Apocalisse di S. Giovanni A. 7,2-4.9-14; salmo 23; 1 S.Giovanni 3,1-3; Matteo 5,1-12 a
La vita terrena dicono sia come una corsa a cronometro: chi parte prima, chi dopo, chi arriva prima, chi arriva dopo. Ma tutti giungiamo allo stesso traguardo. L’importante è come ci si arriva.
Questi due giorni, Festa di Tutti i Santi e Commemorazione dei nostri defunti, ci offrono profonde meditazioni sulla nostra esistenza.
Per noi ogni giornata è un tesoro di cui si deve render conto a Dio.
La morte, diceva un Padre della Chiesa, è il più potente, il più indiscutibile dei predicatori.
Cerchiamo sempre una guida, in questa nostra esistenza, per affrontare il cammino verso l’alto, per lasciare la pianura e salire in montagna dove respirare aria buona, aria di vita eterna.
Cerchiamo sempre, riuscendoci poche volte, a lasciarci dietro la fatica del quotidiano, per ascendere con nuove forze e intuire la dimensione della beatitudine.
Le nostre guide sono i Santi, immagine viva dell’amore di Dio.
La loro grandezza è nascosta nel loro spirito.
Dio irrompe nella loro anima, con la pienezza della sua grazia e vi stampa un’orma più vasta mostrando la Sua presenza e il Suo volto.
I Santi, dovunque passano, lasciano qualcosa di Dio.
Essi solo lasciano tracce, gli altri fanno rumore ma non lasciano segni del loro passaggio.
Il loro esempio è un aiuto alla nostra debolezza, un sostegno alla nostra fede vacillante, un incitamento alla virtù.
Nel giorno della santificazione universale, Gesù proclama le Beatitudini, all'interno del grandioso “Discorso della Montagna”, considerato il “Manifesto del Regno”, il compendio della vita cristiana.
Le Beatitudini sono la “Magna Charta” dei fedeli di Dio, il proclama che in otto punti stabilisce le condizioni per accedere al Regno.
Gesù le conferma con il suo esempio e, nei capitoli 8 e 9 del Vangelo di Matteo, farà seguire ben dieci miracoli a conferma dell’autorità unica di Maestro,
Messia e Salvatore.
Certo che le Beatitudini rappresentano una rivoluzione nella vita religiosa, familiare, sociale di noi, popolo di Dio.
Sul monte detto proprio delle Beatitudini, il Maestro indica il completamento dei Comandamenti indicati da Dio sul Sinai. Gesù è il nuovo Mosè e porta un’unica grande legge:”Ama”.
Solo l’amore rende felici.
Sono beati, cioè felici, coloro che sono poveri.
Incredibile pensarlo, è fuori da ogni logica umana. I poveri ci riescono perché non sono attaccati ai beni materiali, si affidano solo a Dio.
Beati sono coloro che non fanno di se stessi il proprio idolo, che non si pongono nei confronti della vita con arroganza, i Beati sono i poveri di spirito.
Così i sofferenti, i perseguitati, i miti, gli affamati di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, tutti coloro che tra sé e Dio non mettono altri idoli come denaro, sesso, successo, materialismo.
Occorre che anche noi ci facciamo “poveri nello spirito”, impoverendoci del nostro io.
Il povero di spirito è colui che si fa libero per il Vangelo, che sa condividere con i poveri, che attende tutto da Dio, che da spazio nella sua vita a Dio, che non desidera nulla se non Dio, nella semplicità di un fanciullo che si mantiene tranquillo nelle prove.
Il Regno è assegnato a coloro che hanno l’umiltà interiore.
Necessario è uccidere in noi la superbia e fuggire gli onori del mondo.
In Matteo, le Beatitudini sono otto, per Luca sono, invece, quattro, con l’aggiunta di quattro maledizioni.
Per Luca, Gesù parla in seconda persona, per Matteo in terza persona, in forma cioè universale.
I santi, dei quali oggi celebriamo la comunione, vivono appunto la beatitudine del Paradiso.
Tante volte ci siamo chiesti come sia possibile incamminarci sulla strada della carità, quella descritta mirabilmente da San Paolo:
“La carità non avrà mai fine … Adesso conosco in modo imperfetto ma allora conoscerò perfettamente come anch'io sono conosciuto” (1 Cor 13, 8-12).
Ecco quindi che il Vangelo di oggi ci indica la strada delle Beatitudini. Ricercandole ci incamminiamo sulla strada del Regno:
“Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno per causa mia … Beati gli operatori di pace … Beati i puri di cuore … Beati i perseguitati per la giustizia … “.
E, l’amore che rende beati è celebrato nella seconda lettura, tratta dalla prima lettera di San Giovanni Apostolo, capitolo 3.
Il mondo capisce ciò che vede, ciò che tocca. Come fa l’occhio naturale, l’occhio inquinato dell’uomo a scorgere Gesù?
Come fa l’uomo a capire a fondo ciò che è divino? È come quando pretendiamo di fissare lo sguardo sul sole!
Il mondo non ha conosciuto Dio e quindi non ha conosciuto la nostra dignità di figli.
Quella parte di mondo che non riconosce Cristo, il Figlio eterno, non può riconoscere neanche noi. Qui “conoscere” sta per “non ci ama”, non ci sopporta.
Perché i veri figli di Dio incutono timore al mondo. I veri figli di Dio giudicano il mondo e lo mettono in crisi!
Le tenebre non sopportano la luce. È finita per le tenebre se accolgono la luce!
E allora, ecco il versetto che dice: “Ciò che saremo … saremo simili a lui …”.
Oggi siamo imprigionati nel mondo in un contesto di umiltà e mistero, tanto che il mondo fatica a capirci.
Ma noi sappiamo lo splendore della dignità futura, possiamo immaginare, anche se lontanamente, le tenerezze di Dio per i suoi figli quando cadranno i limiti umani e corporali e parteciperemo alla sua grande gloria, quando “lo vedremo così come egli è, senza confini nella intimità con lui e saremo sempre insieme a lui.
Per questo i santi vedono l’ora della morte come quella della gioia!
Ma, attualizzando la Parola a tutti noi possiamo e dobbiamo chiederci:
Com'è il nostro rapporto con Dio?
Abbiamo confidenza, gioia in lui, intimità, calore? Ci abbandoniamo a lui? Siamo figli che saltano al collo del papà per riempirlo di baci e non hanno paura nemmeno se hanno combinato guai perché sanno della misericordia di un papà?
Abbiamo nel Padre una fiducia incondizionata?
O, al contrario, c’è un rapporto di timore, di venerazione fredda, di burocrazia, lontananza, addirittura sospetto?
La prima lettura, tratta dall'Apocalisse parla con l’allegoria tipica di questo libro di 144 mila buoni che, mediante il sigillo, sono preservati non dalle sofferenze ma dalla dannazione eterna.
Questo numero di anime rappresentano l’immensa moltitudine degli uomini di ogni parte della terra che, con la Fede e in forza del Battesimo, aderiscono al Cristo e trionfano con Lui in cielo.
La vittoria è raffigurata dalla veste bianca e con la palma del martirio, a significare le tribolazioni, le prove e le tentazioni.
Le anime gridano che la loro vittoria è dovuta a una speciale grazia del Padre e al sangue dell’Agnello immolato, che è Gesù.
Per metterci sulla scia dei Santi concludiamo con le parole tratte dall'Imitazione di Cristo:
“Beata l’anima che ascolta il Signore che le parla dentro e accoglie dalla sua bocca la parola di consolazione. Beate le orecchie che colgono la preziosa e discreta voce di Dio e non tengono in alcun conto i discorsi di questo mondo”.
Cerca nel blog
venerdì 31 ottobre 2014
giovedì 30 ottobre 2014
Don Oreste Benzi, elogio alla gioia!
