creazione.

Qualcuno dopo aver letto queste righe potrà obiettare:
“Come si fa ad amare? Non ci riesco!”.

Viene in soccorso la Parola. La Bibbia non è solo un Libro religioso e basta. È molto di più anche per chi non crede. Monsignor Gianfranco Ravasi, biblista e presidente del Pontificio Consiglio per la cultura lo definisce “il grande codice di tutta la cultura dell’Occidente.
Anche per chi non vive un’esperienza di fede troverà una realtà che aiuti a ravvisare quanto di più autentico si possa dire del genere umano.
 Per me la Bibbia è parola di Dio, una lettera d’amore indirizzata a noi dal nostro amato e non un freddo libro di precetti come pensa un mio collega di lavoro, ateo convinto.
Non capisco un acca di filosofia e a scuola in questa materia ero impacciato ma so che quando ho problemi nell'amare gli altri, quando ho del risentimento verso gli altri, quando sento montare il disprezzo verso qualcuno, apro una pagina a caso e, leggendo, trovo una via di uscita, sempre!
 Quanto meno, una speranza.

La Bibbia è come un manuale indispensabile per vivere meglio e capire il mondo.

sabato 26 luglio 2014

Il discepolo

Immagino così spesso di parlare con Dio di essermi convinto nell'intimo di conoscere il suo sogno ricorrente. Credo che il Signore desideri sorpassare il cammino di ogni uomo per attenderlo alla frontiera con il sorriso stampato sul volto.
 Noi siamo ignari di tutto ciò.
Fin quando non siamo chiamati ad alzarci, non conosceremo la nostra altezza. Ma se riusciamo ad alzarci davvero, la nostra statura sarà al cielo. Lo scriveva Dickinson, autore di molti libri immortali, non certo io con la mia inutile penna.
 Però di una cosa sono certo. Ho sempre anelato ad alzarmi.
È come se mi sentissi chiamato all'infinito, tipo una vela che si spiega per catturare il vento.
Questo desiderio di una vita verticale mi ha portato sopra quasi tutte le cime abruzzesi, convinto com'ero che si trattasse di amore per la montagna.
Certo, era anche quello, ma dopo molti anni ho capito che, inconsciamente, avevo dentro la parola della Bibbia rivolta a tutti gli uomini: “Alzati e và!”. Io ce l’avevo dentro perché dono di Dio e non per mio merito. Tutti noi abbiamo una forza di gravità che non è solo terrestre ma chiamerei celeste che ci attrae verso l’alto. Tutti, dico, proprio tutti.
 Qualcuno non sa di avere questa propulsione verso le altezze dei cieli. E allora viene governato erroneamente dalla forza di gravità terrestre che tende a livellarlo verso il basso e a farlo rimanere a testa in giù come un baccalà appeso a seccare.
Eppure sin da bimbi, appena ne abbiamo le forze, tendiamo a stare ritti in alto che sembriamo aghi di una bussola il cui nord è sull'immensità dei cieli.
Tutto il creato tende a Lui. Le maree si sollevano al ritmo che detta la volta celeste con le sue forze, l’albero sale verso l’alto chiamato dalla luce che manda il Creatore, così la spiga che cresce, si alza lentamente ma inesorabilmente per donare forza a chi la farà diventare pane.
Nel Vangelo non a caso si parla di come noi dovremmo essere lievito per gli altri per far salire la pasta della carità. La nostra vitalità, con buona pace degli agnostici, tende ad una vita maggiore, più grande che è ben sopra le nostre teste.
Noi siamo come fiori di campo il cui corpo sfiorisce ma che lasciano profumo intenso, nota viva di gioia nel mondo.
Una cosa fantastica, credetemi, della quale non ci rendiamo conto quasi mai, presi dalle vicissitudini dell’esistenza terrena dove forze del male vorrebbero atterrirci con la paura dell’economia che va a rotoli, del futuro che è nebuloso, della possibilità di ammalarsi e soffrire o di dover fare a meno di una persona cara.
Fateci caso. I giornalisti su carta stampata o sui Tg televisivi ci atterriscono con profezie catastrofiche che ci deprimono, buttando ombre inquiete sui prossimi anni della nostra vita. In tutto il loro vocabolario e nello stile forbito che indubbiamente hanno nello scrivere articoli, non esiste una parola che si chiama Provvidenza. Neanche un sinonimo che ci si avvicini. Eppure ogni paura di cui soffriamo è contro la volontà di Dio e la Parola lo ribadisce molte volte.

Mi chiedo spesso perché Dio dopo avermi fatto dono della fede abbia voluto contornarmi di amici non credenti. Se faccio la conta delle persone a cui voglio più bene, quasi tutti sono da considerarsi atei convinti più o meno.
Un giorno il mio amico Francesco, anche lui privo di fede, mi disse che la religione tende ad annullare la volontà degli esseri.
Noi che crediamo saremmo marionette nelle mani di Dio, seppure esistesse, che si divertirebbe a tirare i fili della nostra vita. Allora non risposi perché le nostre convinzioni erano troppo lontane, distanti anni luce l’un dall'altra. Se leggerà questo scritto saprà la mia risposta.