'Le cose belle prima si fanno e poi si pensano'. (Don Benzi)
Don Oreste Benzi, romagnolo doc scomparso nel 2007, era conosciuto soprattutto per essere stato il prete delle prostitute a Rimini.
Come sacerdote si è sempre distinto per l'attenzione prestata ai più emarginati, a quelli che chiamava "gli ultimi" definendoli "coloro ai quali nessuno pensa. E se ci pensa, pensa male.".
Questo vulcanico don diceva che la morte non esiste e, mentre regalava collanine del rosario, spiegava che morire era giungere alla fine del nostro pellegrinaggio aprendosi, nel momento della chiusura degli occhi in terra, all'infinito di Dio.
Che gran personaggio era l’Oreste dalla tonaca malandata e che gran fortuna ebbi a conoscerlo. Quando lo incontrai la prima volta, la sensazione fu di essere stato suo amico da sempre. Sparse con l’accento inconfondibile, il sapore della sua terra.
Eravamo in una delle case dell’associazione Giovanni XXIII dove lui aveva inventato uno stile tutto suo di condivisione del Vangelo.
Ospitava ragazzi e ragazze in preda alla follia degli stupefacenti e donne buttate sulla strada a fare
meretricio con uomini.
Il grande popolo di questa associazione di aiuto sociale, ospitava nelle sue numerose case famiglia, anche anziani e handicappati.
Aveva case di accoglienza anche in Brasile, dove altri seguaci del rivoluzionario don cercavano di offrire vitto e alloggio al mondo disperato delle favelas.
Nonno Oreste, come amavano chiamarlo i suoi “ragazzi”, aiutava da anni un’adolescente teramana, a me carissima a uscire fuori dal tunnel delle dipendenze.
Ne aveva fatta di strada da quando era nata a Coriano la prima casa di ospitalità.
Oggi in suo nome, grazie all'intervento dello Spirito Santo, esistono luoghi di aiuto fraterno in oltre 30 paesi nel mondo.
Parlai a lungo con lui, anzi per meglio dire parlò lui spaziando dalla vita di tutti i giorni al Vangelo, perché le due cose, diceva, sono legate strettamente.
Un fiume in piena anche se si scherniva dicendo di aver sonno perché la sera prima era stato in discoteca. Avete letto bene! In discoteca a Rimini.
Era entrato in uno di questi ritrovi notturni pieni di giovani e, al D.J. sbalordito, aveva chiesto di far fare un applauso per Gesù al popolo della notte.
Infine era corso, seguito a stento dai più stretti collaboratori, alla stazione per dare conforto ai poveracci senza tetto che si rifugiavano lì dal freddo. Ridendo mi disse che era stata una notte come tante. Poi mi lasciò.
Lo aspettava un rosario davanti all'ospedale, credo fosse di Riccione, contro gli aborti e in favore delle giovani madri.
“Ricordati - mi urlò mentre correva via - il viaggio non farlo mai da solo, fatti accompagnare da Cristo”!
Questa ilarità, questa gioia continua che sfociava nel ridere di Don Benzi, mi attraeva un casino.
Era una gioia parlargli e lo feci diverse volte.
Mi era accaduto di leggere un’affermazione, non ricordo bene se di Giovanni Crisostomo che mi aveva colpito.
La frase ricordava che Gesù non aveva mai riso, almeno non era riportato in nessun Vangelo di un suo momento di ilarità. Rimasi basito. Ma come, mi dicevo, e che fine fa la gioia di cui parlano sempre le Scritture nel Nuovo Testamento?
Ho letto e riletto i Sinottici e ho scoperto che effettivamente il Signore non pare si sia presentato mai con un bel sorriso a trentadue denti.
Al contrario lo si scopre piangere amaramente più volte, basti ricordare le lacrime nell'orto del Getsemani e il pianto dirotto davanti a Lazzaro, l’amico, inanimato.
Però, frequentando meglio la Parola, ruminandola con pazienza ho potuto immaginarmi Gesù grande umorista.
Come definirlo diversamente, leggendo delle sue battute sagaci del tipo:
“E’ più facile che un cammello passi per la cruna dell’ago che un ricco entri nel Regno di Dio! (cfr Mt. 19, 24).
O ancora, meditando quella frase d’incredibile forza evocativa:
“Guide cieche che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!”. (Mt 23,24).
Dato poi che il futuro Redentore veniva giudicato da molti uomini del suo tempo “mangione e beone” (cfr Lc 7,34), ecco che l’idea fattami di Lui è che doveva essere un gran bel tipo.
Se fossi vissuto ai suoi tempi l’avrei eletto amico del cuore.
Soprattutto perché in diverse pagine del Vangelo Gesù raccomanda la gioia del cuore Adoro chi sa sorridere della vita con tutta l’arguzia di cui si può essere dotati.
Nel “Nome della Rosa”, capolavoro di Umberto Eco ambientato nel buio del medioevo, si racconta che fu messo al bando l’ “Elogio del riso” di Aristotele dall'Inquisitore.
Il frate crudele che uccise i suoi simili che scoprivano il libro e volevano leggerlo nonostante fosse messo all'indice, non aveva mai provato cosa significasse allargare la bocca per regalarsi una bella risata.
Ci sono insegnamenti che riesci ad apprendere da solo, con quel pizzico d’intelligenza data dal Signore, altri che hai bisogno di suggerimenti da parte di un grande maestro.
Le parole del Signore e la fede in Lui sono la mia forza, la mia energia.
Spero sia così anche per voi.
Signore tu sai tutto!
Don Oreste Benzi, romagnolo doc scomparso nel 2007, era conosciuto soprattutto per essere stato il prete delle prostitute a Rimini.
Come sacerdote si è sempre distinto per l'attenzione prestata ai più emarginati, a quelli che chiamava "gli ultimi" definendoli "coloro ai quali nessuno pensa. E se ci pensa, pensa male.".
Questo vulcanico don diceva che la morte non esiste e, mentre regalava collanine del rosario, spiegava che morire era giungere alla fine del nostro pellegrinaggio aprendosi, nel momento della chiusura degli occhi in terra, all'infinito di Dio.
Che gran personaggio era l’Oreste dalla tonaca malandata e che gran fortuna ebbi a conoscerlo. Quando lo incontrai la prima volta, la sensazione fu di essere stato suo amico da sempre. Sparse con l’accento inconfondibile, il sapore della sua terra.
Eravamo in una delle case dell’associazione Giovanni XXIII dove lui aveva inventato uno stile tutto suo di condivisione del Vangelo.
Ospitava ragazzi e ragazze in preda alla follia degli stupefacenti e donne buttate sulla strada a fare
meretricio con uomini.
Il grande popolo di questa associazione di aiuto sociale, ospitava nelle sue numerose case famiglia, anche anziani e handicappati.
Aveva case di accoglienza anche in Brasile, dove altri seguaci del rivoluzionario don cercavano di offrire vitto e alloggio al mondo disperato delle favelas.
Nonno Oreste, come amavano chiamarlo i suoi “ragazzi”, aiutava da anni un’adolescente teramana, a me carissima a uscire fuori dal tunnel delle dipendenze.
Ne aveva fatta di strada da quando era nata a Coriano la prima casa di ospitalità.
Oggi in suo nome, grazie all'intervento dello Spirito Santo, esistono luoghi di aiuto fraterno in oltre 30 paesi nel mondo.
Parlai a lungo con lui, anzi per meglio dire parlò lui spaziando dalla vita di tutti i giorni al Vangelo, perché le due cose, diceva, sono legate strettamente.
Un fiume in piena anche se si scherniva dicendo di aver sonno perché la sera prima era stato in discoteca. Avete letto bene! In discoteca a Rimini.
Era entrato in uno di questi ritrovi notturni pieni di giovani e, al D.J. sbalordito, aveva chiesto di far fare un applauso per Gesù al popolo della notte.
Infine era corso, seguito a stento dai più stretti collaboratori, alla stazione per dare conforto ai poveracci senza tetto che si rifugiavano lì dal freddo. Ridendo mi disse che era stata una notte come tante. Poi mi lasciò.
Lo aspettava un rosario davanti all'ospedale, credo fosse di Riccione, contro gli aborti e in favore delle giovani madri.
“Ricordati - mi urlò mentre correva via - il viaggio non farlo mai da solo, fatti accompagnare da Cristo”!
Questa ilarità, questa gioia continua che sfociava nel ridere di Don Benzi, mi attraeva un casino.
Era una gioia parlargli e lo feci diverse volte.
Mi era accaduto di leggere un’affermazione, non ricordo bene se di Giovanni Crisostomo che mi aveva colpito.
La frase ricordava che Gesù non aveva mai riso, almeno non era riportato in nessun Vangelo di un suo momento di ilarità. Rimasi basito. Ma come, mi dicevo, e che fine fa la gioia di cui parlano sempre le Scritture nel Nuovo Testamento?
Ho letto e riletto i Sinottici e ho scoperto che effettivamente il Signore non pare si sia presentato mai con un bel sorriso a trentadue denti.
Al contrario lo si scopre piangere amaramente più volte, basti ricordare le lacrime nell'orto del Getsemani e il pianto dirotto davanti a Lazzaro, l’amico, inanimato.
Però, frequentando meglio la Parola, ruminandola con pazienza ho potuto immaginarmi Gesù grande umorista.
Come definirlo diversamente, leggendo delle sue battute sagaci del tipo:
“E’ più facile che un cammello passi per la cruna dell’ago che un ricco entri nel Regno di Dio! (cfr Mt. 19, 24).
O ancora, meditando quella frase d’incredibile forza evocativa:
“Guide cieche che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!”. (Mt 23,24).
Dato poi che il futuro Redentore veniva giudicato da molti uomini del suo tempo “mangione e beone” (cfr Lc 7,34), ecco che l’idea fattami di Lui è che doveva essere un gran bel tipo.
Se fossi vissuto ai suoi tempi l’avrei eletto amico del cuore.
Soprattutto perché in diverse pagine del Vangelo Gesù raccomanda la gioia del cuore Adoro chi sa sorridere della vita con tutta l’arguzia di cui si può essere dotati.
Nel “Nome della Rosa”, capolavoro di Umberto Eco ambientato nel buio del medioevo, si racconta che fu messo al bando l’ “Elogio del riso” di Aristotele dall'Inquisitore.
Il frate crudele che uccise i suoi simili che scoprivano il libro e volevano leggerlo nonostante fosse messo all'indice, non aveva mai provato cosa significasse allargare la bocca per regalarsi una bella risata.
Ci sono insegnamenti che riesci ad apprendere da solo, con quel pizzico d’intelligenza data dal Signore, altri che hai bisogno di suggerimenti da parte di un grande maestro.
Le parole del Signore e la fede in Lui sono la mia forza, la mia energia.
Spero sia così anche per voi.
Signore tu sai tutto!
Etichette:
Amore verso Dio,
Amore verso gli altri,
Associazione Papa Giovanni XXIII,
Don Oreste Benzi,
elogio del riso,
figure sante,
la gioia,
Vangeli
venerdì 24 ottobre 2014
XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO A: L'AMORE!
Esodo 22, 21-27; 1 Tessalonicesi 1, 5-10; Salmo 17/18; Matteo 22,34-40
Il tema di questa domenica trentesima del Tempo Ordinario, anno A, è sicuramente fondamentale per capire cosa Dio chiede a ognuno di noi. È una Parola difficile, ci chiede di amare incondizionatamente tutti, anche i nemici, anche quelli che troviamo antipatici, sgradevoli e cattivi.
L’amore per il Signore e per i nostri fratelli è l’architrave da cui dipende, come ribadisce il Vangelo di Matteo, capitolo 22, 40, tutta la Legge e i Profeti.
Immaginiamo un filo d’oro all'interno delle Scritture per scoprire che due sono i piani su cui muoversi:
Uno teologico e verticale che è l’amore per Dio, perché Dio ci ama e noi amiamo Dio che ci ama; l’altro pratico e orizzontale che abbraccia il mondo di ognuno di noi, incitandoci ad amare gli altri, “ama il tuo prossimo come te stesso” (22,19).
È la legge fondamentale per chi si pregia di amare il Creatore e, di riflesso, le sue creature.
È Paolo che, in maniera definitiva, esprime questo comando d’amore in maniera sublime nella lettera ai Romani 13, 8:
“Chi ama il suo simile ha adempiuto alla Legge”.
Se dovessimo fare cronistoria dell’amore verso gli altri, dovremmo quasi escludere l’Antico Testamento.
Questi riservava l’amore unicamente a Dio.
In Deuteronomio (6, 4-5) si legge che Dio è unico Signore:
“Amerai il tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le tue forze”.
Nei confronti dei fratelli unico dovere era il rispetto, il buon comportamento.
La tradizione giudaica contemplava ben seicento e tredici precetti sulla cui gerarchia di valori, i dottori della legge discutevano a più non posso. Gesù, arrivando sulla terra, stravolge tutto, semplifica in un comandamento che si spacca in due, portando alle stelle il concetto di amore incondizionato verso i fratelli tutti, se davvero si ama Dio.
A ben vedere il valore dell’uomo agli occhi del Creatore, già lo proclamava il primo libro biblico, Genesi dove si legge che è:
“Creatura principe, creata da Dio a sua immagine”(1,27).
Non è possibile, dicono ora le scritture del Nuovo Testamento, amare Dio senza amare ugualmente la sua immagine che è l’uomo!
Il Signore è così capace di amore ardente e incondizionato che noi possiamo ricambiare solo impegnandoci all'amore verso le creature tutte senza distinzione alcuna e anzi, amando i propri nemici. Parola difficile, a volte è una montagna invalicabile che ci sovrasta e ci intimorisce. Dio ci chiede il massimo della carità verso gli altri.
Ci riempiamo la bocca di cristianesimo o francescanesimo ma prima dobbiamo verificare se Cristo vive profondamente in noi, se i nostri pensieri sono modellati sulla Sua legge, se i nostri atti rispecchiano i comandamenti, se la nostra vita intima è segnata dalla Sua presenza!
Spesso ci auto convinciamo di essere sulla strada buona e nascondiamo a noi stessi alcune cose che non accettiamo del Cristo, rigettando le cose difficili.
Noi cristiani selezioniamo i comandamenti, setacciamo il decalogo, accettandolo solo in parte.
E allora elenchiamole le difficoltà, le pareti verticali che dobbiamo scalare per essere salvi: Il perdono delle offese; l’amore per il nemico; la purezza delle nostre intenzioni e del nostro cuore verso gli altri; l’obbedienza alla Chiesa e infine … Amare come Lui ama noi!
“Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri” (Gv 15,12).
“Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”. (Gv 13,35)
Credo che tutti riusciamo a trovarci spiazzati dalle parole di Nietsche, il famoso filosofo ateo tedesco che rimproverava i cristiani così: ”Se la buona novella della Bibbia fosse anche scritta sul vostro volto, voi non avreste bisogno di insistere perché si ceda all'autorità della Bibbia. Voi dovreste essere la Bibbia viva!”.
Con la bocca tutti noi proclamiamo con forza il versetto del Salmo di oggi:
“Ti amo Signore, mia forza, mia rupe, mio rifugio, mia salvezza, mio baluardo …”.
E con il cuore? Il precetto principe, quello dell’amore, è contemplato nella nostra vita?
San Paolo nella famosa lettera ai Corinzi sulla carità, San Giovanni nella sua stupenda lettera dedicata all'Amore e i Vangeli tutti, in ogni piega di questi meravigliosi scritti, segnalano, tra le righe, il freddo, l’indifferenza, l’oscurità che regna in molti cristiani.