Cristo non è venuto in terra per soggiogarci alla sua volontà, né per renderci schiavi ma liberi di essere Dio. Perché nessun sistema di pensiero, nessuna teoria sulla vita potrà snaturare la natura dell’uomo che è, come dice la Bibbia, l’essere simile a Dio.

martedì 22 luglio 2014

La gioia del discepolo

“Vi do la mia gioia. Voglio che la mia gioia dimori in voi e che la vostra gioia sia piena”. (Giovanni 15,11)

Un articolo che parli di gioia può sembrare un’idea bislacca per qualcuno, fuori luogo in un momento dove i problemi soprattutto economici, impediscono anche un semplice sorriso.
 Come cambiare la tristezza in gioia per tutti quelli che soffrono?
Come rendere reali e non utopiche le parole del Vangelo giovanneo che al capitolo sedici, versetto venti promette: “La vostra tristezza si muterà in gioia …”.
Come riuscire a concepire un brutto avvenimento della vita, come inequivocabile segno di grazia, di bontà e tenerezza del nostro Dio?
Come sentirsi riempiti della felicità che viene dall'essere consci che Dio è nostro Padre e noi i suoi figli diletti?
Il Vangelo è la buona novella che dovrebbe portare gioia, ma noi, che pretendiamo la figliolanza con il Creatore, spesso abbiamo l’aspetto funebre, lugubre di chi non ha speranza nel futuro.
Diceva il grande filosofo tedesco Nietsche, ateo convinto:
 “Se la buona novella che porta tutta la Bibbia, fosse anche scritta nei volti dei cristiani non avreste bisogno di insistere perché i non credenti cedano all'autorità della Parola”.

La gioia, amici miei, la comanda Cristo che un bel giorno disse con chiarezza:
“Se mi amaste, vi rallegrereste …” eleggendoci tutti depositari della sua gioia.

Eppure la maggior parte di noi cristiani si affligge col Cristo, si sente inchiodata alla croce, sventurati e sfortunati, addirittura non amati. In Quaresima, tutti pronti come siamo ai segni esteriori, recitiamo la “Via Crucis”, nessuno che pensi di organizzare, nelle nostre parrocchie o comunità, una bella “Via della Gioia”. Siamo anche capaci, professionisti come siamo delle disgrazie altrui, a essere vicini al fratello piegato da un dolore o da una situazione pesante con parole, preghiere, consigli.
Ci riesce, invece, difficile associarci a una gioia, forse per una sottile invidia o perché crediamo che la gioia stessa sia sempre degli altri e non la nostra.
Condividere la felicità del fratello, rallegrarci della sua gioia presuppone un grande altruismo, un disinteresse e un distacco da se stessi, un’apertura massima agli altri.

Diceva un Padre della Chiesa: “Non c’è che un solo mezzo per guarire dalla tristezza, non amarla!”. Fateci caso. Se qualcuno di noi prega in casa, ha sul comodino l’immagine del Cristo inchiodato in croce o, sopra la testata del letto, un crocefisso con Gesù che patisce. Sono pochi coloro che si mettono in preghiera davanti all'immagine del Salvatore che risorge.
Basta ripiegarsi su se stessi, basta affliggersi per quello che poteva essere la nostra vita e non è stata, per qualcuno che ci manca per essere volato in cielo, del quale ci desoliamo della perdita, ma non ci curiamo della sorte.
Basta anche piangere sugli acciacchi della salute, sui figli che non danno soddisfazioni. Così il nostro cristianesimo diventa inutile.
Diventano superflue anche le famose Beatitudini che non riescono, quando c’è tristezza tra i discepoli, a capovolgere i criteri mondani della nostra convulsa realtà, a dare compimento alla scala dei valori di Dio. Al contrario, a studiarle bene le Beatitudini, scopriamo il rovesciamento dei valori umani, perché i poveri, i perduti, quelli che dovrebbero immergersi nella tristezza, hanno invece validi motivi di gioia perché il Signore li rende fortunati e benedetti nonostante le sofferenze.
La gioia non è mai sola degli altri, è anche la nostra.
La possediamo già sin d’ora e non solo quando andremo nell'aldilà. La felicità di Gesù non c’è donata in un futuro che vorremmo lontano.

Se cominciamo a guardare e a vivere a partire da Dio, dice Benedetto XVI, papa emerito nel suo “Gesù di Nazareth”, se camminiamo in compagnia di Gesù, la gioia, quella vera, l’avremo anche in terra. Incominciamo da questa santa Pasqua 2014 a fare della nostra vita un inno di gioia, riuscendo a sorprenderci sempre della bellezza del creato così come accadeva per il nostro serafico Francesco.

Per ogni disgrazia che si abbatte su questa terra, ci sono migliaia di eventi che compensano il dolore con la gioia.
Sentiamo profondamente nostre le parole dell’Apostolo delle genti, il grande missionario Paolo di Tarso, pronunciate nella Seconda Lettera ai Corinti (4,8-10):
“Siamo tribolati da ogni parte ma non schiacciati, sconvolti ma non disperati, perseguitati ma non abbandonati, colpiti, ma non uccisi …”.
Lui, Paolo, uomo e non supereroe si sente sì all'ultimo posto, senza patria, insultato, calunniato e nonostante tutto, fa esperienza di gioia infinita e riconosce quanta misera sia la soddisfazione e la felicità effimera che dona il mondo.
 La croce per lui diventa il luogo della gloria, della misteriosa gioia del discepolo che si dona interamente e senza condizioni al suo Signore, con l’allegrezza nel cuore.

Riscopriamo, nella Risurrezione del Signore, la “perfetta letizia” del nostro serafico Padre Francesco, l’”Alter Christus”, il santo che veramente ha tradotto le Beatitudini nella sua esistenza umana in modo più intenso. Francesco era nella gioia perché aveva estrema fiducia nel suo Dio che non provvede solo ai fiori dei campi, al mangiare degli uccelli del cielo, ma si prende cura infinita dei suoi figli amati.