È il segno inequivocabile della lontananza dalla sorgente di luce eterna che è l’amore di Dio.
E l’amore di Dio è così infinito che basterebbe richiamare alcuni passi della Parola per rimanere storditi.
Ad esempio lo stupendo passo di Isaia 49, 15:
“Si dimentica una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai”.
Una dichiarazione sublime di amore materno.
O ancora, spulciando gli scritti del profeta Osea, 11, 1-4:
“Io ho amato questo popolo. Ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare”.
Sarebbero infiniti gli esempi, magari leggendo il “Cantico dei Cantici”, in cui Dio ci parla con la bocca di un innamorato. Come non ricambiare con amore totale, radicale e spremo verso gli altri? L’amore, dice San Paolo, deve essere reciproco e circolare, l’uno per l’altro, arricchimento di tutti, un dare e un ricevere.
Il Libro dell’Esodo in questa domenica, ribadisce tutto ciò.
Chi opprime il debole oltraggia colui che lo ha fatto, dice il libro dei Proverbi (14,31).
Ecco il senso del comando di Dio.
Un occhio di riguardo alle vedove, agli orfani, ai poveri, i diseredati. La comunità deve circondarli di premure e amore perché bisognosi. Sarà poi, col Nuovo Testamento, che l’amore si trasferirà a tutti, non solo ai piccoli, diventerà amore e premura universali.
La seconda lettura tratta, come di consueto, dagli scritti di San Paolo, ci trasporta nel mondo antico della comunità cristiana di Tessalonica, “modello dei credenti della Macedonia”, come si legge nel versetto 7.
In effetti, a Tessalonica, la Parola di Dio ha un posto privilegiato nei cuori.
I Tessalonicesi riescono a imitare il grande esempio di Paolo, attendono il dono messianico e hanno la forza dello Spirito nelle tribolazioni e persecuzioni.
In più a Tessalonica è chiaro anche il compito che ogni cristiano ha insito in se stessi, quello cioè di evangelizzare tutti, con l’entusiasmo della fede, nell'attesa della nuova venuta del Cristo.
Utile ricordare, in fondo alla nostra meditazione, le parole del grande teologo Barclay, che affermò: “L’etica cristiana può essere riassunta in una sola parola, amore”.
Questo messaggio echeggia nel mondo sin da quando esiste la Chiesa.
Il tema di questa domenica trentesima del Tempo Ordinario, anno A, è sicuramente fondamentale per capire cosa Dio chiede a ognuno di noi. È una Parola difficile, ci chiede di amare incondizionatamente tutti, anche i nemici, anche quelli che troviamo antipatici, sgradevoli e cattivi.
L’amore per il Signore e per i nostri fratelli è l’architrave da cui dipende, come ribadisce il Vangelo di Matteo, capitolo 22, 40, tutta la Legge e i Profeti.
Immaginiamo un filo d’oro all'interno delle Scritture per scoprire che due sono i piani su cui muoversi:
Uno teologico e verticale che è l’amore per Dio, perché Dio ci ama e noi amiamo Dio che ci ama; l’altro pratico e orizzontale che abbraccia il mondo di ognuno di noi, incitandoci ad amare gli altri, “ama il tuo prossimo come te stesso” (22,19).
È la legge fondamentale per chi si pregia di amare il Creatore e, di riflesso, le sue creature.
È Paolo che, in maniera definitiva, esprime questo comando d’amore in maniera sublime nella lettera ai Romani 13, 8:
“Chi ama il suo simile ha adempiuto alla Legge”.
Se dovessimo fare cronistoria dell’amore verso gli altri, dovremmo quasi escludere l’Antico Testamento.
Questi riservava l’amore unicamente a Dio.
In Deuteronomio (6, 4-5) si legge che Dio è unico Signore:
“Amerai il tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le tue forze”.
Nei confronti dei fratelli unico dovere era il rispetto, il buon comportamento.
La tradizione giudaica contemplava ben seicento e tredici precetti sulla cui gerarchia di valori, i dottori della legge discutevano a più non posso. Gesù, arrivando sulla terra, stravolge tutto, semplifica in un comandamento che si spacca in due, portando alle stelle il concetto di amore incondizionato verso i fratelli tutti, se davvero si ama Dio.
A ben vedere il valore dell’uomo agli occhi del Creatore, già lo proclamava il primo libro biblico, Genesi dove si legge che è:
“Creatura principe, creata da Dio a sua immagine”(1,27).
Non è possibile, dicono ora le scritture del Nuovo Testamento, amare Dio senza amare ugualmente la sua immagine che è l’uomo!
Il Signore è così capace di amore ardente e incondizionato che noi possiamo ricambiare solo impegnandoci all'amore verso le creature tutte senza distinzione alcuna e anzi, amando i propri nemici. Parola difficile, a volte è una montagna invalicabile che ci sovrasta e ci intimorisce. Dio ci chiede il massimo della carità verso gli altri.
Ci riempiamo la bocca di cristianesimo o francescanesimo ma prima dobbiamo verificare se Cristo vive profondamente in noi, se i nostri pensieri sono modellati sulla Sua legge, se i nostri atti rispecchiano i comandamenti, se la nostra vita intima è segnata dalla Sua presenza!
Spesso ci auto convinciamo di essere sulla strada buona e nascondiamo a noi stessi alcune cose che non accettiamo del Cristo, rigettando le cose difficili.
Noi cristiani selezioniamo i comandamenti, setacciamo il decalogo, accettandolo solo in parte.
E allora elenchiamole le difficoltà, le pareti verticali che dobbiamo scalare per essere salvi: Il perdono delle offese; l’amore per il nemico; la purezza delle nostre intenzioni e del nostro cuore verso gli altri; l’obbedienza alla Chiesa e infine … Amare come Lui ama noi!
“Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri” (Gv 15,12).
“Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”. (Gv 13,35)
Credo che tutti riusciamo a trovarci spiazzati dalle parole di Nietsche, il famoso filosofo ateo tedesco che rimproverava i cristiani così: ”Se la buona novella della Bibbia fosse anche scritta sul vostro volto, voi non avreste bisogno di insistere perché si ceda all'autorità della Bibbia. Voi dovreste essere la Bibbia viva!”.
Con la bocca tutti noi proclamiamo con forza il versetto del Salmo di oggi:
“Ti amo Signore, mia forza, mia rupe, mio rifugio, mia salvezza, mio baluardo …”.
E con il cuore? Il precetto principe, quello dell’amore, è contemplato nella nostra vita?
San Paolo nella famosa lettera ai Corinzi sulla carità, San Giovanni nella sua stupenda lettera dedicata all'Amore e i Vangeli tutti, in ogni piega di questi meravigliosi scritti, segnalano, tra le righe, il freddo, l’indifferenza, l’oscurità che regna in molti cristiani.
È il segno inequivocabile della lontananza dalla sorgente di luce eterna che è l’amore di Dio.
E l’amore di Dio è così infinito che basterebbe richiamare alcuni passi della Parola per rimanere storditi.
Ad esempio lo stupendo passo di Isaia 49, 15:
“Si dimentica una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai”.
Una dichiarazione sublime di amore materno.
O ancora, spulciando gli scritti del profeta Osea, 11, 1-4:
“Io ho amato questo popolo. Ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare”.
Sarebbero infiniti gli esempi, magari leggendo il “Cantico dei Cantici”, in cui Dio ci parla con la bocca di un innamorato. Come non ricambiare con amore totale, radicale e spremo verso gli altri? L’amore, dice San Paolo, deve essere reciproco e circolare, l’uno per l’altro, arricchimento di tutti, un dare e un ricevere.
Il Libro dell’Esodo in questa domenica, ribadisce tutto ciò.
Chi opprime il debole oltraggia colui che lo ha fatto, dice il libro dei Proverbi (14,31).
Ecco il senso del comando di Dio.
Un occhio di riguardo alle vedove, agli orfani, ai poveri, i diseredati. La comunità deve circondarli di premure e amore perché bisognosi. Sarà poi, col Nuovo Testamento, che l’amore si trasferirà a tutti, non solo ai piccoli, diventerà amore e premura universali.
La seconda lettura tratta, come di consueto, dagli scritti di San Paolo, ci trasporta nel mondo antico della comunità cristiana di Tessalonica, “modello dei credenti della Macedonia”, come si legge nel versetto 7.
In effetti, a Tessalonica, la Parola di Dio ha un posto privilegiato nei cuori.
I Tessalonicesi riescono a imitare il grande esempio di Paolo, attendono il dono messianico e hanno la forza dello Spirito nelle tribolazioni e persecuzioni.
In più a Tessalonica è chiaro anche il compito che ogni cristiano ha insito in se stessi, quello cioè di evangelizzare tutti, con l’entusiasmo della fede, nell'attesa della nuova venuta del Cristo.
Utile ricordare, in fondo alla nostra meditazione, le parole del grande teologo Barclay, che affermò: “L’etica cristiana può essere riassunta in una sola parola, amore”.
Questo messaggio echeggia nel mondo sin da quando esiste la Chiesa.
mercoledì 22 ottobre 2014
Emozioni tranesi
Quest’estate sono stato a Trani, centro marinaro pugliese dell’XI secolo, per tre giorni.
Ho visitato un ex carcere, oggi uno dei castelli federiciani tra i più belli dei tanti dislocati nell'intera Puglia.
Ho visto questa rocca a pianta quadrangolare con il suo vasto cortile centrale, le torri quadrate, le mura possenti e fortificate.
Ho potuto ammirare, qualche passo dopo, una cattedrale aperta sull'Adriatico col suo alto campanile svettante sulla città, piena di opere d’arte e ricca di suggestioni, al centro di una piazza panoramica.
Ho goduto, da spettatore privilegiato, di un tramonto da urlo, tra pietre bianche e acqua azzurra, mentre il solito via vai di gente proveniente dalla passeggiata sul mare, arricchiva di vita un momento magico.
Ho poi attraversato il dedalo di strade tortuose, una sorta di suk, i tipici mercati arabi all'aperto, e ho scoperto piccole e insospettabili chiese templari, case antiche del tempo svevo angioino.
Ho camminato lungo il porto, gustando passo dopo passo, l’atmosfera della "movida" notturna: le contraddizioni di un popolo fatto di povera gente che pesca e che cerca di vendere polpi ancora guizzanti e ricci di mare dagli aculei vibranti, a ricchi turisti dall'apparenza facoltosa col naso in su
per carpire la bellezza di una città senza tempo.
Ho preso poi l’auto e la meraviglia si è sprigionata a pochi chilometri di distanza:
Le campagne di Ruvo di Puglia costellate da masserie, uliveti e vigne, dolmen, monumenti megalitici di 3500 anni fa;
Ecco Troia, dal nome forse imbarazzante, con la sua Chiesa madre, gioiello del Romanico barese e le mura impreziosite di sculture in pietra inquietanti e magnifiche;
Castel del Monte, un mondo onirico, esoterico, affascinante e misterioso, racchiuso in una rocca inedita, un maniero unico al mondo, frutto della follia geniale di Federico. Il meglio dello Stupor mundi, il sovrano impareggiabile;
Canosa di Puglia, all'inizio delle Murge, che la leggenda vuole fondata da Diomede con la cattedrale dedicata a San Sabino e dove si trova la tomba del Primo Crociato della storia, Boemondo;
Bisceglie con il piccolo, delizioso porticciolo e lo splendore delle mura medievali del centro storico;
La città della disfida, Barletta col castello svevo, sede di mostre d’arte contemporanea, lo storico Palazzo della Marra, affascinante viaggio nell'Ottocento;
Infine Margherita di Savoia con le Terme e la produzione di sale nelle saline, zona umida e casa di grandi uccelli acquatici, tra stormi di fenicotteri rosa tra vasche di evaporazione dell’acqua dai mille colori tra arancioni e gialli pallidi.
Trani sarà pure una delle tante città sofferenti del Meridione di questo Paese allo sfascio, ma, vi assicuro, i locali tutti pieni davano la sensazione di essere in un mondo ideale fatto di gioia e cose belle.
Ho immaginato il riscatto di un Sud povero dove si può ancora ricominciare a scommettere sulla cultura del bello che parte da Trani, i Trulli di Alberobello e arriva ai Sassi di Matera, passa dal barocco leccese all'infinita magnificenza della Valle dei templi in Sicilia.
Il Sud è ricco di risorse umane, storiche, artistiche.
Il Sud è il cuore di uomini e donne che in un Paese normale non dovrebbero essere costretti a emigrare.
Il Sud ha voglia di riprendersi tra le mani il suo futuro.
A Trani hanno già cominciato!
Ho visitato un ex carcere, oggi uno dei castelli federiciani tra i più belli dei tanti dislocati nell'intera Puglia.
Ho visto questa rocca a pianta quadrangolare con il suo vasto cortile centrale, le torri quadrate, le mura possenti e fortificate.
Ho potuto ammirare, qualche passo dopo, una cattedrale aperta sull'Adriatico col suo alto campanile svettante sulla città, piena di opere d’arte e ricca di suggestioni, al centro di una piazza panoramica.
Ho goduto, da spettatore privilegiato, di un tramonto da urlo, tra pietre bianche e acqua azzurra, mentre il solito via vai di gente proveniente dalla passeggiata sul mare, arricchiva di vita un momento magico.
Ho poi attraversato il dedalo di strade tortuose, una sorta di suk, i tipici mercati arabi all'aperto, e ho scoperto piccole e insospettabili chiese templari, case antiche del tempo svevo angioino.
Ho camminato lungo il porto, gustando passo dopo passo, l’atmosfera della "movida" notturna: le contraddizioni di un popolo fatto di povera gente che pesca e che cerca di vendere polpi ancora guizzanti e ricci di mare dagli aculei vibranti, a ricchi turisti dall'apparenza facoltosa col naso in su
per carpire la bellezza di una città senza tempo.
Ho preso poi l’auto e la meraviglia si è sprigionata a pochi chilometri di distanza:
Le campagne di Ruvo di Puglia costellate da masserie, uliveti e vigne, dolmen, monumenti megalitici di 3500 anni fa;
Ecco Troia, dal nome forse imbarazzante, con la sua Chiesa madre, gioiello del Romanico barese e le mura impreziosite di sculture in pietra inquietanti e magnifiche;
Castel del Monte, un mondo onirico, esoterico, affascinante e misterioso, racchiuso in una rocca inedita, un maniero unico al mondo, frutto della follia geniale di Federico. Il meglio dello Stupor mundi, il sovrano impareggiabile;
Canosa di Puglia, all'inizio delle Murge, che la leggenda vuole fondata da Diomede con la cattedrale dedicata a San Sabino e dove si trova la tomba del Primo Crociato della storia, Boemondo;
Bisceglie con il piccolo, delizioso porticciolo e lo splendore delle mura medievali del centro storico;
La città della disfida, Barletta col castello svevo, sede di mostre d’arte contemporanea, lo storico Palazzo della Marra, affascinante viaggio nell'Ottocento;
Infine Margherita di Savoia con le Terme e la produzione di sale nelle saline, zona umida e casa di grandi uccelli acquatici, tra stormi di fenicotteri rosa tra vasche di evaporazione dell’acqua dai mille colori tra arancioni e gialli pallidi.
Trani sarà pure una delle tante città sofferenti del Meridione di questo Paese allo sfascio, ma, vi assicuro, i locali tutti pieni davano la sensazione di essere in un mondo ideale fatto di gioia e cose belle.
Ho immaginato il riscatto di un Sud povero dove si può ancora ricominciare a scommettere sulla cultura del bello che parte da Trani, i Trulli di Alberobello e arriva ai Sassi di Matera, passa dal barocco leccese all'infinita magnificenza della Valle dei templi in Sicilia.
Il Sud è ricco di risorse umane, storiche, artistiche.
Il Sud è il cuore di uomini e donne che in un Paese normale non dovrebbero essere costretti a emigrare.
Il Sud ha voglia di riprendersi tra le mani il suo futuro.
A Trani hanno già cominciato!
martedì 21 ottobre 2014
Rimaniamo connessi tra noi nell'amore
Tra i miei nuovi contatti di Facebook sono arrivate, poco più di un anno fa, due simpatiche amiche che vivono nell'altra parte del mondo, a San Paolo in Brasile.
Dopo le inevitabili richieste di amicizia, sono arrivati i “mi piace” sulle foto, i saluti via mail, gli scambi di opinioni.
La scorsa settimana, erano in quattro, sono venute a Teramo, ultima tappa di un bel viaggio in Italia che ha toccato Taormina in Sicilia e poi su fino a Roma.
È stata la splendida occasione per conoscerci e trascorrere insieme qualche bella ora in giro per la provincia teramana, tra Civitella del Tronto e Campli.
Adesso il virtuale è superato.
L’amicizia vera è sancita!
Perché vi racconto questo?
Ho provato un senso di gioia quando un amico caro che ha tutta la mia stima, mi ha detto che uso internet e Facebook in particolare, in maniera incredibile e che tutti dovrebbero prendere esempio dai miei post. Si diceva contento di leggere la mia frase del giorno tratta dalle Scritture, lui che non apre quasi mai la Bibbia.
Si meravigliava di come la città fotografata dalla mia Nikon, risultasse spesso inedita e sorprendente. Si diceva anche sollevato dalle ansie nel guardare un tramonto o un’alba nel mio profilo del social network.
Ho avuto un senso di soddisfazione non per vanità o compiacimento personale, ma semplicemente perché forse, mi sono detto, qualche volta riesco a creare una cultura seppur minima, circolare e non piramidale.
Spesso in questa società malata ci s’incontra ma non ci si parla più.
Siamo magari presenti ma la connessione ci allontana, ci impedisce un rapporto diretto con interlocutori reali.
E allora si fatica a dialogare con le persone.
Si perde l’uso della parola e si acquista la massima manualità nelle dita per usare tastiere di pc o di cellulari.
Eppure, credetemi, io sono sempre stato convinto che la rete, usata bene, è circolarità, incontro con il prossimo e i fratelli.
A volte in rete è possibile incontrarsi anche con Dio!
Internet è un’estensione della vita quotidiana, una bella integrazione per arrivare dove non è possibile per ovvi motivi di tempo e di spazio.
Ho immaginato cosa potesse dire il mio modello, Francesco d’Assisi, se avesse avuto a disposizione un social network!
Come avrebbe portato il messaggio del Signore nelle case di tutti, lui che è riuscito a fare tutto ciò senza mezzi tecnologici, solo con l’esempio di vita!
L’avrebbe forse definita sorella Rete?
Certo nella società di oggi soffriamo di esagerazioni e per alcuni la Rete è l’unico mondo e, badate bene, non parlo solo di ragazzini!
Invece i social network debbono essere semplicemente cassa di risonanza per messaggi positivi, continuazione della realtà di tutti i giorni e non l’unica vita!
Internet non deve spegnere il contatto umano ma, al contrario, valorizzarlo e chi ne fruisce deve essere maturo da discernere il bene dal male anche via web.
E allora mi sono detto che Francesco, poverello di Assisi ha passato gran parte della sua vita a pensare a nuovi modi di stare insieme, uno accanto all'altro, a prendere contatti in maniera inedita, a chiedere e a offrire, a essere connessi. E, se usati bene gli strumenti tecnologici non servono proprio a questo?
Nella mia mail arrivano saluti di persone che sono lontani e non potrei raggiungere, richieste di preghiere da parte di amici che sperimentano la malattia, commenti sulla vita di tutti i giorni da parte di conoscenti come fossimo in piazza, seppur virtuale, proposte di amicizie di individui di cui, precedentemente, non immaginavo neanche l’esistenza e con cui trovo di avere molte affinità .
Importante è non dimenticare che dopo il primo passo nel web, nulla potrà sostituire il guardarsi successivamente negli occhi, niente potrà surrogare il bisogno di gesti reali e concreti, non potremo le mani tese per poter stringere quello del fratello davanti.
Necessario rimanere connessi tra di noi realmente nel segno dell’amore. Un saluto caro a queste quattro nuove amiche brasiliane. Da oggi siete anche voi nel mio cuore!
Dopo le inevitabili richieste di amicizia, sono arrivati i “mi piace” sulle foto, i saluti via mail, gli scambi di opinioni.
La scorsa settimana, erano in quattro, sono venute a Teramo, ultima tappa di un bel viaggio in Italia che ha toccato Taormina in Sicilia e poi su fino a Roma.
È stata la splendida occasione per conoscerci e trascorrere insieme qualche bella ora in giro per la provincia teramana, tra Civitella del Tronto e Campli.
Adesso il virtuale è superato.
L’amicizia vera è sancita!
Perché vi racconto questo?
Ho provato un senso di gioia quando un amico caro che ha tutta la mia stima, mi ha detto che uso internet e Facebook in particolare, in maniera incredibile e che tutti dovrebbero prendere esempio dai miei post. Si diceva contento di leggere la mia frase del giorno tratta dalle Scritture, lui che non apre quasi mai la Bibbia.
Si meravigliava di come la città fotografata dalla mia Nikon, risultasse spesso inedita e sorprendente. Si diceva anche sollevato dalle ansie nel guardare un tramonto o un’alba nel mio profilo del social network.
Ho avuto un senso di soddisfazione non per vanità o compiacimento personale, ma semplicemente perché forse, mi sono detto, qualche volta riesco a creare una cultura seppur minima, circolare e non piramidale.
Spesso in questa società malata ci s’incontra ma non ci si parla più.
Siamo magari presenti ma la connessione ci allontana, ci impedisce un rapporto diretto con interlocutori reali.
E allora si fatica a dialogare con le persone.
Si perde l’uso della parola e si acquista la massima manualità nelle dita per usare tastiere di pc o di cellulari.
Eppure, credetemi, io sono sempre stato convinto che la rete, usata bene, è circolarità, incontro con il prossimo e i fratelli.
A volte in rete è possibile incontrarsi anche con Dio!
Internet è un’estensione della vita quotidiana, una bella integrazione per arrivare dove non è possibile per ovvi motivi di tempo e di spazio.
Ho immaginato cosa potesse dire il mio modello, Francesco d’Assisi, se avesse avuto a disposizione un social network!
Come avrebbe portato il messaggio del Signore nelle case di tutti, lui che è riuscito a fare tutto ciò senza mezzi tecnologici, solo con l’esempio di vita!
L’avrebbe forse definita sorella Rete?
Certo nella società di oggi soffriamo di esagerazioni e per alcuni la Rete è l’unico mondo e, badate bene, non parlo solo di ragazzini!
Invece i social network debbono essere semplicemente cassa di risonanza per messaggi positivi, continuazione della realtà di tutti i giorni e non l’unica vita!
Internet non deve spegnere il contatto umano ma, al contrario, valorizzarlo e chi ne fruisce deve essere maturo da discernere il bene dal male anche via web.
E allora mi sono detto che Francesco, poverello di Assisi ha passato gran parte della sua vita a pensare a nuovi modi di stare insieme, uno accanto all'altro, a prendere contatti in maniera inedita, a chiedere e a offrire, a essere connessi. E, se usati bene gli strumenti tecnologici non servono proprio a questo?
Nella mia mail arrivano saluti di persone che sono lontani e non potrei raggiungere, richieste di preghiere da parte di amici che sperimentano la malattia, commenti sulla vita di tutti i giorni da parte di conoscenti come fossimo in piazza, seppur virtuale, proposte di amicizie di individui di cui, precedentemente, non immaginavo neanche l’esistenza e con cui trovo di avere molte affinità .
Importante è non dimenticare che dopo il primo passo nel web, nulla potrà sostituire il guardarsi successivamente negli occhi, niente potrà surrogare il bisogno di gesti reali e concreti, non potremo le mani tese per poter stringere quello del fratello davanti.
Necessario rimanere connessi tra di noi realmente nel segno dell’amore. Un saluto caro a queste quattro nuove amiche brasiliane. Da oggi siete anche voi nel mio cuore!
sabato 18 ottobre 2014
Le Parabole di Gesù e le loro implicazioni
Parabola è un termine che può avere diversi significati.
Chiaramente indica anche le parabole evangeliche che dovremmo conoscere bene per apprezzarne la capacità di trasmissione di messaggi d’importanza vitale che il Signore vuole trasmetterci come fossero sms odierni.
Il desiderio di Gesù con le parabole è quello di condurci al Padre.
La parabola manifesta non solo un contenuto ma è un chiaro invito a lasciare il comune senso di giustizia umana per seguire le vie del Signore che sono molto diverse dalle nostre.
Ma il termine “parabola” ha il suo significato più profondo, credo, nell'invito a condividere scambi vitali con il nostro prossimo.
D'altronde come non ripensare alle parole di vita che Gesù regala:
“Le parole che vi dico non le dico da me stesso; ma il Padre che rimane in me compie le sue opere” (Giovanni 14, 10).
Cioè, Gesù con le parabole manifesta chi è il Padre suo che è anche il Padre nostro.
Occorrono agilità mentale e spirituale, oltreché passione e amore nel cuore quando leggiamo o meditiamo un passo del Vangelo e ancor più una parabola che ci costringe quasi ad aprire l’animo ad una novità rispetto alla nostra mentalità.
Ogni parola del Maestro apre una traiettoria verso il cielo per il nostro cammino di fede che solo attraverso la Parola, può raggiungere la completezza che può donarci gioia piena.
In forza di questo che abbiamo detto, ognuno di noi, ogni uomo, ogni donna siamo autori del Vangelo, abbiamo la dignità di profeti, ognuno di noi è chiamato a essere evangelista degli altri, attraverso un quinto Vangelo, sotto dettatura dello Spirito.
Se leggeste l’Evangeli Gaudium, l'esortazione apostolica di Papa Francesco, a un certo punto in un paragrafo è scritto:
“Si può dire che il popolo evangelizza se stesso per costante azione dello Spirito sul popolo di Dio …“.
Siamo noi e lo Spirito.
A proposito dell'annuncio sul Vangelo nel mondo attuale, Bergoglio scrive di non lasciarsi rubare la gioia della evangelizzazione. Ogni cristiano è teologo diceva S. Ignazio.
Lo è un bimbo, lo è un anziano.
Dobbiamo imparare a comunicare quello che ancora dice l’Evangeli Gaudium nel passo dove si legge:
“Quello che hai scoperto, quello che ti aiuta a vivere e che ti dona speranza, dallo anche agli
altri …“.
Bellissima questa visione di affratellamento in cui in ognuno c’è la fede di ognuno.
Una comunità in cui i protagonisti, gli attori principali non sono soltanto i preti, i vescovi o il papa ma ognuno di noi con lo Spirito.
Il Regno è dei piccoli!
Basta clericalismo, privilegi, poteri, accentramenti liturgici.
Basta con pastori che si ergono sopra al gregge, che conoscono poco l’arte dell’ascolto e parlano senza toccare i cuori, ma una Chiesa aperta e creativa con sacerdoti dall'inguaribile ottimismo evangelico e pieni di fede nello Spirito capace di fecondare ogni granello di questo mondo.
Nella società di oggi nulla è semplice ma tutto diventa ancora più complicato se a spingere le nostre azioni non è la passione.
Chiaramente indica anche le parabole evangeliche che dovremmo conoscere bene per apprezzarne la capacità di trasmissione di messaggi d’importanza vitale che il Signore vuole trasmetterci come fossero sms odierni.
Il desiderio di Gesù con le parabole è quello di condurci al Padre.
La parabola manifesta non solo un contenuto ma è un chiaro invito a lasciare il comune senso di giustizia umana per seguire le vie del Signore che sono molto diverse dalle nostre.
Ma il termine “parabola” ha il suo significato più profondo, credo, nell'invito a condividere scambi vitali con il nostro prossimo.
D'altronde come non ripensare alle parole di vita che Gesù regala:
“Le parole che vi dico non le dico da me stesso; ma il Padre che rimane in me compie le sue opere” (Giovanni 14, 10).
Cioè, Gesù con le parabole manifesta chi è il Padre suo che è anche il Padre nostro.
Occorrono agilità mentale e spirituale, oltreché passione e amore nel cuore quando leggiamo o meditiamo un passo del Vangelo e ancor più una parabola che ci costringe quasi ad aprire l’animo ad una novità rispetto alla nostra mentalità.
Ogni parola del Maestro apre una traiettoria verso il cielo per il nostro cammino di fede che solo attraverso la Parola, può raggiungere la completezza che può donarci gioia piena.
In forza di questo che abbiamo detto, ognuno di noi, ogni uomo, ogni donna siamo autori del Vangelo, abbiamo la dignità di profeti, ognuno di noi è chiamato a essere evangelista degli altri, attraverso un quinto Vangelo, sotto dettatura dello Spirito.
Se leggeste l’Evangeli Gaudium, l'esortazione apostolica di Papa Francesco, a un certo punto in un paragrafo è scritto:
“Si può dire che il popolo evangelizza se stesso per costante azione dello Spirito sul popolo di Dio …“.
Siamo noi e lo Spirito.
A proposito dell'annuncio sul Vangelo nel mondo attuale, Bergoglio scrive di non lasciarsi rubare la gioia della evangelizzazione. Ogni cristiano è teologo diceva S. Ignazio.
Lo è un bimbo, lo è un anziano.
Dobbiamo imparare a comunicare quello che ancora dice l’Evangeli Gaudium nel passo dove si legge:
“Quello che hai scoperto, quello che ti aiuta a vivere e che ti dona speranza, dallo anche agli
altri …“.
Bellissima questa visione di affratellamento in cui in ognuno c’è la fede di ognuno.
Una comunità in cui i protagonisti, gli attori principali non sono soltanto i preti, i vescovi o il papa ma ognuno di noi con lo Spirito.
Il Regno è dei piccoli!
Basta clericalismo, privilegi, poteri, accentramenti liturgici.
Basta con pastori che si ergono sopra al gregge, che conoscono poco l’arte dell’ascolto e parlano senza toccare i cuori, ma una Chiesa aperta e creativa con sacerdoti dall'inguaribile ottimismo evangelico e pieni di fede nello Spirito capace di fecondare ogni granello di questo mondo.
Nella società di oggi nulla è semplice ma tutto diventa ancora più complicato se a spingere le nostre azioni non è la passione.
giovedì 16 ottobre 2014
Gentilezza e tolleranza nei figli di Dio!
Mi è capitato di leggere una frase che mi è parsa bellissima, tanto che l’ho copiata e riposta in tasca, dentro il portafogli.
Diceva più o meno così:
“Quando sei nato tutti sorridevano e tu solo piangevi. Vivi in maniera che quando morirai, piangano tutti e tu sorrida”.
Spesso mi chiedo perché esisto e chi sono io.
Un giorno sono venuto alla luce, mi è stato dato un nome, sono cresciuto.
E che significato ha la mia vita? Solo la fede può dare risposte.
Quello che ho capito è che posso sottrarre alla banalità la mia povera esistenza solo se riuscirò ad essere in grado di far fruttificare i talenti donati da Dio.
Come tessera di un grandioso mosaico, come nota di celestiale melodia, siamo tutti nel mondo per fare la nostra parte, e renderlo armonioso.
Di sicuro è massimamente importante il rapporto con i nostri fratelli!
Saremo giudicati per la nostra tolleranza verso di loro!
La pazienza verso gli altri, l’essere pacifici può farci sorridere alla fine della nostra vita.
Perché chi ha pazienza e umiltà dice il Vangelo di San Matteo (5,9), sarà chiamato figlio di Dio!
Nel classico della spiritualità cristiana, il libro della “Imitazione di Cristo” (II,3), si medita che:
"Non è grande merito stare con persone buone e miti, è cosa questa che fa piacere naturalmente a tutti e nella quale troviamo facile contentezza, giacchè amiamo di più quelli che ci danno ragione …”.
Francesco d’Assisi che ben sapeva la difficoltà di sopportare gente scomoda ricordava nelle sue ammonizioni, in particolare la decima terza, di “essere miti, pacifici e modesti, mansueti e umili, parlando onestamente con tutti, così come si conviene ai figli di Dio”. (F. F.85)
La pazienza verso gli altri e il suo frutto, l’umiltà, oggi è merce rara. È un’arte sempre ardua da praticare in un mondo in cui le persone sono sempre più difficili, introverse, sospettose, strane e, a volte, un pochino carogne.
Il Signore nel chiederci di amare di più proprio costoro, ci chiede tanto ma è anche vero che, alla fine dei nostri sforzi, ci renderà il centuplo sicuramente.
Accogliere l’altro com'è veramente, accettare il suo mistero non è semplice.
Bisogna annientare se stessi per avvicinarsi alla riuscita di questo.
Il fratello difficile è egocentrico, inquieto, frustrato e dal carattere impossibile.
È un individuo che contrasta, che ti rende contrariato, che t’intralcia, che subdolamente trama alle spalle, disapprova il tuo operato, obietta, contrappone e dileggia sparlando di te agli altri.
Tutto questo mette a dura prova l’umiltà che crediamo di avere e di cui spesso manchiamo.
Chi può affermare di avere avuto in tali situazioni, umiltà e carità necessarie per amare, nonostante tutto, questo nemico?
Eppure dovremmo pensare che il fratello “difficile” è soprattutto un infelice non amato da alcuno! È un condannato alla solitudine e alla morte interiore! Se lo facessimo sentire amato davvero, forse i suoi atteggiamenti cambierebbero miracolosamente.
Pazienza e umiltà, ripeteva S. Agostino, non sono mai troppe.
La virtù, però diceva San Francesco, si vede nella prova, quando si lotta con rigore, contro se stessi e le sicurezze si perdono dietro a urla e risentimenti.
La pazienza è tanta o poca? Tutti noi abbiamo fatto esperienza di ciò e, in cuore nostro sappiamo fino a quando siamo miti e umili, se lo siamo davvero!
Forse sarebbe il caso di meditare ogni mattina l’inno alla carità, quella superba, ineguagliabile pagina che San Paolo, sotto il divino intervento dello Spirito Santo, ha regalato al mondo non solo cristiano ma ad ogni individuo di buona volontà e apertura sociale.
Rileggiamo col cuore in mano:
“La carità è paziente, è benigna, non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode delle ingiustizie, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta … “
(1 Corinzi 13, 4-8)
Dio è carità e solo chi vive nella carità è unito a Dio. Scriviamoci una frase e portiamola sempre con noi, è di Raoul Follerau:
“Un sorriso costa meno dell’elettricità e dona più luce!
Diceva più o meno così:
“Quando sei nato tutti sorridevano e tu solo piangevi. Vivi in maniera che quando morirai, piangano tutti e tu sorrida”.
Spesso mi chiedo perché esisto e chi sono io.
Un giorno sono venuto alla luce, mi è stato dato un nome, sono cresciuto.
E che significato ha la mia vita? Solo la fede può dare risposte.
Quello che ho capito è che posso sottrarre alla banalità la mia povera esistenza solo se riuscirò ad essere in grado di far fruttificare i talenti donati da Dio.
Come tessera di un grandioso mosaico, come nota di celestiale melodia, siamo tutti nel mondo per fare la nostra parte, e renderlo armonioso.
Di sicuro è massimamente importante il rapporto con i nostri fratelli!
Saremo giudicati per la nostra tolleranza verso di loro!
La pazienza verso gli altri, l’essere pacifici può farci sorridere alla fine della nostra vita.
Perché chi ha pazienza e umiltà dice il Vangelo di San Matteo (5,9), sarà chiamato figlio di Dio!
Nel classico della spiritualità cristiana, il libro della “Imitazione di Cristo” (II,3), si medita che:
"Non è grande merito stare con persone buone e miti, è cosa questa che fa piacere naturalmente a tutti e nella quale troviamo facile contentezza, giacchè amiamo di più quelli che ci danno ragione …”.
Francesco d’Assisi che ben sapeva la difficoltà di sopportare gente scomoda ricordava nelle sue ammonizioni, in particolare la decima terza, di “essere miti, pacifici e modesti, mansueti e umili, parlando onestamente con tutti, così come si conviene ai figli di Dio”. (F. F.85)
La pazienza verso gli altri e il suo frutto, l’umiltà, oggi è merce rara. È un’arte sempre ardua da praticare in un mondo in cui le persone sono sempre più difficili, introverse, sospettose, strane e, a volte, un pochino carogne.
Il Signore nel chiederci di amare di più proprio costoro, ci chiede tanto ma è anche vero che, alla fine dei nostri sforzi, ci renderà il centuplo sicuramente.
Accogliere l’altro com'è veramente, accettare il suo mistero non è semplice.
Bisogna annientare se stessi per avvicinarsi alla riuscita di questo.
Il fratello difficile è egocentrico, inquieto, frustrato e dal carattere impossibile.
È un individuo che contrasta, che ti rende contrariato, che t’intralcia, che subdolamente trama alle spalle, disapprova il tuo operato, obietta, contrappone e dileggia sparlando di te agli altri.
Tutto questo mette a dura prova l’umiltà che crediamo di avere e di cui spesso manchiamo.
Chi può affermare di avere avuto in tali situazioni, umiltà e carità necessarie per amare, nonostante tutto, questo nemico?
Eppure dovremmo pensare che il fratello “difficile” è soprattutto un infelice non amato da alcuno! È un condannato alla solitudine e alla morte interiore! Se lo facessimo sentire amato davvero, forse i suoi atteggiamenti cambierebbero miracolosamente.
Pazienza e umiltà, ripeteva S. Agostino, non sono mai troppe.
La virtù, però diceva San Francesco, si vede nella prova, quando si lotta con rigore, contro se stessi e le sicurezze si perdono dietro a urla e risentimenti.
La pazienza è tanta o poca? Tutti noi abbiamo fatto esperienza di ciò e, in cuore nostro sappiamo fino a quando siamo miti e umili, se lo siamo davvero!
Forse sarebbe il caso di meditare ogni mattina l’inno alla carità, quella superba, ineguagliabile pagina che San Paolo, sotto il divino intervento dello Spirito Santo, ha regalato al mondo non solo cristiano ma ad ogni individuo di buona volontà e apertura sociale.
Rileggiamo col cuore in mano:
“La carità è paziente, è benigna, non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode delle ingiustizie, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta … “
(1 Corinzi 13, 4-8)
Dio è carità e solo chi vive nella carità è unito a Dio. Scriviamoci una frase e portiamola sempre con noi, è di Raoul Follerau:
Iscriviti a:
Post (Atom)















MINI.jpg)








